Lo spread fra interessi e crescita che fa lievitare il debito italiano


L’allarme lanciato dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco circa la sostenibilità del nostro debito è una buona occasione per provare a chiarire uno dei meccanismi più perniciosi che operano dall’interno del bilancio pubblico e che è all’origine della crescita “automatica” dell’indebitamento. Quello che i tecnici chiamano snowball, che potremmo tradurre con “palla di neve”, anche se forse sarebbe più corretto parlare di slavina, visto che lo snowball, autoalimentandosi, rischia di abbattersi proprio come una valanga sui nostri conti pubblici.

Visco ha accennato al problema sottolineando che “l’Italia è l’unico paese in cui il tasso di interesse sul debito pubblico, cioé l’onere, supera il tasso di crescita: è un problema”. Talmente che Bankitalia, nella sua ultima relazione annuale, ha ritenuto opportuno dedicare alla questione un approfondimento che vale la pena qui riepilogare.

L’anno scorso, scrive Bankitalia, il differenziale fra l’onere medio del debito pubblico italiano e la crescita nominale del prodotto ha originato un peggioramento del debito pubblico pari all’1,5% del pil. Questo incremento che si è praticamente “mangiato” l’avanzo primario pari all’1,6%. Questo spiega perché, in assenza di una crescita nominale, quindi al lordo dell’inflazione, pari almeno all’onere medio del debito pubblico, e lasciando da parte per un momento le altre componenti che provocano l’aumento (o la diminuzione) dell’indebitamento, è praticamente impossibile venire fuori dal lento strangolamento della nostra contabilità pubblica.

Detto altrimenti, per far diminuire il debito pubblico è necessario che il tasso di crescita del pil nominale sia superiore a quello del costo medio del debito pubblico. Concetto quest’ultimo che a molti risulta astruso ma che si può semplificare con un esempio: quando prendo a prestito del denaro per svolgere un’attività devo essere sempre in grado di ricavare da questa attività non solo quanto mi serve per ripagare il capitale, ma anche gli interessi sul capitale. Quindi se il mio debito ha un costo annuo mettiamo del tre cento, dovrei essere in grado di ricavare dalla mia attività un rendimento pari o superiore per ripagarlo. I debito italiano costa più di quanto riusciamo a guadagnare (pil). Una situazione che alla lunga rischia di diventare insostenibile. Da qui l’allarme di Visco.

I numeri del nostro bilancio confermano questa dinamica. Bankitalia ha raccolto il consolidato delle amministrazioni pubbliche, dal quale si evince, fra le altre cose, che nel 2018 abbiamo pagato 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, quasi il 4% del pil.

E il grafico sotto consente di apprezzare quanto questo livello esorbitante di interessi – peraltro in netto calo dal 2013 grazie alle politiche della Bce – pesi sulla dinamica del nostro debito pubblico.

L’istogramma azzurro del grafico di sinistra, che misura il contributo crescita, non riesce a compensare il peso degli interessi sul debito e, cosa ancora più grave, l’anno scorso non è bastata neanche l’aggiunta dell’avanzo primario.

Il grafico ci dice anche un’altra cosa. Nel 2012 il differenziale fra costo degli interessi e crescita nominale, che nel 2018 si è collocato all’1,2%, era circa il 6%. Da allora c’è stato un notevole miglioramento, ma l’Italia nel 2018 rimaneva l’unico paese, insieme con la Grecia, dove il differenziale fra onere medio del debito e crescita era positivo. Gli altri paesi, grazie a una maggior crescita e minore spesa per interessi, si trovavano nella situazione opposta, come si può vedere dalla tabella sotto.

In sostanza, all’Italia, fra il 2015 e il 2018, è mancato un punto di pil di crescita nominale per disinnescare l’aumento inerziale del debito. Fermare la “palla di neve” che minaccia la nostra contabilità pubblica. Purtroppo non è andata così. E questo malgrado il robusto dimagrimento della spesa per interessi.

Il problema è che le prospettive non sembrano migliori. Al contrario. Il calo dell’onere medio del debito, che dovrebbe collocarsi intorno al 2,8% dopo essere arrivato al 2,9% nel 2018, si associa a una diminuzione assai più robusta della crescita prevista nelle ultime stime dell’Ue, che porta il differenziale addirittura all’1,5%. Saremmo l’unica economia europa, senza neanche più la Grecia, ad avere un differenziale positivo.

Per questa ragione la Commissione europea aveva stimato che fosse necessario un avanzo primario superiore al 2% l’anno. La qualcosa suona vagamente improbabile considerando il clima politico nel quale si agita la maggioranza di governo. In questo contesto suona drammaticamente concreta la possibilità dell’apertura di una procedura di infrazione. Il binomio niente austerità e poca crescita ha un esito praticamente obbligato: maggior debito. E questo dovrebbe esser chiaro a tutti. Almeno, a quasi tutti.

 

Un Commento

  1. Gior

    Il passato e’ un enorme macigno che pesa su qualsiasi aspetto dell’attualita’. Bisogna informare Visco che e’ dal 1990 che “l’Italia è l’unico paese europeo (piu’ o meno) in cui il tasso di interesse sul debito pubblico, cioé l’onere, supera il tasso di crescita: è un problema”. Siccome e’ impossibile che non lo sappia, vuol dire che non lo vuol dire.

    Il debito era gia’ al 120% nel 1993 e da allora i governi sono stati costretti ad estrarre ricchezza dall’economia per pagare interessi a speculatori. Noi italiani (altro punto e’ quali italiani), manteniamo speculatori da 40 anni.

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