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Il difficile equilibrio fra banche e moneta digitale di banca centrale


Per capire quanto le banche centrali prendano sul serio la questione delle Central bank digital currency (CBDC) basta notare che di recente la Bis, che in questi anni si può dire che guidi la ricerca sul tema, ha pubblicato alcuni rapporti che esplorano questioni funzionali di notevole importanza. Fra queste vale la pena segnalare quella che probabilmente inquieta di più i poteri costituiti: come armonizzare una CBDC con il sistema finanziario attuale che si basa in gran parte sulle banche commerciali, che non solo emettono la gran parte della moneta in circolazione tramite la loro attività di creazione di depositi e prestiti, ma sono di fatto la cinghia di trasmissione della politica monetaria.

Per capire quanto le banche centrali prendano sul serio la questione della salute degli istituti di credito, basta osservare come in apertura del rapporto dedicato al tema si ricordi che il principio fondamentale di queste ricerche sulle CBDC è quello di “no harm”, ossia, non danneggiare. Che, scrivono subito dopo, non vuol dire “non avere impatto”, ma che “le nuove forme di denaro fornite dalla banca centrale dovrebbero continuare a sostenere l’adempimento delle politiche pubbliche senza ostacolare e idealmente migliorare la capacità di una banca centrale di svolgere il proprio mandato per stabilità monetaria e finanziaria”. Detto semplicemente, le banche centrali sanno che devono cambiar tutto, ma devono fare in mondo che non cambi il meccanismo che si è costruito nel corso dei secoli e che garantisce il buon funzionamento del sistema finanziario.

Quest’operazione vagamente gattopardesca, sia detto senza spirito polemico, viene fatta innanzitutto perché si ha piena consapevolezza del fatto che se non ci penseranno le banche centrali a “digitalizzare” la moneta lo faranno altri. Non a caso viene agitato lo spauracchio delle stablecoin, che hanno ottima stampa e poco seguito popolare. Questi strumenti potrebbero determinare quegli effetti che si teme possano derivare dall’uso di CBDC, ma con meno benefici pubblici, ossia disintermediazione bancaria e frammentazione finanziaria. Necessario quindi muoversi prima. Da qui la notevole proliferazione di rapporti che analizzano le enormi complessità nascoste nel problema, che richiederà ancora anni di ricerche prima che le CBDC divengano una realtà.

Per il momento, infatti, malgrado tutte le banche centrali che animano il gruppo di ricerca coordinato dalla Bis siano impegnate in un percorso di sperimentazione, ancora nessuna di loro ha deciso nulla di concreto. Questo non vuol dire che non si farà. Semplicemente che questo momento deve essere preparato, spiegato analiticamente, comunicato estensivamente: bisogna rassicurare tutti gli agenti economici. Non danneggiare, appunto, che non vuol dire non avere un impatto.

Se usciamo da quest’ambito “politico”, rimangono sul tappeto le questioni tecniche che sono molto complesse. Le ultime tendenze illustrano che la pandemia ha aumentato la domanda di pagamenti digitali, ma rimane ancora notevole la tendenza all’uso del cash. Addirittura, prima della pandemia questa tendenza era in crescita. La domanda potenziale per una CBDC, quindi, è difficile da stimare. Anche perché in gran parte dipenderà dal modo in cui verrà concepita.

Alcuni studi, preparati su dati riferiti alle famiglie canadesi, stimano che tale domanda possa oscillare fra il 4 e il 55% del combinato cash e depositi, a seconda dell’attrattività con la quale la CBDC viene disegnata. Ad esempio se viene remunerata o meno. La Bank of England ha stimato invece che tale “migrazione” verso la moneta digitale riguarderà intorno al 20% dei depositi. Un’altra stima, elaborata sulle economie del G20, colloca tale domanda fra il 4 e il 12%.

Il tema non è da poco. La capacità di una CBDC di “sostituire” la moneta bancaria ha a che fare direttamente con la stabilità finanziaria. La creazione di moneta privata, infatti, è collegata con la fornitura di credito e con il funzionamento del sistema dei pagamenti. Al tempo stesso, queste attività hanno a che fare con la redditività delle banche, che perciò rischia di essere erosa in caso di “sostituzione” della moneta bancaria con la CBDC.

Nel caso ipotizzato dal gruppo di studi (grafico sopra) si ipotizza che le banche facciano fronte a un maggiore richiesta di prestiti all’ingrosso per compensare il calo dei depositi e continuare ad avere una quota adeguata di high-quality liquid assets (HQLA) sul lato degli asset necessari per una serie di requisiti, anche regolamentari. Uno dei problemi è che i tassi sui prestiti all’ingrosso sono più elevati di quelli sui depositi. Ciò impatta sia sui margini di intermediazione (net interest margins, NIMs) che sul RoE (return on equity).

Queste stime ci dicono già abbastanza per intuire la complessità dei temi che devono essere presi in considerazione. E non solo per le criticità che si possono immaginare. Ci sono anche effetti positivi che possono arrivare dall’adozione di una CBDC. Se con questa tecnologia diminuisce la domanda di contante, vuol anche dire che le banche devono gestirne di meno, che significa una notevole diminuzione dei loro costi. Si stima che i la spesa per gestire il contate pesi fra il 5 e il 10% dei costi operativi delle banche.

Non serve aggiungere altro. Le questioni tecniche avranno certamente la loro giusta considerazione. Ma è chiaro che la scelta finale sarà di tipo squisitamente politico. La decisione, di fatto, è stata già presa. Solo che bisogna lasciarla decantare qualche anno e intanto prepararsi. Tutto cambierà sperando di non cambiar nulla. Ma nulla sarà più come prima. E le banche centrali lo sanno perfettamente.

L’irresistibile ascesa del Fintech


Poiché tutto si tiene, non dovremmo stupirci nell’osservare la straordinaria crescita del settore fintech nel momento in cui alcune banche centrali annunciano il primo esperimento – positivo – di trasferimento transfrontaliero di moneta digitale di banca centrale (Central bank digital currency, CBDC). Il futuro della finanza è sempre più scritto in bit, arrivando così a compimento quel processo, squisitamente spirituale, di smaterializzazione della ricchezza che oggi nel digitale trova la sua più autentica rappresentazione. Il valore – del denaro come di un qualunque asset – ha molto più a che fare con i software sociali che danno sostanza alla nostra società piuttosto che con valutazioni intrinseche. Ci abbiamo messo alcuni secoli a comprenderlo, e altri ancora a trasformarlo in principio a base della nostra società, e chissà quanto tempo servirà ancora per intuirne le implicazioni profonde.

