La Cina “apre” la sua finanza mentre infuria la sfida hi tech con gli Usa


Fa parte del ritmo controverso al quale balla il nostro tempo la contemporaneità di notizie come quella sull’aumento dei dazi fra Usa e Cina, cui fa da contorno quella clamorosa se confermata dell’estromissione dalla tecnologia di Google degli smartphone cinesi Huawei, e le decisioni cinese di aumentare il proprio grado apertura finanziaria. Questa apparente contraddizione in realtà si spiega molto semplicemente. La Cina ha capito che deve aprirsi al mondo – anche aprendo il suo conto capitale – se vuole perseguire il suo disegno di diventare una potenza di primo piano. Al tempo stesso il mondo – e segnatamente la potenza egemone in carica – manifesta i suoi timori, mettendo ad esempio nelle sue liste nere le compagnie hi tech made in China, essendo l’equazione cinese composta di troppe variabili incognite.

Questa tendenza, che dà il ritmo alla cronache, alimenta gli annunci come quelli di recenti fatti da Guo Shuqing, presidente della China Banking and Insurance Regulatory Commission (CBIRC) che si recente ha fatto sapere che già da questo mese saranno operative diverse misure amministrative per favorire l’ingresso di operatori finanziari esteri nei mercati cinesi. Ad esempio verranno affievoliti i limiti di proprietà di banche cinesi, che segue logicamente alla decisione, attiva da tempo, di non rendere più necessaria un’autorizzazione amministrativa per le banche estere per fare operazioni in yuan.

Fra gli scopi di queste decisioni c’è anche quello di facilitare i colloqui commerciali con gli Usa, sui quali pesano come un macigno la decisione di Trump di innalzare le percentuali dei dazi e la risposta cinese. Ma al tempo stesso questa decisione consente a Pechino di rafforzare i suoi legami con la comunità finanziaria internazionale, per la quale l’apertura del conto capitale cinese rappresenta senza dubbio un’occasione storica.

Infatti ad alcune grazie operatori finanziarie è stata concessa l’autorizzazione a espandere le proprie operazioni in Cina. Fra questi troviamo la svizzera Ubs, che ha aumentato la sua quota di partecipazione nelle joint venture cinese Ubs securities fino al 51%, la tedesca Allianz, che starebbe per fondare in Cina la prima compagnia assicurativa a proprietà estera e persino l’agenzia di rating S&P cui è stato concesso di operare in Cina. Fra i colossi troviamo anche l’olandese Ing, che opera in joint venture con la Banca di Pechino e che vorrebbe ottenere la maggioranza di capitale. Si attende la pronuncia del regolatore che, se fosse positiva, inaugurerebbe la prima banca a proprietà estera nel suolo cinese. Una piccola rivoluzione.

Fra i candidati a far la storia (almeno finanziaria) cinese c’è anche American Express che ha ottenuto l’autorizzazione ad operare in Cina già dal novembre scorso, anche se in società con un’entità locale e anche Visa e Mastercard stanno lavorando in questa direzione, secondo alcune voci di stampa. Pechino ha voglia di internazionalizzarsi. Ma non può riuscirci da sola. E soprattutto sarà molto difficile che riesca se gli Usa continueranno a piazzarle bastoni fra le ruote.

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