Se la politica monetaria diventa politica fiscale


L’ultima tentazione, ormai neanche più nascosta, è quella che si è palesata nel corso dell’ultimo incontro della stampa con Mario Draghi successivo al meeting della Bce: “pompare” soldi dalle banche centrali direttamente nelle tasche dei cittadini. Quello che la vulgata chiama helicopter money, fonte di desideri che molto dicono di noi. Del fatto, vale a dire, che pensiamo che la soluzione di tutti i nostri problemi risieda nella distribuzione di denaro, proveniente da una fonte che si pensa inesauribile. La cornucopia di banca centrale è una perfetta rappresentazione del trionfo dell’irresponsabilità che si legge in filigrana nel nostro tempo.

Aldilà del merito “filosofico” di questa proposta, la risposta di Mario Draghi è esemplare per chiarezza. “Bisogna sempre tenere in mente – dice – che dare denaro alle persone, in una qualunque forma, è un compito della politica fiscale, non della politica monetaria”. Una conclusione che suona particolarmente azzeccata per un banchiere che ha condotto allo stremo la politica monetaria proprio per supplire alla deficienze della politica fiscale. Deficienze che, oltre a essere connaturate nell’architettura dell’eurozona (difficile fare politica fiscale con tante teste che hanno pensieri e bisogni differenti), fanno parte di quel silenzioso ma efficacissimo accordo fra politici e banchieri centrali in vitù del quale i secondi si sono fatti carico, nell’ultimo decennio, delle inadeguatezze dei primi per rimettere in piedi un’economia scricchiolante.

La politica monetaria ha fatto – concretamente – politica fiscale nel momento in cui ha deciso come redistribuire i profitti e le perdite determinati dalla sue decisioni. Un esempio: il crollo dei tassi ha caricato sulle spalle dei fondi pensioni, e quindi dei futuri pensionati, il costo del riequilibrio finanziario. O, per dirla con le parole di Draghi, “la politica monetaria ha consentito la creazione di oltre 11 milioni di posti di lavoro” nell’area. Compito che certo non appare negli statuti della Bce.

Ciò per dire che gli effetti negativi della politica monetaria (i tassi bassi e ciò che ne consegue) e quelli positivi (la creazione dei posti di lavoro), ricadono in quell’area di attività che potremmo definire gestione pubblica degli affari economici nella quale la separazione libresca (e istituzionale) fra politica monetaria e politica fiscale tende sempre più a sfumare. Almeno fino a quando non si chiede espressamente alla banca centrale di “regalare” soldi ai cittadini.

E’ in questo momento che il banchiere centrale dice le cose come stanno. La politica monetaria condotta al confine delle sue possibilità implica necessariamente la politica fiscale. Non è certo un caso che sempre Draghi abbia più volte ripetuto nel corso della sua conferenza che ormai tocchi alla politica fiscale, ossia ai governi, fare whatever it takes pe restituire il sereno alle nostre contabilità.

Come debbano riuscire a farlo è affare loro, pare di capire. L’idea di usare la banca centrale per fare arrivare soldi al popolo presuppone l’abdicazione a tale responsabilità. Per questo piace a molti.

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