Cartolina: I tormenti del connubio fra banche e Btp


A fine marzo, dice Bankitalia, le banche italiane avevano in bilancio 332 miliardi di titoli pubblici italiani, quasi il 10 per cento del loro attivo. Dal 2012, quando erano circa 240 miliardi, è un bel progresso. Una conferma del connubio fra banche e Btp che ormai caratterizza la nostra finanza, pubblica e privata. E che sia tormentato, questo connubio, ce lo suggeriscono un paio di circostanze purtroppo passate inosservate. La prima è che nel primo trimestre 2019 le banche, profittando di una lieve ripresa dei corsi dei titoli di stato, ne hanno venduti complessivamente per tre miliardi, dopo esser state “costrette” dal carospread a comprarne per 14 miliardi nei quattro mesi precedenti. La seconda, più da intenditori, riguarda la classificazione di questi titoli nei bilanci bancari. Gli istituti hanno inserito il 54% di questa carta fra le attività valutate al costo ammortizzato. Si tratta di una tipologia di investimenti che vengono considerati come immobilizzazioni di medio e lungo termine e perciò le loro variazioni di valore – sempre per il famoso spread – non incidono sul patrimonio di vigilanza. In sostanza hanno sterilizzato l’effetto dello spread rispetto ai loro bilanci. Non fidarsi è meglio, dice il proverbio. Questa prudenza, tuttavia, ha un costo: vincola questi attivi per tutta la loro durata. Le banche, vale a dire, non possono liberarsene. Tenersi i Btp non avrà un costo per gli istituti. Lo avrà per chi ha bisogno di credito.

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