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Monete digitali, scendono in campo le Sette (banche) Sorelle


Se per un momento guardassimo la direzione anziché il dito, potremmo ipotizzare che l’importanza del primo rapporto pubblicato dalla Bis sulle valute digitali, che analizza i principi fondativi di questo strumento e le sue caratteristiche non sta tanto nei contenuti, utili e molto informativi, ma nel fatto che questo testo racchiuda gli sforzi di sei banche centrali, oltre ovviamente alla Bis, alle quali di recente si è aggiunta anche la settima, ossia la Fed. E questo è il secondo motivo che rende il testo di una certa importanza.

In sostanza quella che con qualche suggestione abbiamo chiamato l’internazionale dei banchieri centrali, con la Bis nel ruolo di punta della lancia, ha trovato nella missione della moneta digitale di banca centrale (central bank digital currency, CBDC) un motivo più che sufficiente per stringere i ranghi, a dimostrazione di quanto questa innovazione sia rilevante, anche per far fronte allo sviluppo crescente delle Global stable coin, che sono valute digitali ma di provenienza privata, che sembrano voler mettere in discussione il ruolo (e la gestione) squisitamente pubblici della moneta.

Ci torneremo. Ma intanto la circostanza che pure la Fed partecipi al gioco lascia capire che, aldilà di come le singole giurisdizioni sceglieranno di implementare la CBDC – sul fatto che lo faranno ci sono pochi dubbi – anche la banca centrale americana voglia condividere con le sue banche centrali “sorelle” i principi costitutivi di questo nuovo strumento, aderendo a uno standard che andrà a definirsi compiutamente nei dettagli nei prossimi mesi. Senza fretta però. Perché come ha detto di recente il presidente della Fed, Jerome Powell, “non importa arrivare primi, ma fare le cose per bene”.

Gli osservatori, anche quelli più distratti, non potranno far a meno di notare in questo proliferare di paper, convegni e articoli – lo stesso giorno del paper della Bis anche la BoJ ha pubblicato un suo testo – una certa improvvisa accelerazione.  Pochi giorni fa anche il Fmi ha dato il suo contributo. E tutto ciò non può che sorprendere. Un tema fino a un anno fa estremamente esotico e confinato nelle osservazioni di pochi curiosi, oggi diventa quasi popolare.

Inevitabile chiedersi quanto ciò di questa accelerazione sia dovuto all’annuncio della Banca centrale cinese di avere avviato già da qualche tempo i passi necessari a lanciare uno yuan digitale, e ai timori che questo ha determinato fra i regolatori. Specie adesso che lo yuan digitale sta iniziando a circolare sul serio presso il pubblico cinese. E poi c’è la pandemia, che ancora imperversa. I vari lockdown hanno già stimolato, e probabilmente lo faranno anche in futuro, l’uso di strumenti immateriali per i pagamenti. Quindi il momento è propizio per impostare nei dettagli una tecnologia che fisserà la fisionomia del sistema dei pagamenti del futuro.

Per questo vale la pena spendere un po’ di tempo e leggere la ventina di pagine del rapporto Bis e delle sue sette sorelle (Bank of Canada, European central Bank, Bank of Japan, Sveriges Riksbank, Swiss National Bank, Bank of England, Fed). Servirà se non altro a farsi un’idea di quello che ci aspetta una volta che la moneta digitale inizierà a circolare sul serio nei nostri portafogli. O, per meglio dire, wallet.

Fatte le dovute premesse – il mondo che cambia, il Covid che ha fatto crescere i pagamenti dematerializzati, eccetera – il punto centrale è che “una CBDC può fornire una moneta complementare di banca centrale che supporti un sistema dei pagamenti domestico diverso e più resiliente. Inoltre può offrire opportunità non accessibili con il contante mentre supporta l’innovazione”. Fra le premesse ci sta anche il fatto che mentre ogni banca dovrà valutare se e come emettere la valuta digitale, ci sono alcuni principi condivisi che bisogna sottolineare: una banca centrale non deve compromettere a stabilità finanziaria emettendo CBDC; una CBDC deve coesistere con le altre forme di moneta in circolazione; una CBDC deve promuovere l’innovazione e l’efficienza.

Dette così, sembrano cose del tutto ovvie. Ma se si guarda in profondità si comprendere che così non è. Evidenziare l’importanza della coesistenza della moneta digitale con gli altri strumenti di pagamento significa non solo dichiarare l’importanza della moneta analogica – le vecchie banconote – ma anche della moneta bancaria, nella sua varie sfaccettature.

Altra scelta di campo importante da sottolineare, contenuta nel rapporto, è che la moneta digitale sia utilizzabile non soltanto dagli intermediari finanziari ma anche dal grande pubblico. Una moneta per tutti, e per tutti i giorni, insomma.