Questo software sociale gira grazie a un hardware molto pesante – celato sotto gli oceani o sulla stratosfera – che oggi ci ha messo nella condizione di creare ricchezza semplicemente volendolo. Almeno finché tutti ci credono. Questo apre scenari inusitati al nostro sviluppo: inebrianti – si pensi alla volontà di potenza celata nei bilanci delle banche centrali – quanto pericolosi. Anche per questo viviamo in tempi interessanti.

Ma qui non si tratta di fare filosofia, piuttosto di osservare come le tendenze della storia emergano sulla superficie della cronaca, che della storia è uno squisito travestimento. E per osservare i fatti recenti del fintech si può utilizzare un bel riepilogo contenuto nell’ultima quarterly review della Bis.

Poiché l’economia è scienza innanzitutto quantitativa, vale la pena partire da qui. Nulla fotografa lo straordinario sviluppo del Fintech quanto la circostanza che in poco più di un decennio le aziende che operano in questo settore abbiano raccolto più di un trilione di dollari di equity, frutto di circa 35.000 accordi, mutando anche la loro composizione. Da settore parecchio concentrato ad ecosistema popolato da animali di varia taglia. Ossia la miglior prova possibile di un ecosistema in crescita.

Il Venture capital (VC) ha contribuito significativamente a questo sviluppo, consentendo al capitale raccolto per il Fintech di raggiungere il 5% del totale (dato 2020) rispetto all’1% di dieci anni prima. Questa crescita si è accompagnata a una notevole diversificazione dei deals: il Fintech ha fatto capolino un po’ ovunque anche se gli Usa, l’Ue, l’UK e la Cina rimangono i principali attori di questo processo.

Quanto ai segmenti di mercato, quelli più gettonati sono le criptocurrency&blockchain e big data&intelligenza artificiale. E questo ci riporta alle premesse. La finanza non solo diventa sempre più immateriale, ma cerca il sacro graal dell’algoritmo perfetto che le consenta di prosperare senza più il fastidio di pagare le ferie a troppe persone.

Il futuro ci dirà cosa sarà di questa pulsione. Intanto contentiamoci di osservare che il fintech prospera – nel senso che raccoglie più capitale – nei paesi che hanno una regolazione più avanzata, oltre a un settore finanziario più evoluto e una maggiore capacità di innovazione. E’ roba da ricchi, insomma, che studiano come diventarlo ancor di più.

Un’ultima considerazione ci fornisce ulteriori elementi di riflessione: l’attività di venture capital, nella fase iniziale della ricerca di funding, tende ad incrementarsi se si verificano operazioni di fusione&acquisizione nel settore stesso che coinvolgano grandi banche, al contrario di quello che accade quando questa operazioni coinvolgono le Big Tech. “Questo – scrive la Bis – suggerisce che, cercando spesso di sfruttare
sinergie con le fintech, le banche potrebbero stimolare la formazione di fintech. Le Big Tech, al contrario,
che sono spesso in diretta concorrenza con le fintech, potrebbero ostacolare il loro sviluppo scoraggiando gli utenti dall’entrare nelle reti di concorrenti alle prime armi”.

Detto diversamente Il futuro del Fintech dipende assai più dai poteri finanziari tradizionali che da quelli emergenti. E questo dovrebbe farci riflettere. Le grandi banche impugnano il fintech per difendere il loro business dalla concorrenza delle Big Tech, che lo usano nativamente per fare concorrenza alle banche o, quantomeno assomigliargli. Chiunque vinca, noi siamo la posta.

La moneta digitale di banca centrale diventa “internazionale”


Un piccolo grande successo, si potrebbe dire osservando il primo esperimento di trasferimento di fondi trans-frontaliero di una moneta digitale di banca centrale fra diversi istituti presentato dalla Bis di Basilea. Forse è esagerato scomodare la storia, ma solo perché il tema è esotico e quindi necessariamente poco popolare. E tuttavia il fatto è rilevante: per la prima volta si è verificato un passaggio di monete digitali di banche centrali (Central bank digital currency, CBDC) – utilizzando una blockchain (Distributed Ledger Technology, DLT), in pieno spirito Bitcoin.

Il test ha permesso a “tre banche centrali partecipanti di controllare il flusso della loro CBDC e per monitorare le transazioni e i saldi della loro CBDC emessa”, spiega la Bis. E il buon esito dell’esperimento ha dato il via a una nuova fase – la terza di un progetto iniziato anni fa – che si propone di arrivare a un network pronto all’uso da mettere a disposizione delle banche centrali in open source”.

La prima fase di questo progetto aveva coinvolto la Hong Kong Monetary Authority (HKMA) e la Bank of Thailand (BOT) – Project Inthanon-LionRock – e si era conclusa a gennaio del 2020. Sono stati necessari altri diciotto mesi per arrivare alla fase due, che coinvolge altri soggetti, mentre non è ancora chiaro quanto tempo servirà per completare la fase 3.

Rimane il punto: trasferire fondi fra paesi, utilizzando CBDC su una DLT, diventerà un’opportunità troppo seducente per non essere presa in considerazione. Non a caso Benoît Cœuré, Capo del BIS Innovation Hub, parla del prototipo come “parte dei nostri sforzi per progettare la tecnologia CBDC”.

A rendere interessante l’operazione, la semplice ragione che il trasferimento si è svolto in una manciata di secondi a fronte dei giorni normalmente necessari per un pagamento trans-frontaliero con i sistemi attuali. E per giunta a costi dimezzati.

C’è anche un altro motivo: l’esperimento è frutto di una collaborazione istituzionale fra il BIS innovation hub di Hong Kong, l’autorità monetaria di Hong Kong, la Banca centrale Thailandese, il Digital currency Institute della People’s Bank of China e della Banca centrale degli Emirati Arabi Uniti. Una collaborazione sicuramente originale, per il significato anche politico che gli si può attribuire.

Le motivazioni tecniche per questa evoluzione sono ovviamente numerose. Il prototipo di multiple Central Bank Digital Currencies (mCBDCs) “ha dimostrato il potenziale dell’utilizzo delle valute digitali e della tecnologia DLT per pagamenti e regolamenti transfrontalieri in tempo reale, più economici e più sicuri”. La piattaforma, peraltro, funziona sette giorni su sette 24 ore al giorno. Per dirla con le parole di Bénédicte Nolens, responsabile del BIS Innovation Hub, di Hong Kong, “pagamenti all’ingrosso transfrontalieri più rapidi ed economici, anche verso giurisdizioni che non beneficiano di un vivace sistema bancario di corrispondenza, sarebbero positivi per il commercio e lo sviluppo economico”.

