Le conseguenze (evitabili) della guerra commerciale fra Usa e Cina


Una recente ricognizione pubblicata dal Fmi ci aiuta a trasformare in numeri una sensazione che tutte le persone di buon senso covano da quando è iniziata la guerra commerciale fra Usa e Cina: i dazi fanno male all’economia. Fanno male ai consumatori, che alla fine ne pagano il conto. Fanno male alle imprese, che finiscono col ridurre gli investimenti. Soprattutto fanno male a entrambi i contendenti, malgrado ciò che ripete ossessivamente la propaganda. Lo sapevamo, come chiunque frequenti anche occasionalmente la storia economica, ma è utile fare il punto con i dati, che saranno pure fuorimoda, in un tempo che privilegia l’emozione del momento piuttosto che il ragionamento, e che tuttavia bisogna ostinarsi a diffondere per rispetto della realtà.

Cominciamo dalla premessa: “Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno influenzato negativamente i consumatori e molti produttori di entrambi i paesi. Le tariffe hanno ridotto gli scambi tra Stati Uniti e Cina, ma il deficit commerciale bilaterale rimane sostanzialmente invariato. Mentre l’impatto sulla crescita globale è relativamente modesto in questo momento, l’escalation più recente potrebbe intaccare in modo significativo il sentimento dei mercati finanziari e delle imprese, sconvolgere le catene di approvvigionamento globali e mettere a repentaglio la prevista ripresa della crescita globale nel 2019”.

Questa è la morale della storia, potremmo dire. Che vale la pena sottolineare perché ci insegna alcune cose. Ad esempio: non è vero che i dazi fanno diminuire gli squilibri bilaterali. O almeno così non è accaduto in questo caso. A diminuire, semmai, è stato il commercio bilaterale fra i due paesi. Il grafico sotto mostra l’andamento delle importazioni degli Usa nei confronti della Cina mano a mano che gli Usa imponevano dazi.

Una volta che la Cina, a sua volta, ha aumentato i dazi nei confronti degli Usa, anche le importazioni cinesi dagli Usa hanno avuto andamenti simili. “Ciò suggerisce – ipotizza il Fmi – che gli importatori si sono riforniti prima delle tariffe”. Il che giustifica il “netto calo” che si è registrato dopo. In generale, osserva ancora “la crescita dell’export Usa verso la Cina è stata generalmente debole da quando sono iniziate le tensioni commerciali”.

Lato consumatori, risulta evidente che “sia negli Usa che in Cina sono i perdenti della tensioni commerciali”. Il costo delle tariffe è stato innanzitutto sopportato dagli importatori – è utile ricordare che l’economia Usa utilizza molti semilavorati per le sue produzioni – e in diversi casi il costo è stato trasferito sul consumatore finale, in altri sui margini di profitto delle imprese.

Sul versante dei produttori, hanno vinto quelli protetti dai dazi – e pazienza se magari le qualità delle produzioni erano inferiori – e hanno perso quelli costretti a produrre importando.

E’ interessante osservare che il calo di import dalla Cina, per gli Usa, è stato compensato da un aumento della stessa entità dell’import dal Messico. Quindi per gli Usa non è cambiato nulla dal punto di vista della bilancia commerciale.

Tutto ciò era evitabile, dice la ragione economica. Ma quella politica, che evidentemente dell’economia se ne infischia, sosterrebbe il contrario. Poi certo, dovrà spiegarlo agli elettori.

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