La lunga marcia del Petroeuro


Leggendo il paper che la Commissione Ue ha pubblicato all’inizio di dicembre prende forma il pensiero che la lunga marcia del petroeuro sia iniziata molto prima che Bruxelles si decidesse a proporre lo sviluppo delle transazioni in euro sul mercato energetico. Certe decisioni non si improvvisano, ovviamente. E soprattutto bisogna studiare bene il contesto, o magari costruirlo. Questo lavoro è stato fatto negli anni passati. E oggi alcune decisioni che sembravano confinate nel limbo opaco e vagamente grigiastro degli specialisti assumono improvvisamente senso.

Fra queste si segnalano i numerosi intergovernmental agreements (IGAs) che gli stati membri dell’Ue hanno firmato negli ultimi anni, e in particolare fra il 2012 e il 2016, moltissimi dei quali – circa 120 – riguardano proprio gli acquisti di gas e petrolio, che abbiamo già visto essere una voce notevolissima dell’import europeo. Questi accordi servono a dare un quadro normativo, e implicitamente politico, alle compagnie energetiche che operano nell’Ue in modo da metterle in condizione di stipulare contratti più solidi con le compagnie di paesi terzi.

Nel 2016, per  “garantire che gli accordi intergovernativi nel settore dell’energia siano conformi al diritto dell’Ue” la Commissione Ue propose una norma in virtù della quale gli accordi intergovernativi su gas e olio fossero sottoposti a priori, ossia ex ante, al suo giudizio. Un’istanza, se ci pensate, che ha motivato la nascita stessa dell’Unione europea sia dai tempi della Ceca. Meglio ricordarlo. Specie perché è proprio dal matrimonio fra le istanze “unificatrici” della politica energetica e di quella monetaria che prende forma la nuova istanza politica dell’Ue: rilanciare il ruolo internazionale dell’euro. Una cosa che può apparire innocua, se non si inserisse in un più ampio movimento verso un’ordine chiaramente multipolare.

Nel 2017 la revisione delle norme conferì alla Commissione Ue il potere di “valutare i progetti di accordo e, in caso di dubbi sulla compatibilità con il diritto dell’UE, esprimere il proprio parere”. Con l’aggiunta che “prima di firmare l’accordo intergovernativo, lo Stato membro interessato deve tenere nella massima considerazione il parere della Commissione”. In questo modo l’Ue si è garantita un certo potere di influenza che, pure non arrivando a essere dispositivo ha molto a che fare con la moral suasion tipica della soft law. “La Commissione può garantire che nessun accordo in materia di energia comprometta la sicurezza dell’approvvigionamento in un paese dell’UE, né ostacola il funzionamento del mercato energetico dell’Ue”, spiega il paper di Bruxelles. Questo provvedimento conferisce pertanto a Bruxelles uno straordinario potere di indirizzo che può anche essere esteso all’uso dell’euro negli accordi bilaterali con i paesi terzi. Magari suggerendo ai paesi dell’Unione di inserire una clausola nei contratti di fornitura che contempli, se non addirittura preveda, che sia l’euro la valuta predefinita degli scambi energetici.

Sembrerà tutto molto teorico, ma lo è meno di quel che si creda. Dipende sempre da cosa si comincia. Se tali clausole che obbligano all’uso di euro fossero inserite in contratti normali di fornitura l’effetto dirompente sarebbe sicuro. Ma l’Ue al momento non sembra interessata a effetti dirompenti, dovendo fare i conti con storici equilibri politici. Semmai il fine sembra quello di affermare l’euro nei mercati energetici. E a tal fine per il momento è sufficiente muoversi con destrezza nei bassifondi dei mercati petroliferi. A tal fine lo strumento normativo più adatto sembra la Oil Stocks Directive, una legge approvata nel 2009 che impone agli stati membri di mantenere delle riserve di petrolio equivalente ad almeno 90 giorni di import netto o 61 giorni di consumo, a seconda di quale sia l’importo superiore. Queste riserve devono essere subito disponibili in caso di crisi e conservate in posti che favoriscano tale prescrizione. Per adempiere a questi obblighi gli stati membri si affidano a entità di stoccaggio centralizzate obbligando gli operatori economici ad acquistare, mantenere e vendere queste scorte quando necessario. Per promuovere un uso più ampio dell’euro nelle transazioni energetiche, suggerisce la Commissione, “gli Stati membri dovrebbero incoraggiare tali operatori economici ad ampliare la quota dei contratti basati sull’euro in queste attività”. L’uovo di Colombo.

E neanche l’unico. “Un’altra iniziativa – sottolinea il paper – “potrebbe essere l’istituzione un contratto petrolifero denominato in euro, trasparente e negoziato sul mercato fisico del petrolio”. Questo contratto – di fatto l’atto di nascita del Petroeuro, “potrebbe essere utilizzato come attività sottostante per i contratti finanziari, come i derivati”. C’è solo un problema: “Tale contratto non è disponibile oggi ma, se e qualora fosse posto potrebbe fornire i giusti incentivi per l’adozione dell’euro nelle transazioni energetiche internazionali”. Che si aspetta allora? Ottima domanda.

(3/segue)

Seconda puntata: La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio

 

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