Vale la pena ricordare che questa di “internazionalizzazione” di una CBDC non nasce per un colpo di genio di alcune banche centrali – o almeno non solo – ma fa parte di un preciso mandato del G20 per creare “pagamenti transfrontalieri più economici, più rapidi e più resilienti”. Quindi non è un evento spot, ma una precisa straegia che parte da lontano e che condurrà a un sostanziale cambiamento dell’ecosistema finanziario che ruota attorno ai pagamenti internazionali, ma non solo.

L’indicazione del G20, infatti, si inserisce nel più ampio scenario che vede sempre più banche centrali impegnate nello sviluppo di monete digitali, un oggetto che solo di recente ha iniziato a far breccia presso l’opinione pubblica grazie al notevole lavoro di divulgazione e di analisi fatto proprio dalle banche centrali.

Le banche centrali non solo hanno contribuito a spiegare e studiare il fenomeno, ma hanno espresso un numero crescente di posizioni favorevoli all’adozione di queste tecnologia, che rischia di cambiare in maniera sostanziale il sistema dei pagamenti e quello finanziario.

Così siamo arrivati ad oggi. Tutte le principali giurisdizioni stanno lavorando alla costruzioni di una moneta digitale di banca centrale. Alcuni paesi più piccoli, come la Giamaica, hanno annunciato anche di recente di essere pronti al varo. Mentre fra i paesi grandi, la Cina – che partecipa all’esperimento di pagamento transfrontaliero – già da tempo sperimenta un e-yuan in alcuni contesti cittadini e si prepara anche a un utilizzo mirato di moneta digitale in occasione delle prossime olimpiadi invernali del 2022.

E’ presto per dire che nulla sarà più come prima, dopo il test di mCBDC. Ma che quel momento arriverà, ormai pochi ne dubitano, fra coloro che seguono queste vicende. Il problema è capire come verrà gestita questa transizione. Il rischio che tutte le banche centrali hanno presente è di “disintermediare” troppo le banche commerciali, finendo col tagliarle fuori dai sistemi di pagamento. Cosa che nessuno vuole, e in primis proprio le banche centrali che non sono certo attrezzate per gestire la clientela retail. Per questo fra le varie ipotesi circolate in questi mesi nell’eurozona, è emersa quella di limitare solo a un importo dato la somma in moneta digitale a disposizione di ogni soggetto economico. E poi ovviamente ci sono in ballo difficili questioni legate alla privacy. Ma si tratta di difficoltà superabili. Il processo per la “digitalizzazione” del contante ormai è ben avviato. Dove ci condurrà è tutta un’altra storia.

La Bri di Basilea benedice le monete digitali “statali”


Visto che anche la Bce ha deciso di lanciare il suo progetto per la sperimentazione di un euro digitale, vale la pena osservare che ormai da diverso tempo le monete digitali di banca centrale sono un pallino della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea. Proprio poche settimane fa la preferenza della Bri per lo sviluppo di una CBDC (central bank digital currency) si è chiaramente palesata con la pubblicazione di uno dei capitoli del rapporto annuale della banca, che già dal titolo – “CBDC, un’opportunità per il sistema monetario” – rivela l’opinione della Banca.

Un’opinione, però, che ha il pregio di essere fondata su robusti dati di fatto e su un’attività di ricerca che ormai dura da diversi anni, duranti i quali la Banca ha offerto materiale di prim’ordine agli osservatori che guardano a questo processo che non è esagerato definire storico. Le CBDC, infatti, come abbiamo scritto più volte, rappresentano un’evoluzione difficilmente eludibile del sistema finanziario se i governi vogliono continuare a mantenere la moneta come bene pubblico e soprattutto vogliono continuare a basare il sistema finanziario sul duopolio fra banca centrale e banca commerciale, a fronte di una crescente invasività della moneta privata, nel senso di privatamente emessa di entità non bancarie, nel sistema monetario internazionale.

Fatta la premesse, vale la pena leggere con attenzione la trentina di pagine pubblicate dalla Bis, che contengono un ottimo riepilogo non solo dello stato dell’arte, ma anche delle caratteristiche “consigliate” di questo strumento che vede un consenso crescente fra i banchieri centrali. Purché, ovviamente, siano costruite con la consapevolezza di dover non solo conservare, ma rafforzare il sistema esistente.

Non a caso i ricercatori della Banca scrivono che “le CBDC aprono un nuovo capitolo per la moneta basata sulla fiducia nelle banche centrali” e al tempo stesso che “per un funzionamento ottimale, le CBDC devono essere parte di un sistema a due livelli, dove la maggior parte delle attività rivolte al cliente è svolta dalle banche e da altri fornitori di servizi di pagamento”. Traduzione: le CBDC, se ben disegnate, serviranno non solo a rafforzare la capacità delle banche centrali di generare fiducia, ossia il sentimento alla base della costruzione razionale del nostro sistema finanziario, ma anche il ruolo delle banche commerciali di interfaccia col pubblico. Non più da sole, e questa è già il segno della novità, ma con “gli altri fornitori di servizi di pagamento”. Passaggio anche questo ineludibile. Chiunque abbia mai fatto un acquisto col proprio credito telefonico, essendo magari sprovvisto di un conto corrente bancario, capirà il riferimento.

Il punto più interessante, tuttavia, è un altro: “Il modello più promettente per un uso corrente è una CBDC costruita su uno schema di identità digitale, che salvaguardi la riservatezza dei dati e allo stesso tempo offra protezione contro le attività illecite, e potenzialmente semplifichi i pagamenti transfrontalieri”. Che significa? In sostanza questo modello consente di agganciare la moneta al suo portatore, a differenza di quanto accade oggi con le banconote. Aldilà delle questioni di privacy, che sicuramente verranno analizzate e garantite, questo suggerimento va nella direzione di una crescente trasformazione digitale del cittadino in user, che così tante discussioni è destinata ad alimentare in futuro, anche per i timori, più o meno sensati, di derive distopiche.

Chiaramente la Bri non si occupa di questo aspetto, squisitamente sociologico. Il punto saliente, come sottolinea il capo della ricerca della Bri, Hyun Song Shin, è che “le CBDC sono un concetto che è giunto il momento di realizzare. Esse aprono un nuovo capitolo per il sistema monetario fornendo una rappresentazione tecnologicamente avanzata della moneta di banca centrale. Nel fare ciò, preservano le caratteristiche fondamentali della moneta che solo una banca centrale può fornire, e che sono ancorate al fondamento della fiducia nella banca centrale”.

