L’invecchiamento della popolazione attiva frena l’inflazione


Ci sono almeno due buone ragioni per leggere il paper pubblicato di recente dalla Bis (“Can an ageing workforce
explain low inflation?“). La prima è puramente informativa: i dati raccolti dagli studiosi confermano che la crisi ha contribuito a cambiare notevolmente la fisionomia dei mercati del lavoro delle economie avanzate, sostanzialmente accelerando gli effetti di un processo naturale, ossia l’invecchiamento della popolazione attiva. La seconda sembrerà esoterica ai più, ma è comunque rilevante visto che riguarda la curva di Phillips, di cui è nota l’importanza che ha nella teoria del central banking. Detto in parole semplice: se la curva non funziona diventa assai più difficile per le banche centrali controllare, per il tramite del tasso di interesse, il tasso di inflazione.

Il primo e secondo punto sono collegati alle conclusioni cui arrivano gli autori dello studio. Ossia che l’invecchiamento della popolazione che lavora abbia un effetto di trascinamento al ribasso dei salari che vanifica l’aumento dell’occupazione. Così spiegandosi la circostanza che quest’ultimo, contraddicendo appunto l’ipotesi della curva di Phillips, non abbia generato spinte al rialzo nell’inflazione. Il fattore invecchiamento, insomma, ha un effetto recessivo sui prezzi maggiori di quello espansivo determinato dall’aumento dell’occupazione. Quindi non è la curva di Phillips a non funzionare. Sono le determinanti del mercato del lavoro a essere inconsuete.

Aldilà delle conclusioni, che comunque rimangono congetturali, sono i singoli punti ad essere interessanti da osservare. Cominciamo dal primo. I dati mostrano che l’inflazione nelle varie economie è ancora lontana dai livelli giudicati normali (il 2% o giù di lì) da gran parte della banche centrali. Nell’eurozona l’inflazione core, ossia quella di fondo, rimane intorno all’1%. In Giappone ha faticosamente raggiunto questo livello dallo 0 dove oscillava da anni, negli Usa sta arrivando al 2% dopo anni di ripresa sostenuta. Il caso dell’eurozona è ancora più straniante: l’inflazione rimane bassa malgrado siano stati creati nove milioni di posti di lavoro negli ultimi venti trimestri. Caso non unico peraltro. Come si può osservare nel grafico sotto la disoccupazione è scesa praticamente ovunque dal 2008.

Questo sviluppo si è accompagnato a un altro, che abbiamo già osservato in altre occasioni, ossia al notevole aumento della partecipazione al lavoro degli over 55, che deriva dal naturale invecchiamento della forza lavoro e dalle riforme approvate in questi anni, a cominciare da quelle delle pensioni. Anche su questo tema, il grafico è più che eloquente.

I numeri ci dicono che sei dei sette milioni di posti di lavoro creati nell’area dell’euro tra il 2013 e il 2017 hanno riguardato persone di età superiore a 50 anni. Negli Stati Uniti, la quota di lavoratori sopra i 55 anni nel mondo del lavoro è quasi raddoppiata dal 12% nel 1995 al 23% nel 2016. In Giappone la partecipazione dei lavoratori sopra i 65 anni è aumentata di quasi 4 milioni dal 2007. In media nei paesi Ocse la partecipazione dei lavoratori tra i 55 ei 64 anni è passata dal 33% al 55% nell’ultimo decennio. In Germania è aumentato da circa il 40% fino al 2003 ad oltre il 70% nel 2016.

Il collegamento fra aumento partecipazione over 55 e inflazione bassa può sembrare contro-intuitivo, ma il ragionamento degli economisti della Bis ha un senso. L’aumento di partecipazione, in sostanza, è la spia di un aumento della domanda di lavoro da parte del mercato e di conseguenza sarebbe stato logico aspettarsi una spinta al rialzo sui salari. Ma nella realtà questo non è avvenuto. Probabilmente perché l’aumento della partecipazione degli over55 è stato determinato dalla decisione di posporre la pensione. Quindi non ha generato spinte al rialzo alle retribuzioni come invece sarebbe accaduto se la nuova domanda di lavoro da parte delle imprese fosse stata indirizzata verso altre fasce di età. In effetti la partecipazione degli under55 è stata assai meno brillante.

Detto in altre parole “l’aumento della partecipazione del i lavoratori anziani può ridurre la pressione salariale”. L’economia invecchia e diventa deflazionaria. Le banche centrali sono costrette ad azzerare i tassi o tenerli a lumicino. I debitori festeggiano, a cominciare dagli stati. E tutti vivono felici e contenti. Finché dura.

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