Il debito pubblico “invisibile”: quello commerciale e sui derivati


Il dibattito vagamente sconclusionato che si è sviluppato attorno ai cosiddetti minibot un merito l’ha avuto: è servito a riaccendere l’attenzione su una questione assai importante celata nel maremagnum delle nostre obbligazioni pubbliche, in virtù delle regole statistiche che sottostanno alla formazione del debito pubblico: i debiti commerciali.

Questi ultimi infatti in larga parte non vengono inclusi nello stock delle passività della amministrazioni pubbliche conteggiato secondo i criteri europei. Ciò non vuol dire che non siano debiti di cui tener conto. I debiti commerciali, da questo punto di vista, seguono la sorte dei derivati, anch’essi in larga parte non considerati nello stock del debito pubblico, malgrado generino passività anche rilevanti. Queste due voci, infatti, sviluppano insieme debiti che nel 2018 sono diminuiti al 3,7 del pil dal 4% del 2017, come rileva Bankitalia nella sua ultima relazione annuale.

Anche questo è un triste primato nazionale. E ciò malgrado lo stock di queste passività vada declinando da anni. Secondo le ultime stime, i debiti commerciali a fine 2018 sarebbero arrivati a 58 miliardi, una decina dei quali (circa lo 0,6% del pil) è già introdotto nel debito pubblico (istogramma rosso del grafico sopra a sinistra). Quindi ne rimangono 48 “fuori bilancio” che “benché dimezzatisi rispetto al picco del 2012”, scrive Bankitalia provocano una incidenza delle passività commerciali che risulta “la più elevata d’Europa”, secondo quanto stima Eurostat. Rimangono alti anche i tempi di pagamento, pari a circa 85 giorni, “superiori quasi di un mese rispetto alla media dei paesi europei”.

Ancora più intricata la questione dei derivati. Il MEF ha in portafoglio un valore nozionale, a fine 2018, pari a 111 miliardi di contratti derivati composti per il 90% da interest rate swap. “La diminuzione dei tassi a seguito della crisi finanziaria – sottolinea Bankitalia – ha determinato un forte aumento del valore di mercato di tali strumenti, nel complesso negativo per il MEF, che è stato in parte riassorbito negli ultimi anni anche per effetto della scadenza di alcuni contratti”.

Rimane il fatto che nel 2018 queste passività sono diminuite, ma pesano comunque l’1,7% del pil, in calo dello 0,2% rispetto al 2017. Si tratta quindi di circa 30 miliardi, una parte dei quali, pari a 9,5 miliardi, è stata già conteggiata come debito pubblico. “Sebbene in riduzione negli ultimi anni, l’incidenza delle passività in derivati sul prodotto in Italia resta pari a più del doppio della media dell’area dell’euro”, nota sconsolata Bankitalia. In effetti sommando le due voce extra bilancio, si sfiorano i 70 miliardi di debito in più rispetto agli oltre 2.300 conosciuti. Buona fortuna a tutti noi.

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