Quanto all’identificazione dello user di denaro digitale, il modello proposto dalla Bri prevede l’autentificazione dell’utilizzatore del denaro digitale per l’accesso ai fondi. Come facciamo adesso quando facciamo un pagamento bancario sul canale internet della nostra banca, ma con la differenza che i dati della transazione rimarrebbero sui server della banca centrale che, non essendo un’entità di mercato ma “pubblica” dovrebbe garantire che questi dati non vengano sfruttati commercialmente.

Il punto però rimane: tolta dal tavolo l’ipotesi di sfruttamento commerciale delle informazioni generate dall’accesso al servizio, rimane il fatto che questo informazioni vengono registrate e rimangono quindi a disposizione delle autorità che hanno il potere di farne qualcosa. Si ripropone, insomma, il solito dilemma fra la libertà/anonimato, garantita dalla circolazione cartacea delle banconote e la potenziale distopia che può generarsi in un sistema dove ogni movimento finanziario è di fatto registrato da qualcuno. Che questo qualcuno sia una banca centrale rassicurerà solo coloro che pensano che queste entità vivano sulla luna.

Se torniamo alle questioni tecniche, la premessa d’obbligo è che c’è una domanda crescente di pagamenti digitali, che la pandemia ha solo intensificato, cui si associa una crescente attività e ricerca delle banche centrali sul tema della CBDC.

Quest’evoluzione è andata di pari passo con quella della diffusione della criptovalute, Bitcoin in testa, e soprattutto delle stablecoin emesse dai grandi giganti di internet. Le due cose insieme lasciano immaginare che il futuro del sistema dei pagamenti sarà sempre più affidato a transazioni smaterializzate, che però non sono ancora efficienti dal punto di vista economico. Infatti, “nonostante decenni di progresso tecnologico che ha drasticamente ridotto il prezzo delle apparecchiature di comunicazione e della larghezza di banda, il costo delle tradizionali opzioni di pagamento digitale come carte di credito e di debito rimane alto e supera ancora quelle dei contanti”. Questi costi non sono visibili dai consumatori, ma vengono caricati sui rivenditori, che perciò hanno pochi incentivi a servirsene o magari possono essere tentati di scaricarli sui consumatori alzando i prezzi di beni e servizi.

Questo è solo uno dei tanti motivi che motivano la razionalità delle CBDC. Ne abbiamo esplorato altri, ad esempio i pagamenti transfrontalieri. Ma il punto saliente è quello che ricordavamo all’inizio: il mantenimento dello stato pubblico della moneta, pur nella consapevolezza che ormai in larga parte viene emessa privatamente. La logica del sistema proposto dalla Bis si capisce agevolmente osservando il grafico sotto.

Quanto alle varie forme di questa moneta digitale, il grafico a seguire aiuta a chiarire le opzioni.

La preferenza della Bri, lo abbiamo detto, va a una CBDC “identificabile” in quanto prevede l’autentificazione del portatore in luogo di una “tokenizzabile” che può essere anonima. Ossia come sono adesso le banconote, che incorporano il valore e sono al portatore e non nominative.

Ma a bene vedere questo è solo un dettaglio, anche se rilevante. Così come il ruolo che una CBDC può svolgere nei pagamenti transfrontalieri. Qui entrano in gioco variabili che non sono più soltanto tecnico-finanziarie o sociali, ma si entra nell’orbita della geopolitica. Una certa CBDC può provocare un effetto di “currency substitution” che può avere effetti deleteri in alcuni paesi con danno per “la stabilità finanziaria e la sovranità monetaria”- E’ quello che gli economisti chiamano “dollarizzazione”, che si verifica anche in ambito di moneta “analogica” quando in un paese si usa una valuta estera, di solito il dollaro per il suo status internazionale, al posto di quella interna, che magari è soggetta a una crisi di fiducia a causa di un’inflazione elevata. Nel caso di una CBDC, l’effetto sostituzione potrebbe essere provocato anche dalla semplice disponibilità di una valuta digitale che entri a gamba tesa nel sistema dei pagamenti nazionali per la semplice ragione che è semplice, comodo ed economico usarla. E questo non vale solo per le valute pubbliche. Vale anche, in teoria, per una stablecoin.

Insomma, c’è moltissimo da sapere a ancora di più da considerare. Intanto è una buona idea iniziare a ragionarci sopra. Perché il futuro è già arrivato. Solo che ancora non ce ne siamo accorti.

La digitalizzazione cambia il gioco della moneta


Chi volesse rapidamente farsi un’idea di come la tecnologia sta cambiando le consuetidini secolari che soggiacciono al complesso mondo della moneta, può sfogliare la trentina di pagine pubblicate dalla Bis che sono un ottimo punto di partenza per addentrarsi nel ginepraio di questioni sollevate dalla digitalizzazione della moneta. Ne abbiamo parlato molte volte in queste pagine, ma vale sempre la pena riepilogare visto che, piaccia o meno, il tema delle valute digitali accompagnerà sempre più la nostra vita quotidiana.

Il punto centrale da tenere presente è che le monete digitali – che non bisogna confondere con la moneta elettronica che usiamo ogni giorno con le carte di credito o di debito – consentono pagamenti peer to peer – modello bitcoin per intenderci – senza bisogno di passare per il sistema dei pagamenti gestito dalle banche centrali e da quelle commerciali. Per questo “l’avvento di queste nuove monete può riconfigurare la natura della competizione monetaria”. E se si ricorda che al questi strumenti saranno i “cardini centrali” delle grandi piattaforme di importanza sistemica “che trascendono i confini nazionali”. allora si comprende che la competizione monetaria ha a che fare con la riconfigurazione dello spazio politico, che vede sempre più opporsi le nazioni territoriali a quelle digitali che stanno emergendo dalla cloud.

Se osserviamo la questione delle monete digitali da questa prospettiva emerge subito chiaro che gli aspetti tecnici, che sono numerosi e anche complessi, non dovrebbero scoraggiarci dal capire meglio quello che vi si agita sotto. Come ricorda lo studio Bis, in Cina i digital wallet di WeChat e Alipay sono arrivati in cima al sistema dei pagamenti nazionali – e questo spiega un certo nervosismo politico da parte del governo – in Africa, ne abbiamo parlato anche qui, M-Pesa e Safaricom sono realtà consolidate nei pagamenti, mentre Facebook sta ancora lavorando alla sua Libra, che adesso si chiama Diem, che la prima stablecoin che potrebbe giocare un ruolo innovativo nell’ecosistema digitale, essendo agganciata a monete ufficiali.

