Ultime dall’accademia: il debito pubblico non è un problema


Abitando svariate mitologie economiche, non dovremmo stupirci che queste meravigliose allegorie della nostra volontà di (im)potenza generino illusioni anche notevoli. Monetarie innanzitutto. Ma anche fiscali. All’origine di questi miti, in fondo, ve n’è uno solo: che le risorse siano infinite, specie quelle che può mobilitare la volontà del governo, e quindi – appunto – le risorse monetarie, con la volenterosa intermediazione delle banche centrali, e soprattutto quelle fiscali, che sono preferite dai governi per la semplice ragione che sono lo strumento delle provvidenze che elargiscono alle popolazioni.

Se questa è la premessa, non dovremmo stupirci che l’accademia sia intonata alla bisogna. E vai a capire chi influenza chi, in questo gioco a rincorrere la formula magica del benessere infinito. Di suo c’è che il ragionamento dell’accademico è sempre seducente, proprio come risulta la lettura di un bel paper pubblicato dal NBER (“Public debt and low interest rates“), dove l’autore prova a rispondere a una domanda che, aldilà del birignao tecnico, è molto semplice da capire: ma siamo proprio sicuri che il debito pubblico sia un problema? La risposta, al netto delle prudenze dello studioso, è sostanzialmente più negativa che positiva. Non solo il debito del governo non è un problema, fatte salve certe condizioni, ma è persino salutare.

Ovviamente questa è una semplificazione che non rende giustizia al notevole sforzo dell’autore, che ha prodotto alcune utilissime ricognizioni storiche e statistiche, partendo da una  semplice premessa. A partire dal 1980 – ci si riferisce agli Usa ma il ragionamento vale per molti paesi – i tassi di interesse sono costantemente diminuiti. Oggi sono più bassi del tasso di crescita nominale e le previsioni pronosticano che questo stato di cose sia destinato a durare. Quindi ha ancora senso preoccuparsi del fatto che il debito pubblico cresca, se comunque paghiamo meno interessi di quanto cresca il reddito nazionale?

Il tema è antico e fonte di polemiche infinite. I sostenitori della spesa pubblica hanno sempre usato l’argomento che ciò che conta non è l’ammontare del debito, ma poterselo permettere. Detto in altre parole, finché il costo del debito si ripaga col frutto della crescita, non c’è nessun problema. Se vogliamo dirla più tecnicamente, finché il governo rispetta il vincolo inter-temporale del bilancio pubblico, il debito è sostenibile. In pratica questo vuol dire che è sufficiente che il tasso di interesse che pago sul debito sia inferiore al tasso di crescita dell’economia per avere un bilancio equilibrato.

Veniamo ai casi concreti. Sempre negli Usa il tasso nominale decennale a fine 2018 quotava intorno al 3%, e le previsioni di crescita nominale (ossia della somma del pil reale e dell’inflazione) è intorno al 4%, 2% crescita e il resto inflazione. In altri paesi la situazione è ancora più favorevole. In UK il decennale nominale quotava l’1,3% con una previsione decennale di crescita del 3,6 (1,6 reale, 2% inflazione). Nella zona euro, dove pure permangono differenze significative fra i vari paesi, il decennale quota l’1,2% a fronte di previsioni di crescita del 3,2 (1,5% reale e il resto inflazione). In Giappone il decennale paga appena lo 0,1% e la crescita stimata e è dell’1,4%, di cui l’1% reale. Se è così, cosa mai potrà andar storto? Il governo potrà soddisfare i suoi roll over, ossia rinnovare il debito a scadenza senza neanche dover alzare la pressione fiscale. Anzi, se proprio i tassi di interesse si ostinato a stare sotto quelli di crescita, alla fine diminuisce pure il debito. Non è meraviglioso?

Forse troppo. E per questo è opportuno andare a vedere un po’ più a fondo. Cominciando da un’osservazione: le previsioni decennale di crescita sono, appunto previsioni. Tale evidenza ne include un’altra: nel dubbio è meglio che i tassi stiano più basso possibile, che poi è quello che sta accadendo “fin dagli anni ’80”. Casualmente. O forse perché, a dispetto di tante e gettonatissime teorie come quella sulla stagnazione secolare, nel calo costante dei tassi di interesse gioca un ruolo anche una precisa volontà politica dissimulata dalle speculazioni tecniche. Il vincolo inter-temporale si rispetta meglio se il costo del debito è basso.

Il nostro studioso sviluppa un’analisi approfondita per valutare quali altri disordini può generare un debito elevato in un’economia. Prima però di approfondire questo aspetto, vale la pena guardare il passato, che ci comunica un’informazione molto interessante: negli Usa i tassi di interesse, più a breve che a lungo termine, sono quasi sempre stati più bassi del tasso di crescita.

Se ai tassi nominali si sostituisce un tasso “aggiustato” per una serie di variabili al fine di renderlo più aderente a quello di mercato, viene fuori che il tasso di interesse è stato quasi sempre inferiore a quello di crescita.

Che è un modo elegante per dire che sì: il debito pubblico è arrivato a un livello da dopoguerra, ma la crescita non è mancata. Questa storia ci comunica anche una congettura sul futuro “Se noi assumiamo che il futuro sia simile al passato – chiaramente un grande se – il roll over del debito appare fattibile”. Il rapporto debito/pil può aumentare nel tempo, ma alla fine diminuirà. “In altre parole un debito più elevato potrebbe non implicare un costo fiscale più elevato”.

Compiuto questo primo miracolo – sempre con le ipotesi di tassi inferiori o al limite pari a quelli di crescita – rimane da compiere il secondo. Ossia valutare se in ogni caso il roll over dei debiti possa influire sul benessere della popolazione (cd welfare effect) specie quando implica trasferimenti intergenerazionali.

Per compiere questa analisi l’autore sviluppa un modello alquanto complesso che sostanzialmente arriva alla conclusione che anche gli effetti sul benessere sono gestibili. E qui che arrivano le conclusioni: “Il paper raggiunge conclusioni forti e, a mio avviso, sorprendenti. Dicendola (troppo) semplicemente, il messaggio inviato dai tassi bassi non è solo che il debito può non avere costi fiscali sostanziali, ma anche che potrebbe avere costi di benessere limitati”. In un tempo affamato di debito questa conclusione non appare poi cosi tanto sorprendente.

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  1. Claudio Pisapia

    potremmo magari pensare a un qe perenne dove una banca centrale ricompra il suo debito e ogni tanto lo annulla? Nel passato direi e a guardarmi intorno che la spesa dello stato ha funzionato visto l’iphone ma anche l’assistenza sanitaria e le strade (ah già … la corruzione). Per il futuro magari bisognerebbe essere più innovativi ed eliminare i titoli di stato, cambiamento…

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      sotto sotto mi par di capire lei creda che il debito non sia un problema. o meglio, che sia solo un problema tecnico-algebrico. sono punti di vista. io credo invece che ogni scelta economica abbia conseguenze su ciò che economico non è.
      Grazie per il commento.

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      • Claudio Pisapia

        si è vero … mi ha scoperto. Penso che alla base del debito che poi diventa un problema ci sia una scelta e quindi le conseguenze nel sociale siano già il risultato di una scelta fatta in partenza. Saluti

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