Il boom dell’export tedesco è dipeso più dalla Cina che dall’EZ


Una interessante ricognizione pubblicata nella relazione annuale di Bankitalia ci consente di fare un passo in avanti nella comprensione delle dinamiche del commercio internazionale, permettendoci anche di sfatare alcune convinzioni dure a morire. Come quella secondo la quale la Germania, sfruttando i vantaggi competitivi generati dalla moneta unica, ha costruito il boom delle sue importazioni dell’ultimo quindicennio sostanzialmente a spese dei partner dell’eurozona.

Osservando i dati forniti da Bankitalia la realtà appare molto diversa. Non solo la quota di esportazioni tedesche nell’EZ è sostanzialmente costante da un ventennio. Ma a fare la differenza, nel grande gioco del commercio internazionale sono state insieme l’ingresso negli scambi globali della Cina e dei paesi del centro Europa, paesi fuori dalla moneta unica, verso i quali, grazie al complesso meccanismo della catene del valore, si sono indirizzati flussi corposissimi di esportazioni tedesche. Più che l’euro, insomma, è stata la globalizzazione a fare la differenza.

La prima di queste evidenza si può osservare dal grafico sotto che fotografa la quota di esportazione dei diversi paesi all’interno della zona euro.

In sostanza la quota di mercato di beni esportati dalla Germania è tornata all’incirca al livello di vent’anni fa, declinando costante a partire dal 2007 dopo una lieve crescita partita a inizio secolo. Francia e Italia hanno visto diminuire la loro quota, mentre quella spagnola è rimasta costante. Al contrario si osserva una notevole crescita della quota di mercato dei paesi dell’Europa centrale, quindi Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Ungheria. Un fenomeno che ha molto a che fare con la prossimità con la Germania, da una parte, e con la diffusione delle catene di prodotto indotta dalla globalizzazione.

Quanto all’Italia, giova sapere che “la diminuzione, di circa un quarto, della quota di mercato delle imprese italiane nell’area ha contribuito per oltre due terzi al calo della quota sui mercati mondiali”. Complessivamente, nei vent’anni considerati le esportazioni italiane nell’EZ sono aumentate del 66%, ma a fronte di un aumento delle importazioni degli altri paesi del 128%. Questo spiega il calo relativo della nostra quota di mercato. La ragione, anche qui, ha molto più a che vedere col tipo delle nostre produzioni e con la globalizzazione, piuttosto che con questioni legate alla moneta. Ciò in quanto “dalla fine degli anni novanta la quota di beni provenienti dalla Cina sulle importazioni complessive dell’area è triplicata; quella dei beni provenienti dai paesi dell’Europa centro-orientale (Central and Eastern Europe, CEE6) è più che raddoppiata, anche grazie all’ingresso nel mercato unico e all’integrazione nelle catene del valore europee”.

Le stime di Bankitalia confermano un’osservazione che abbiamo già incontrato in passato. Ossia il fatto che le produzioni cinesi sono entrate in concorrenza con quella italiane penalizzando “soprattutto le esportazioni dell’Italia all’interno dell’area”. “La più accentuata vulnerabilità delle esportazioni italiane alla concorrenza cinese deriva dalla particolare somiglianza, alla fine degli anni novanta, delle rispettive specializzazioni produttive”, sottolinea Bankitalia. Più che con la Germania, insomma, dovremmo prendercela con la Cina, se proprio volessimo prendercela con qualcuno.

La situazione è cambiata dopo la crisi. In Italia c’è stato un graduale riposizionamento del settore imprenditoriale verso produzioni meno esposte alla concorrenza cinese e questo, insieme a una migliore competitività di prezzo, ha rilanciato le nostre esportazioni anche all’interno dell’EZ, in particolare nel comparto dei beni per usi finali, come si può osservare dal grafico sopra a destra.

Di pari importanza del fenomeno cinese è stato quello dell’integrazione dei paesi centro europei, che hanno rappresentato altresì un fattori di penalizzazione per le esportazioni dei paesi dell’EZ. Ma è proprio nei loro confronti e in quello della Cina che le vendite tedesche hanno tratto gran parte del loro miglioramento. Tali vantaggi sono la conseguenza, fra l’altro, “dell’integrazione commerciale, che alla fine degli anni novanta era già di gran lunga superiore rispetto a quella degli altri tre paesi dell’area, soprattutto nel caso dei CEE6”. La Germania insomma, per una serie di ragioni, è entrata col passo giusto nel momento in cui la globalizzazione apriva le porte a nuove economie. Ed è in queste economie che ha trovato la chiave del suo successo.

Questa evidenza si può osservare nella tabella sotto, che misura la quantità di esportazioni in Cina e nei CEE6 fra il 2000 e il 2014.

“Le vendite attivate dalla domanda della Cina e dei CEE6 – nota Bankitalia – rappresentavano nel 2014 circa un quinto delle esportazioni totali tedesche, una percentuale pressoché doppia rispetto a quindici anni prima e nel confronto con quella congiunta degli altri tre maggiori paesi dell’area”. La globalizzazione, appunto. Altro che euro.

 

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