Soprattutto, le moneta digitali potrebbero favorire la costituzione di “Digital currency areas” (DCA) che funzionano all’interno di un network, “piuttosto che in un paese specifico”. In sostanza il perfetto trasferimento di poteri dal territorio alla cloud. Con l’aggravanete che una moneta digitale siffatta potrebbe creare rischi notevoli, sia per le economie avanzate che per quelle emergenti, si “dollarizzazione digitale”, ossia che i paesi possano utilizzare la moneta digitale anche per le loro transazioni interne, un o’ come accade nei casi di dollarizzazione, eprò analogica, in molti paesi.

Il fatto che si usi l’espressione “digital dollarization” per connotare questo fenomeno non è certo casuale. La dollarizzazione di molte economie è la prova del peso specifico della valuta statunitense nell’economia internazionale. Se questo ruolo finisse con l’essere svolto da una valuta digitale, significherebbe che l’America l’ha perso. Il nuovo dollaro sarebbe una valuta digitale emessa da qualcun altro. E non è affatto detto che sia uno stato-nazione.

Se la moneta “privata” diventa privata davvero


Una bella allocuzione di un banchiere centrale britannico pone la questione delle monete digitali sotto una luce diversa dal solito. Merita di essere raccontata perché, aldilà della tecnicalità, ha a che fare con il modo in cui si pensa debba essere organizzata la moneta, ossia la società. La domanda è chiara già dal titolo: “Abbiamo bisogno di una moneta pubblica?”

La risposta presuppone già una conoscenza alquanto articolata di come funzioni adesso il meccanismo che regge la moneta, che il banchiere riepiloga brevemente: in sostanza la moneta che usiamo è una creatura metà pubblica e metà privata, nel senso che viene cogestita dal duopolio banca centrale/banca commerciale, con la prima ad emettere la moneta fisica – le banconote – e le riserve di banca centrale, e la seconda a fornire la moneta cosiddetta bancaria che giace nei depositi. Moneta che il nostro banchiere, a rischio di generare qualche equivoco, chiama “moneta digitale”, quando forse sarebbe più chiaro chiamarla moneta elettronica, per non confonderla con le monete digitali di banca centrale alle quali abbiamo dedicato numerosi approfondimenti.

Ma forse l’uso un po’ ambiguo del termine digitale per la moneta elettronica è voluto. Perché se si dice che la moneta bancaria è già in larga parte digitale, mentre quella delle banche centrali non ancora, si capisce che non è tanto la forma della moneta – digitale versus analogica – il tema dell’intervento del banchiere britannico, ma la sua titolarità.

Il succo dell’argomento è molto semplice. Nel tempo, “la convenienza, specie a causa dell’e-commerce – ha spinto la domanda pubblica di moneta digitale. Come risultato l’uso di moneta pubblica nella forma di cash fisico è stata declinante”. Traduzione: le persone usano sempre più moneta elettronica/digitale di provenienza privata, ossia bancaria, e sempre meno banconote, ossia moneta di banca centrale. Quindi si fa sempre uso di moneta privata invece di moneta pubblica. Fra le altre cose, il banchiere osserva che in UK ormai la moneta bancaria “privata” pesa il 95% del totale della moneta in circolazione e che solo il 23% degli scambi quotidiani viene regolato in moneta fisica pubblica, ossia in contanti. Dieci anni fa era il 60%.

E’ un problema? Affatto: il nostro sistema attuale si basa proprio sul rapporto virtuoso fra le due entità bancarie che si sono distribuite nel tempo i compiti: la banca centrale, con la sua credibilità, garantisce il valore della moneta. Le banche commerciali che emettono moneta privata accettano la regolazione imposta dal governo per garantire la loro robustezza e possono contare sulla banca centrale non solo per regolare le loro transazioni interbancarie, ma anche come cassaforte a cui attingere in caso di stress.

Il governo dal canto suo ha pure creato degli strumenti di assicurazione sui depositi che tutelano il risparmiatore dai rischi che possono derivare da un uso spericolato della moneta privata da parte delle banche. “Privata” di diritto, più che di fatto, si potrebbe dire.

Il sistema, che ci ha messo vari secoli a prodursi, funziona talmente bene che nessuno che non sia un addetto ai lavori ha mai notato la differenza fra la moneta pubblica delle banca centrale e quella privata delle banche commerciali, per la semplice ragione che il sistema di garanzie attorno alla moneta privata l’ha resa pubblica quanto agli effetti. Per il cittadino normale un euro è un euro, e non c’è nessuna differenza fra la moneta fisica che tiene in tasca e quella che deposita sul conto corrente.

Il problema nasce nel momento in cui ai due protagonisti di questi gioco secolare si sono aggiunti altre entità che tendono a promuovere un nuovo tipo di moneta, facendo quindi scivolare la preferenza del pubblico sempre più verso la moneta privata, ma stavolta privata sul serio: un bitcoin o una stablecoin non hanno né una banca centrale che agisce da backstop quando necessario né uno strumento di tutela dei depositi. Sono monete finché esiste la fiducia nei loro confronti – una fiducia che nessuno garantisce a livello istituzionale – e che diventano un normale asset di investimento quando la fiducia cessa. Si pensi alla volatilità di Bitcoin.

Questa tendenza verso una crescente privatizzazione della moneta, che alcuni decenni fa diede origine a un libro molto interessante di Von Hayek, motiva la domanda che titola l’intervento del banchiere britannico. Chi propone questa moneta privata, peraltro, non è una banca, e tantomeno una banca centrale, che è espressione di un un governo, ma quelle compagnie private multinazionali, che operano nell’Hi tech che abbiamo chiamato altrove Nazioni globali. “I loro modelli di business – dice – sono molto diversi da quelli delle banche: molti non hanno alcun interesse fornire credito, ma piuttosto cercano di integrare nuove forme di denaro nei loro servizi basati sui dati”. Il tema è ampiamente discusso, e non serve tornarci qui.

Ma se l’uso del cash diminuisce sempre più, e quindi si usa sempre meno moneta pubblica a vantaggio di quella privata dovremmo preoccuparcene oppure no? Per dirla con le parole del banchiere, “perché lo stato dovrebbe essere coinvolto nell’emissione di denaro al pubblico in concorrenza con il settore privato? Lo stato non ha smesso di fornire elettricità direttamente o acqua al pubblico nel Regno Unito? Perché dovrebbe fornire denaro?” La domanda è intrigante, visto che viene costantemente celata nel dibattito sulla fornitura di moneta digitale di banca centrale.