Sulla base di questi principi le banche potranno iniziare a sperimentare e svolgere ulteriori ricerche. Il rapporto tratteggia alcune varie possibilità tecniche, pure senza dare preferenze, illustra rischi e trade off, e le notevoli complessità celate dentro questo nuova tecnologia, che sono legali, finanziarie, coinvolgono la privacy e il funzionamento dell’economia. “Una CBDC può essere uno strumento importante per le banche centrali – recita il paper – per continuare a fornire un mezzo di pagamento sicuro nella crescente vita digitale di tutti i giorni”. Ma poiché la moneta, digitale o no, rimane un mezzo puramente fiduciario ai giorni nostri, “una banca centrale deve procedere con cautela, in maniera aperta e collaborativa”.

Ed ecco spiegato perché le Sette Sorelle procederanno insieme in questa fase preliminare. Magari aspettando l’ottava, ossia quella cinese. Ma senza sperarci troppo. Almeno finché, digitale o no, lo yuan rimane inconvertibile.

(6/fine)

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La nuova “cash society” col dollaro digitale made in Usa


Non solo la Cina, dicevamo. La Bis, nello studio che ha ispirato questa miniserie, fa ampie disamine anche del notevole lavoro svolto in Canada e soprattutto in Svezia, da anni all’avanguardia nella costruzione di una società cashless – addirittura alcuni negozi non accettano più contanti – per diverse ragioni che sono sociali e istituzionali.

Ma cashless forse non è la parola giusta. Qui non si tratta di far sparire il contante – una moneta digitale di banca centrale rimane teoricamente una forma di cash – ma di far sparire quello analogico. I foglietti colorati che ci tengono compagnia da un paio di secoli e che ormai sembrano destinati al fuoricorso.

Perché sia chiaro che la fine delle banconote non coincide affatto con la scomparsa del contante, se non per pura analogia, bisogna capire verso che forma di società stiamo andando. E soprattutto come si muoverà il gigante delle produzione di cash che governa a livello globale la liquidità, ossia gli Usa.

Le cronache ci possono venire in aiuto. L’agosto scorso Lael Brainard, componente del board della Fed, ha fornito un interessante update sullo stato dell’arte della costruzione di una moneta digitale in seno alla Fed, evento che non è esagerato definire rivoluzionario, qualora fosse condotto a buon fine.

Circostanza che alcuni osservatori giudicano inevitabile. Non solo per la circostanza che i cinesi sono già molto avanti in questo processo. Ma perché la moneta egemone non può sottrarsi al diritto/dovere di guidare la principale innovazione monetaria del XXI secolo: l’ingresso delle banche centrali nei portafogli retail. Lo hanno fatto per secoli con le banconote. Devono farlo oggi con le app. Si tratta nientemeno che di costruire le nuove cash society. L’America non può non esserci.

Il concetto lo ha espresso a chiare lettera la banchiera americana nel suo intervento: “Dato l’importante ruolo del dollaro, è essenziale che la Federal Reserve rimanga sulla frontiera della ricerca e dello sviluppo delle politiche in materia di CBDC”. Lo scopo è chiaro, bisogna che le banche centrali offrano “un equivalente digitale del contante”, che funzioni per il momento “come complemento”. Almeno fino a quando, aggiungiamo noi, non si capirà che il contante digitale è contante tout court. E poiché “continua a esserci una forte domanda di valuta statunitense”, aggiunge la Brainard, “restiamo impegnati a garantire che il pubblico abbia accesso a una gamma di opzioni di pagamento”.

Garantire questa “gamma di opzioni” non è soltanto una questione di stare al passo coi tempi. Si tratta anche di fornire ai governi un’infrastruttura di pagamento capace di favorire certe politiche di stimolo fiscale che ormai tendono chiaramente a far arrivare direttamente soldi agli agenti economici, come abbiamo visto in questi mesi sofferti di pandemia.

La Fed da anni è impegnata sul fronte di queste ricerche “per costruire e testare un’ipotetica valuta digitale orientata agli usi della banca centrale”. Cosa ne verrà fuori è ancora presto per dirlo, ma è chiaro che il futuro dell’egemonia del dollaro nel sistema dei pagamenti si gioca anche – se non soprattutto – su questo tavolo.

Perciò non stupisce che molti osservatori, ma anche operatori del sistema finanziario, si stiano attrezzando per non farsi trovare impreparati. Ovviamente non mancano le voci critiche, a un progetto di CBDC targato Fed. Ma a ben vedere gli argomenti a favore sembrano destinati ad avere la meglio.

Per farsene un’idea è sufficiente sfogliare il libro bianco pubblicato dal Digital Dollar Project nel maggio scorso.  Non a caso uno degli argomenti usati dal DDP è che ci sono circa 14 milioni di americani senza conti correnti che potrebbero più facilmente essere coinvolti nel sistema degli scambi, complice magari una certa generosità del governo ripagata magari con più controllo. Più denaro per tutti, insomma. Ma solo digitale.

