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Accelera la diffusione dello yuan digitale


Vale la pena concedersi un aggiornamento sullo stato della valuta digitale cinese di banca centrale, visto che la Cina è molto avanti non solo nella teoria ma anche nella pratica. L’occasione ce la fornisce un intervento recente del governatore della banca centrale cinese Yi Gang, che ha partecipato a una conferenza organizzata per il trentennale di Bofit.

Al momento in Cina la valuta digitale di banca centrale non è ancora una realtà, ma è andata ben oltre la teoria, nella quale ancora si scervellano i banchieri europei e statunitensi. E da quando è esplosa la pandemia, che ha incoraggiato i pagamenti elettronici, la circolazione dello yuan digitale (central bank digital currency, CBDC) è diventata ben visibile, anche se ancora molto limitatamente, all’interno del sistema dei pagamenti di Pechino.

Il perché lo spiega lo stesso governatore. L’anno scorso, osserva, i pagamenti mobili in Cina “sono aumentati del 25%, con un tasso di penetrazione dell’86% che ha notevolmente facilitato la vita dei cittadini”. Ma c’è un problema: “I pagamenti mobili sono in gran parte forniti dal settore privato, contribuendo al rischio di frammentazioni di mercato e generando problemi di privacy”. E figuriamoci se ai cinesi può andar bene. E siccome la “CBDC consente alla banca centrale di continuare a fornire un mezzo sicuro di pagamento nell’era digitale”, ecco che arriviamo al presente.

Quest’ultimo ci racconta che, avendo la Cina iniziato a studiare le CBDC nel 2014, ed elaborato la sua proof of concept – che potremmo definire come architettura – nel 2016, già dal 2017 la Banca centrale ha potuto avviare la collaborazione con banche commerciali e compagnie internet per condurre i primi esperimenti di e-CNY.

Nel 2019 è arrivata la prima sperimentazione in dieci città, che consentirà l’uso di questa tecnologia nel corso delle olimpiadi invernali di Pechino del 2022. Nel frattempo, e siamo all’ottobre scorso, sono stati censiti 123 milioni di personal wallet aperti, ossia il borsellino elettronico dove si tiene la moneta digitale, con transazioni originate per 56 miliardi di yuan. Non ancora una realtà diffusa, ma neanche più un semplice esercizio.

E questo spiega perché i cinesi continueranno “prudentemente ad avanzare con ricerca e sviluppo, per migliorare il disegno dello yuan digitale”. Le enormi complessità celate dietro l’uso di una valuta digitale di banca centrale sconsigliano passi affrettati. Ma rimane il fatto che chi parte prima gode già di un vantaggio, anche se è altresì vero che i ritardari possono imparare qualcosa dagli errori dei anticipatori, anche se ovviamente al netto delle differenze di sistema fra i vari paesi.

Nel caso cinese, l’e-CNY è considerato come base monetaria, quindi si pone nell’aggregato M0. Come il cash, insomma, “per ridurre la competizione con le banche di deposito”. Il modello inoltre è un sistema a due livelli, con la banca centrale al centro e le banche e le altre entità del sistema dei pagamenti nel ruolo di cinghia di trasmissione. Un po’ come è già adesso. Inoltre la Cina ha inserito quella che Yi chiama “frictions”, sorta di impedimenti per minimizzare i rischio di stabilità del sistema bancario. Praticamente, un limite sia nella capienza del wallet, sia dell’ammontare delle transazioni consentito. Chi segue queste storie ricorderà che di limiti alla capienza del wallet avevano parlato anche i banchieri centrali europei.

E poi ovviamente c’è la madre di tutte le questioni sociali, legate a quest’innovazione: la privacy. Lo yuan digitale segue il principio di essere “anonimo per le piccole transazioni, e tracciabile per quelle ampie”. Che se è facile a dirsi, è molto difficile da realizzare.

Quanto al futuro, il principio che guida la banca centrale è che la moneta digitale deve essere market-based. Le emissioni, vale a dire, dovrebbero seguire le esigenze dei consumatori. Ciò senza necessariamente togliere spazio al vecchio cash, la cui dismissione non è ancora in programma.

Vale la pena ricordare, infine, che la banca centrale cinese punta molto sulla collaborazione internazionale, per sviluppare la sua valuta digitale. Di recente infatti ha partecipato al primo esperimento di trasferimenti transfrontalieri di valute digitali con altre banche centrali, e Yi ricorda la collaborazione su altri temi con altri istituti. I banchieri sono sempre più internazionalisti dei politici. E anche questa non è certo una novità.

Cronicario: E anche oggi la Cina dice Yi (stavolta al Fmi)


Proverbio dell’11 aprile Non si conosce il valore dei denti finché durano

Numero del giorno: -0,3 Calo % prezzi case in Italia nel IVQ 2017 rispetto al 2016

Non so voi, ma io mi sto ammazzando di pop corn mentre mi gusto in salotto il teatrino sinoamericano che recita a soggetto La Grande Guerra Commerciale, che agita i sonni di mezzo mondo proprio alla fine del primo trimestre 2018. Mezzo mondo che poi dovremmo essere noi europei, visto che siamo letteralmente nel mezzo di questa Grande Guerra, e spuntiamo begli attivi commerciali dai nostri cugini americani. A proposito…

Non lo sapevate eh? Eccerto, solo il vostro Cronicario qui vi dice quello che serve sapere, pure sboccato com’è. E infatti dovete sapere che il verdetto su questa indagine che noi italiani vale un export di poco più di venti milioni di dollari – una lenticchia nel mare dell’import Usa, arriverà duro e implacabile e di sicuro ne preannuncia altri.

Ne riparliamo a fine maggio insomma, quando scopriremo anche che fine farà la momentanea sospensione dei dazi all’Ue su acciaio e alluminio.

Vengo al punto. Ricorderete che ieri il presidente cinese Xi, parlando dal forum di Boao ha detto che sì: abbasserà i dazi sulle importazioni di auto, rispondendo così all’ennesima cazziata via social di Mister T(weet). e poi che sì: aprirà a sua economia in lungo e largo. E infine che sì: vuole commerciare con chiunque, pure a patto di perderci qualche tallero. E perciò sì: allargherà anche le maglie della sua rete finanziaria per consentire ai non cinesi di iniziare a farsi le ossa nei mercati finanziari cinesi. I mondialisti di tutto il mondo ringraziano.

Passa la nottata e al risveglio le agenzie battono forsennate le dichiarazioni di Miss Fmi, meglio conosciuta come Madame Lagarde. che dice due paroline due sui brutti tempi che stiamo vivendo:

1) Il protezionismo è un fallimento collettivo. I dazi non risolvono gli squilibri commerciali. I paesi dovrebbero innanzitutto fare politiche fiscali per contenere le spese e correggere i bilanci pubblici e privati.

2) Il debito, pubblico e privato, è arrivato a 164 mila miliardi che non so bene con quanti zeri si scriva. Mai vista una roba del genere in tempo di pace, e adesso avete anche scoperto perché questo blog si chiama The Walking Debt dal 2012.

Manco il tempo di digerire la soddisfazione che la Cina si rifà viva. E dice di nuovo Yi. Scusate: dice di nuovo sì. Stavolta per bocca del nuovo governatore della banca centrale cinese che dettaglia le apertura di credito della futura Cina capitalista dove le società cinesi e straniere opereranno in un ambiente con le stesse condizioni. Sì: fermo questo e altro ancora. Addirittura alla fine dell’anno ci sarà il collegamento fra le borse cinesi e il London Stock Exchange.

Che volete di più?

A domani.