La risposta parte dalla considerazione che la decisione di uno stato se emettere o no moneta pubblica non dovrebbe essere condizionata dal fatto che se ne usa sempre meno. E questo già contiene in nuce la risposta completa. Perché contiene il pensiero che la moneta, che decida di emetterla o meno, è una funzione di stretto appannaggio della sovranità nazionale, come d’altronde insegna la teoria politica sin dall’inizio dell’età moderna. Un governo può affidare a una banca privata l’emissione di moneta, come fece il sovrano inglese con la Banca d’Inghilterra alla fine del XVII secolo, ma si tratta di una concessione di un diritto che rimane sovrano.

Ma di tutto questo il nostro banchiere non parla. Per adesso, dice, “in UK non si è presa alcune decisione sull’introduzione di una moneta digitale di banca centrale”, anche se le cronache evidenziano chiaramente quale sarà il peso specifico del governo britannico in questa decisione.

Ma se togliamo per un momento dal tavolo l’argomento politico – che comunque ha un peso rilevante – ci sono anche questioni tecniche che devono essere prese in considerazione contemplando la decisione se emettere o no una valuta digitale. Per dirla diversamente: l’assenza di una moneta pubblica ha effetti sulla stabilità finanziaria?

Il succo della risposta è sostanzialmente sì. Il motivo è resto detto: una moneta privata non può essere convertita in moneta pubblica – leggi banconote – se la moneta pubblica non esiste. E soprattutto una banca potrebbe non essere in grado di farlo se non fosse regolata dallo stato e non avesse alle spalle una banca centrale – che ricordiamo emette moneta pubblica sotto forma di riserve. Ciò per dire che il ruolo della moneta pubblica non è semplicemente quella di essere scambiata fra i soggetti economici, ruolo declinante come abbiamo detto, ma è quello di svolgere una funzione di stabilizzazione finanziaria simboleggiando il ruolo dello stato nel sistema. Chi mastica storia economica avrà memoria dei numerosi bank run fra il XVIII e XIX secolo, quando il sistema attuale era in corso di formazione.

Se questa considerazione vale per la moneta “privata” delle banche commerciali, figuriamoci per quelle delle Big Tech, che non sono neanche banche e quindi non hanno né regolazione, né banca centrale che li stabilizzi. Hanno però un notevole potere attrattivo verso i consumatori, che molto facilmente possono venire catturati dalla ragnatela di una piattaforma informatica.

E questo ci conduce al secondo elemento tecnico che la banca centrale – ossia il governo – ha tutto l’interesse a presidiare: il sistema dei pagamenti. Le piattaforme entrano in competizione con il sistema dei pagamenti tradizionali, cheproprio come la moneta, si regge sul duopolio fra banca centrale e banca commerciale. Le monete digitali hanno la potenzialità di migliorare notevolmente l’efficienza del sistema dei pagamenti, specie a livello trans-frontaliero, che poi in larga parte è il livello dove operano le piattaforme. Non a caso la Bis sta lavorando con un sistema di banche centrali a un progetto per migliorare l’infrastruttura di questi pagamenti.

Infine, ci sono questioni minori, ma non meno importanti, che motivano l’esistenza di una moneta pubblica: l’inclusione, ad esempio. Per usare le banconote non serve né un conto corrente né uno smartphone, al contrario di ciò che occorre con una moneta digitale. Al momento in UK vi sono 1,2 milioni di persone che non hanno conti correnti: come dovrebbero svolgere le loro transazioni se non ci fosse il contante? E poi ci sono le questioni di privacy, ovviamente. Una moneta elettronica è sempre identificabile. Una banconota mai.

Rimane il problema: non possiamo facilmente fare a meno di una moneta pubblica, ma ne facciamo sempre più a meno, e “le nuove tecnologie e l’ingresso di nuovi player è probabile rinforzino questi trend”. La moneta pubblica rischia di diventare il fantasma di quella privata. A meno che i governi non decidano di rilanciare. Non hanno ancora deciso. Ma ci pensano molto.

Cartolina. Central bank digital China


Dopo aver letto Fabio Panetta dire che la Bce potrebbe emettere un euro digitale nell’arco di cinque anni – ci stanno ancora studiando perché la cosa è complicata – e aver osservato l’aggiornamento globale pubblicato dalla Bis sullo stato di attuazione di questi progetti nel mondo, mi sono convinto di essere vittima di un equivoco. Non è central bank digital currency, la declinazione dell’acronimo CBDC. E’ central bank digital China. Meglio saperlo.

La Bce spiega la ri(e)voluzione della moneta digitale


Un bell’intervento di Fabio Panetta ci aiuta a fare altri piccoli utili passi in avanti nella comprensione dello straordinario processo iniziato dalla Bce e dalle altre banche centrali per la creazione delle monete digitali di banca centrale (CBDC, central bank digital currency). Processo dall’esito incerto, almeno a parole, – Panetta ha più volte sottolineato che la decisione sull’emissione dell’euro digitale ancora non è stata presa – ma sul quale pochi dubitano: l’euro digitale si farà per la semplice ragione che non si può fermare il progresso.

Non a caso l’intervento comincia ricordando come in passato “le innovazioni in campo monetario hanno sfidato e alterato la struttura dei sistemi finanziari”. Accadde con le banconote, che già dal secolo XVII giravano per i paesi con fortune alterne, prima di diventare una nostra abitudine consolidata. E poi anche con i depositi bancari, ovvia consuetudine per noi e i nostri padri, ma innovazione molto discussa e destabilizzante nel secolo XIX, quando divennero uno strumento diffuso.

L’euro digitale, ossia una sorta di banconota virtuale, non è meno complesso da immaginare, quanto agli effetti sulle consuetudini e la stabilità sistemica. Proprio come le banconote e i depositi di una volta, una moneta digitale di banca centrale, che sarebbe una moneta di banca centrale diversa da quelle che siamo abituati a conoscere, porta con sé rischi e opportunità in eguale misura, che devono essere valutate e temperate il più possibile per arrivare a trasformare questa innovazione in un miglioramento della vita per tutti.

Panetta sottolinea che la Bce è al lavoro proprio su questo, e che a quest’esito contribuiranno le varie attività messe in campo – a cominciare dalla survey ormai conclusa per chiedere a tutti i settori economici dell’unione monetaria opinioni e suggerimenti – per svolgere un’analisi quanto più possibile compiuta. Ma proprio la storia ci dice che non è possibile prevedere tutto. L’euro digitale si farà, ma le conseguenze rimangono celate nel futuro.

