La difficile sfida del Petroeuro al mercato del petrolio


L’Ue, dunque, è la prima importatrice di energia al mondo, con una spesa media di 300 miliardi l’anno negli ultimi cinque anni che in valore pesa meno di un decimo del volume contrattuale di beni energetici scambiati nel territorio europeo. Secondo i dati dell’European Securities and Markets Authority (ESMA), nel 2016 sono passati di mano contratti per 40 trilioni di euro, più del doppio del pil dell’Ue. E gran parte di questa carta, come d’altronde anche gli scambi fisici, sono quotati in dollari. Peraltro, circa il 93% di questi volumi riguardano il petrolio, denominato in dollari come d’altronde il carbone, che però pesa circa l’1% di questi scambi. In dollari sono quotati anche molti contratti sul gas, il 2,7% del volumi conteggiati da ESMA. In sostanza il dollaro, “per ragioni storiche” è predominante nel mercato energetico europeo. Gli scambi non quotati in dollari, ma in euro o sterline, non superano il 2,3% e riguardano contratti di importanza secondaria.

Le ragioni storiche sono in gran parte note e non è necessario tornarci qui. Basta ricordare che la supremazia del dollaro non dipende certo dall’essere un forte produttore, pure se si avvia a diventarlo, quanto dall’esprimere la più importante valuta di riserva. Non a caso anche i costi di trasporto sono quotati in dollari. Nell’Ue il peso dell’export energetico Usa non supera il 2%. I principali fornitori energetici dell’Ue sono Russia, Norvegia, Medio Oriente e Africa. Ciò non toglie che tale dominanza valutaria abbia importanti implicazioni per le compagnie europee. Innanzitutto perché le espone a un costante rischio cambio, che le costringe a costanti attività di gestione del rischio. Poi perché in qualche modo essere agganciati al dollaro significa incorporare anche il rischio paese che questa valuta porta con sé. Che nel caso degli Usa non è tanto quello del fallimento, quanto l’essere esposti a decisioni unilaterali – il caso del nucleare iraniano è icastico, ma anche quello dei dazi contro i cinesi – che possono rendere più complicato il commercio di beni energetici.

Per capire in dettaglio cosa abbia in mente la Commissione Ue, perciò, è utile conoscere per grandi linee i meccanismi che regolano il funzionamento di questi mercati, quindi quelli che stanno sotto la formazione del prezzo. O almeno del mercato petrolifero, che è il dominatore assoluto degli scambi di materie prime, a cominciare ovviamente da quelli virtuali. Al punto che, come osserva la Commissione, “il petrolio è diventato il principale punto di riferimento non solo per tutti i prodotti energetici ma anche per l’intera classe di investimento di materie prime”.

La Commissione osserva che “l’attuale sistema del commercio petrolifero, basato sul mercato, si è sviluppato dal basso verso l’alto, senza specifici interventi governativi”. In particolare nel tempo si è realizzata una struttura per il trading fisico e quello cartaceo espresso in derivati e utilizza una varietà di contratti (spot, forward, futures, swap, opzioni ecc.) che serve a stabilire il valore attuale e futuro del petrolio greggio e fornisce agli operatori strumenti per gestire il rischio. Il problema è complicato dalla circostanza che esistono almeno 600 tipi di greggio, differenti per densità, acidità, contenuto di zolfo, eccetera. Quindi i mercati finanziari devono far riferimento a un benchmark che implicitamente qualifichi la tipologia di petrolio trattato.

Quelli più trattati sono il Brent e il WTI, che sta per West Texas Intermediate. Il Brent da solo pesa circa il 60% del totale delle contrattazioni e pur essendo il benchmark più usato in Europa, facendo riferimento al petrolio che si estrae nella parte britannica del Mare del Nord, è quotato in dollari. Queste quotazioni vengono registrate e riportate da alcune agenzie private, chiamate Price reporting agencies (PRA), come Platts, Argus, ICIS Heren e Opis. Queste società usano varie tecniche per fornire un prezzo quanto più possibile affidabile e trasparente.

Una volta fissati i prezzi, o quantomeno “indovinati”, le transazioni si svolgono presso mercati organizzati, che trattano questi contratti o in transazioni Over the counter (OTC), ossia scambi contrattati fra le parti, o nei mercati regolamentati. I contratti derivati vengono quotati in borse valori che usano i prezzi del mercato fisico, riferiti a un determinato benchmark, come sottostante. Il Brent, ad esempio, viene scambiato all’Intercontinental Exchange di Londra mentre il WTI al Nymex di New York.

Quindi: quotazioni in dollaro e scambi in mercati di lingua inglese che implicitamente favoriscono le valute dei paesi che li ospitano. A ciò si aggiunga che le valute di molti paesi produttori, come ad esempio Bahrain, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono collegate agli andamenti del dollaro al fine di eliminare i rischi di cambio. Questo spiega perché la sfida del petroeuro sia così difficile. Ma non vuol dire che sia impossibile.

(2/segue)

Prima puntata: E dopo il petroyuan si prepara il petroeuro

Terza puntata: La lunga marcia del petroeuro

 

 

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