Lo spaventoso futuro che minaccia il Giappone (e tutti noi)


Se non fossero previsioni, e come tali solo congetture ben confezionate, le ultime osservazioni di Ocse sul Giappone gareggerebbero coi tanti film horror che circolano ai giorni nostri. Perché è davvero difficile non definire spaventoso un futuro neanche troppo lontano, un trentennio o poco più, in cui una nazione, con ormai un debito pubblico superiore al 400% del pil, debba badare a un’orda di anziani, che ormai sfiorano l’80 della popolazione attiva e al tempo stesso far fronte a una sostanziale estinzione di massa, visto che la popolazione si prevede diminuita per un quinto. Come sarebbe la vita in un paese del genere? Che tipo di cultura, pensieri, necessità sarà in grado di esprimere?

Non sono domande oziose. Il futuro giapponese, pure se congetturale e remoto, ci riguarda da vicino, visto che la nostra curva demografica, e sorvoliamo sul quella dell’indebitamento pubblico, somiglia molto al paese del Sol Levante, senza neanche essere ordinati e disciplinati come sono i giapponesi. Coi quali condividiamo in compenso altre qualità non proprio edificanti, fra le quali spicca la produttività del lavoro stagnante, a dire poco, che in Giappone è ben al di sotto della media Ocse.

Anche la crescita del pil pro capite, di conseguenza, che pure ha potuto godere di una certa accelerazione recente grazie agli sforzi senza risparmio del governo e della banca centrale, che ormai ha talmente gonfiato di asset il proprio bilancio da aver superato il livello del pil. Il fatto che l’aumento dell’input di lavoro non serva ad aumentare il prodotto, rimanendo bassa la produttività, troverà nella situazione demografica una delle sue ragioni, essendo probabilmente anche all’origine dell’andamento insoddisfacente dell’inflazione. Un’economia che invecchia è lenta per definizione, si potrebbe dire.

E infatti il Giappone è vecchissimo. Le proiezioni da qui al 2050 disegnano un andamento fortemente declinante della popolazione, che scenderà sotto i 100 milioni, ossia un quinto in meno dai livelli attuali. Si stima che gli anziani raggiungeranno il 79% della popolazione attiva che sarà sempre più bassa. Sempre per il 2050, si ipotizza che la forza lavoro diminuirà di un quarto, dagli attuali 67 milioni a 51 milioni. Il che, teoricamente, dovrebbe costringere il governo a prolungare l’età di lavoro.

Lato fiscale la situazione è ancora più difficile. Dal 1991 al 2018 la spesa pubblica per il welfare è raddoppiata dall’11% al 22% del pil e si stima che crescerà di un altro 4,7% nei prossimi quarant’anni. E bisogna pure considerare che ventisei anni di deficit hanno condotto il debito pubblico dal 60 al 226% del pil, al top dell’area. E anche qui senza interventi significativi da parte del governo, la situazione è destinata a degenerare.

Tutto si tiene, ovviamente. Bassa produttività significa prodotto lento, che implica, a lungo andare, problemi a sostenere il debito, che peraltro viene spinto verso l’alto dall’invecchiamento della popolazione, che ha molto a che vedere con gli andamenti lenti del prodotto.

Si chiede a gran voce l’intervento del governo e le mitiche riforme strutturali. Ma il fatto è che invertire un andamento del genere richiede assai più che buona volontà. Nei film horror, d’altronde, il lieto fine è alquanto raro.

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