Quello che sappiamo è che in un contesto crescente di domanda di pagamenti digitali, che vede emergere il ruolo di provider di servizi di pagamento esteri, le banche centrali sono in qualche modo costrette a partecipare al gioco “per mantenere la moneta come un bene pubblico”. Perché questo è il livello della sfida, non altro. E se ricordiamo quanto tempo c’è voluto per affermare il concetto di moneta come bene pubblico, capiamo anche perché sia così importante tutelarlo nel momento in cui giganti tecnologici, già ricchi di dati personali, lavorano per imporre una loro moneta privata.

Detto ciò, rimangono le questioni puramente tecniche, che poi finiscono sempre per divenire politiche, essendo – appunto – la moneta un bene pubblico. “Paradossalmente – dice – un euro digitale può avere troppo successo. Se non venisse progettato bene, la sua maggiore forza, sicurezza e liquidità potrebbe avere effetti sula stabilità finanziaria e monetaria”.

Non serve granché per capire le ragioni di questa affermazione. Un denaro digitale di banca centrale può facilmente spiazzare il denaro di origine bancaria – tipicamente quello dei depositi – proprio come una banconota, specie in tempi di crisi, ha più successo di un investimento finanziario o di un deposito bancario. L’istinto della tesaurizzazione può trovare di che alimentarsi facilmente e a buon mercato con le banconote digitali, che non richiedono neanche particolari accorgimenti per essere custodite – a differenza di quanto accade adesso per le banconote – avendo a disposizione un wallet magari custodito presso la banca centrale.

Ecco uno dei tanti problemi. E a cosa si riferisce Panetta quando parla della necessità di progettare bene questa innovazione. Ad esempio imponendo un limite massimo di euro digitali che ogni persona può conservare. Senza dimenticare che il sistema attuale di gestione della moneta non può fare a meno della collaborazione delle banche commerciali. L’idea che i cittadini abbiano rapporti diretti con la banca centrale non è proponibile, a meno di non rivoluzionare il sistema. Cosa che nessuno, a cominciare proprio dalle banche centrali, vuole.

Serve un’evoluzione, piuttosto che una rivoluzione. “Un euro digitale dovrebbe essere un mezzo di pagamento efficiente, a livello nazionale e internazionale. Ma soprattutto, al fine di preservare la stabilità, dovrebbe essere progettato in modo da impedirne l’utilizzo come una forma di investimento”.

Ma anche qui, aldilà delle soluzioni tecniche che si andranno ad elaborare, è ovvio che esiste sempre il rischio che il coniglio fugga dal cappello. Proprio la storia delle innovazioni monetaria ci racconta che gli apprendisti stregoni della moneta hanno dovuto, prima o poi, fare i conti con le forze che hanno scatenato con la loro fervida immaginazione, e che servono decenni, se non secoli, per digerire.

L’euro digitale si farà, nel medio periodo, ma gli effetti di lungo termine sono ignoti. La buona volontà dei banchieri centrali, e il loro impegno, non potrà evitare effetti indesiderati. Il primo dei quali sarà proprio il fatto che l’evoluzione della moneta da loro intrapresa condurrà inevitabilmente in una rivoluzione. Che lo vogliano o no.

Monete digitali, scendono in campo le Sette (banche) Sorelle


Se per un momento guardassimo la direzione anziché il dito, potremmo ipotizzare che l’importanza del primo rapporto pubblicato dalla Bis sulle valute digitali, che analizza i principi fondativi di questo strumento e le sue caratteristiche non sta tanto nei contenuti, utili e molto informativi, ma nel fatto che questo testo racchiuda gli sforzi di sei banche centrali, oltre ovviamente alla Bis, alle quali di recente si è aggiunta anche la settima, ossia la Fed. E questo è il secondo motivo che rende il testo di una certa importanza.

In sostanza quella che con qualche suggestione abbiamo chiamato l’internazionale dei banchieri centrali, con la Bis nel ruolo di punta della lancia, ha trovato nella missione della moneta digitale di banca centrale (central bank digital currency, CBDC) un motivo più che sufficiente per stringere i ranghi, a dimostrazione di quanto questa innovazione sia rilevante, anche per far fronte allo sviluppo crescente delle Global stable coin, che sono valute digitali ma di provenienza privata, che sembrano voler mettere in discussione il ruolo (e la gestione) squisitamente pubblici della moneta.

Ci torneremo. Ma intanto la circostanza che pure la Fed partecipi al gioco lascia capire che, aldilà di come le singole giurisdizioni sceglieranno di implementare la CBDC – sul fatto che lo faranno ci sono pochi dubbi – anche la banca centrale americana voglia condividere con le sue banche centrali “sorelle” i principi costitutivi di questo nuovo strumento, aderendo a uno standard che andrà a definirsi compiutamente nei dettagli nei prossimi mesi. Senza fretta però. Perché come ha detto di recente il presidente della Fed, Jerome Powell, “non importa arrivare primi, ma fare le cose per bene”.

Gli osservatori, anche quelli più distratti, non potranno far a meno di notare in questo proliferare di paper, convegni e articoli – lo stesso giorno del paper della Bis anche la BoJ ha pubblicato un suo testo – una certa improvvisa accelerazione.  Pochi giorni fa anche il Fmi ha dato il suo contributo. E tutto ciò non può che sorprendere. Un tema fino a un anno fa estremamente esotico e confinato nelle osservazioni di pochi curiosi, oggi diventa quasi popolare.

Inevitabile chiedersi quanto ciò di questa accelerazione sia dovuto all’annuncio della Banca centrale cinese di avere avviato già da qualche tempo i passi necessari a lanciare uno yuan digitale, e ai timori che questo ha determinato fra i regolatori. Specie adesso che lo yuan digitale sta iniziando a circolare sul serio presso il pubblico cinese. E poi c’è la pandemia, che ancora imperversa. I vari lockdown hanno già stimolato, e probabilmente lo faranno anche in futuro, l’uso di strumenti immateriali per i pagamenti. Quindi il momento è propizio per impostare nei dettagli una tecnologia che fisserà la fisionomia del sistema dei pagamenti del futuro.

Per questo vale la pena spendere un po’ di tempo e leggere la ventina di pagine del rapporto Bis e delle sue sette sorelle (Bank of Canada, European central Bank, Bank of Japan, Sveriges Riksbank, Swiss National Bank, Bank of England, Fed). Servirà se non altro a farsi un’idea di quello che ci aspetta una volta che la moneta digitale inizierà a circolare sul serio nei nostri portafogli. O, per meglio dire, wallet.