(3/segue)

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Una moneta popolare di banca centrale (non) ci salverà


Poiché esploriamo nuove congetture economiche, trovandoci ormai da tempo al punto morto superiore della crescita globale, vale la pena dedicare un po’ di tempo alle idee di frontiera che la tecnologia ha improvvisamente trasformato da pura speculazione intellettuale in concreta possibilità. Fra queste primeggia la trovata di una moneta digitale di banca centrale, frutto del progresso nella crittografia e nella costruzione di distributed ledger arrivati con la nascita di bitcoin.

Le banche centrali, come abbiamo già osservato, sono alla frontiera di questa innovazione, e per diversi motivi. Non ultima la circostanza che il fintech rischia di far scricchiolare le fondamenta stessa della costruzione, basata proprio sulle banche centrali e su quelle commerciali, che regge il sistema finanziario e quello dei pagamenti.

Queste premesse ci consentono di apprezzare un recente paper diffuso dal Nber (“Central Bank digital currency: central banking for all?”) dove viene contemplata quella che la tecnologia ha reso qualcosa di più di una semplice ipotesi di lavoro: una moneta digitale di banca centrale diffusa non più soltanto fra le banche, come è adesso, ma che arrivi dritta nelle case delle famiglie.

Per dirla con le parole degli autori, “l’introduzione di una valuta digitale di banca centrale consente alla banca centrale di impegnarsi in attività di intermediazione su larga scala, competendo con gli intermediari finanziari privati (ossia le banche commerciali, ndr) per i depositi”. A molti sembrerà una questione di lana caprina. Ma non è nientemeno che una rivoluzione.

Aldilà del lato tecnico, che avremo modo di apprezzare dopo, ciò su cui è utile soffermarsi da subito è l’aspetto psicologico. Il grande pubblico, conscio del fatto che dietro la banca centrale ci sta il governo, correrebbe a depositare i propri soldi presso la banca centrale svuotando di fatto le banche commerciali della materia prima che consente loro di effettuare la trasformazione delle scadenze che sta alla base del lavoro bancario. Ossia indebitarsi a breve per prestare a lungo termine. Che effetto avrà tutto ciò sul sistema economico?

Questo effetto va sommato con l’altro, che la moneta digitale di banca centrale (central bank digital currency, CBDC) è potenzialmente capace di favorire: la sparizione del contante. La scomparsa del denaro fisico, che molti auspicano giudicandola una soluzione ideale per eliminare alcune distorsioni più o meno criminali, unita all’apertura di un conto corrente presso la banca centrale alla portata del popolo, disegna la fisionomia di un sistema finanziario radicalmente diverso dall’attuale. Un sistema dove la mano pubblica, per un verso o per l’altro, è molto più forte.

I cittadini svizzeri devono averlo intuito, nel giugno 2018, quando votarono contro l’ipotesi referendaria che avrebbe voluto conferire solo alla banca centrale il monopolio di emettere depositi, di fatto incoraggiata dalle ricerche sulla moneta digitale che in quel momento stava svolgendo la banca centrale. E tuttavia il dibattito non si è certo interrotto, autorizzando quindi la domanda: cosa succederebbe al sistema finanziario se l’introduzione di una valuta di banca centrale avvicinasse in maniera sostanziale la banca centrale al settore corporate e al retail?

Il paper prova a rispondere a questa domanda rielaborando alcuni modelli teorici prendendo in considerazione l’ipotesi che la banca centrale accetti depositi dei cittadini. Proprio come una banca normale, la banca centrale usa questi depositi per finanziare i suoi debiti, ma si assume l’ipotesi che la banca centrale non possa, come fa una banca, investire in progetti di lungo termine. Se vuole farlo, può utilizzare le banche che conserverebbero la missione di finanziare gli investimenti a lungo termine. Da un punto di vista teorico l’allocazione delle risorse così garantita, mantenendo la competizione con le banche commerciali, non sarebbe tanto diversa da quella attuale.

Ma “l’equivalenza può avere un aspetto sinistro”, avvisano gli autori del paper. Se venisse meno la parità di condizioni concorrenziali, la banca centrale dovrà evitare “caos nella trasformazione delle maturità”. E il momento della verità arriva sempre – e non potrebbe essere diversamente – nei momenti di panico. Un bank run, che di sicuro colpirebbe le banche commerciali, lascerebbe del tutto indifferenti le banche centrali che, come ha scritto qualcuno, non possono fallire.

Questo verrebbe subito captato dal mercato, che finirebbe col trasformare le banche centrali nel monopolio dei depositi (e quindi anche dei prestiti indiretti alle aziende). E alla lunga un monopolio finirebbe col danneggiare quel sistema finanziario che si vorrebbe, con questa innovazione, migliorare.

Detta semplicemente si rischia di trasformare la moneta in uno strumento di centralizzazione della finanza. La valuta digitale rischia di trasformarsi in uno strumento di pianificazione. Ma forse in fondo è quello che davvero vogliono tutti.