Fatte le dovute premesse – il mondo che cambia, il Covid che ha fatto crescere i pagamenti dematerializzati, eccetera – il punto centrale è che “una CBDC può fornire una moneta complementare di banca centrale che supporti un sistema dei pagamenti domestico diverso e più resiliente. Inoltre può offrire opportunità non accessibili con il contante mentre supporta l’innovazione”. Fra le premesse ci sta anche il fatto che mentre ogni banca dovrà valutare se e come emettere la valuta digitale, ci sono alcuni principi condivisi che bisogna sottolineare: una banca centrale non deve compromettere a stabilità finanziaria emettendo CBDC; una CBDC deve coesistere con le altre forme di moneta in circolazione; una CBDC deve promuovere l’innovazione e l’efficienza.

Dette così, sembrano cose del tutto ovvie. Ma se si guarda in profondità si comprendere che così non è. Evidenziare l’importanza della coesistenza della moneta digitale con gli altri strumenti di pagamento significa non solo dichiarare l’importanza della moneta analogica – le vecchie banconote – ma anche della moneta bancaria, nella sua varie sfaccettature.

Altra scelta di campo importante da sottolineare, contenuta nel rapporto, è che la moneta digitale sia utilizzabile non soltanto dagli intermediari finanziari ma anche dal grande pubblico. Una moneta per tutti, e per tutti i giorni, insomma.

Sulla base di questi principi le banche potranno iniziare a sperimentare e svolgere ulteriori ricerche. Il rapporto tratteggia alcune varie possibilità tecniche, pure senza dare preferenze, illustra rischi e trade off, e le notevoli complessità celate dentro questo nuova tecnologia, che sono legali, finanziarie, coinvolgono la privacy e il funzionamento dell’economia. “Una CBDC può essere uno strumento importante per le banche centrali – recita il paper – per continuare a fornire un mezzo di pagamento sicuro nella crescente vita digitale di tutti i giorni”. Ma poiché la moneta, digitale o no, rimane un mezzo puramente fiduciario ai giorni nostri, “una banca centrale deve procedere con cautela, in maniera aperta e collaborativa”.

Ed ecco spiegato perché le Sette Sorelle procederanno insieme in questa fase preliminare. Magari aspettando l’ottava, ossia quella cinese. Ma senza sperarci troppo. Almeno finché, digitale o no, lo yuan rimane inconvertibile.

(6/fine)

Puntata precedente: La seconda globalizzazione europea comincia con l’euro digitale

La nuova “cash society” col dollaro digitale made in Usa


Non solo la Cina, dicevamo. La Bis, nello studio che ha ispirato questa miniserie, fa ampie disamine anche del notevole lavoro svolto in Canada e soprattutto in Svezia, da anni all’avanguardia nella costruzione di una società cashless – addirittura alcuni negozi non accettano più contanti – per diverse ragioni che sono sociali e istituzionali.

Ma cashless forse non è la parola giusta. Qui non si tratta di far sparire il contante – una moneta digitale di banca centrale rimane teoricamente una forma di cash – ma di far sparire quello analogico. I foglietti colorati che ci tengono compagnia da un paio di secoli e che ormai sembrano destinati al fuoricorso.

Perché sia chiaro che la fine delle banconote non coincide affatto con la scomparsa del contante, se non per pura analogia, bisogna capire verso che forma di società stiamo andando. E soprattutto come si muoverà il gigante delle produzione di cash che governa a livello globale la liquidità, ossia gli Usa.

Le cronache ci possono venire in aiuto. L’agosto scorso Lael Brainard, componente del board della Fed, ha fornito un interessante update sullo stato dell’arte della costruzione di una moneta digitale in seno alla Fed, evento che non è esagerato definire rivoluzionario, qualora fosse condotto a buon fine.

Circostanza che alcuni osservatori giudicano inevitabile. Non solo per la circostanza che i cinesi sono già molto avanti in questo processo. Ma perché la moneta egemone non può sottrarsi al diritto/dovere di guidare la principale innovazione monetaria del XXI secolo: l’ingresso delle banche centrali nei portafogli retail. Lo hanno fatto per secoli con le banconote. Devono farlo oggi con le app. Si tratta nientemeno che di costruire le nuove cash society. L’America non può non esserci.

Il concetto lo ha espresso a chiare lettera la banchiera americana nel suo intervento: “Dato l’importante ruolo del dollaro, è essenziale che la Federal Reserve rimanga sulla frontiera della ricerca e dello sviluppo delle politiche in materia di CBDC”. Lo scopo è chiaro, bisogna che le banche centrali offrano “un equivalente digitale del contante”, che funzioni per il momento “come complemento”. Almeno fino a quando, aggiungiamo noi, non si capirà che il contante digitale è contante tout court. E poiché “continua a esserci una forte domanda di valuta statunitense”, aggiunge la Brainard, “restiamo impegnati a garantire che il pubblico abbia accesso a una gamma di opzioni di pagamento”.

Garantire questa “gamma di opzioni” non è soltanto una questione di stare al passo coi tempi. Si tratta anche di fornire ai governi un’infrastruttura di pagamento capace di favorire certe politiche di stimolo fiscale che ormai tendono chiaramente a far arrivare direttamente soldi agli agenti economici, come abbiamo visto in questi mesi sofferti di pandemia.

La Fed da anni è impegnata sul fronte di queste ricerche “per costruire e testare un’ipotetica valuta digitale orientata agli usi della banca centrale”. Cosa ne verrà fuori è ancora presto per dirlo, ma è chiaro che il futuro dell’egemonia del dollaro nel sistema dei pagamenti si gioca anche – se non soprattutto – su questo tavolo.

Perciò non stupisce che molti osservatori, ma anche operatori del sistema finanziario, si stiano attrezzando per non farsi trovare impreparati. Ovviamente non mancano le voci critiche, a un progetto di CBDC targato Fed. Ma a ben vedere gli argomenti a favore sembrano destinati ad avere la meglio.

Per farsene un’idea è sufficiente sfogliare il libro bianco pubblicato dal Digital Dollar Project nel maggio scorso.  Non a caso uno degli argomenti usati dal DDP è che ci sono circa 14 milioni di americani senza conti correnti che potrebbero più facilmente essere coinvolti nel sistema degli scambi, complice magari una certa generosità del governo ripagata magari con più controllo. Più denaro per tutti, insomma. Ma solo digitale.

(3/segue)

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