Il braccio di ferro fra banche centrali e realtà


I mercati hanno oscillato, dice il capo del dipartimento monetario della Bis presentando l’ultima Quarterly report della banca di Basilea. Una semplice didascalia sotto la foto dei saliscendi dell’ultimo trimestre che però dice assai più di quello che sembra. Le oscillazioni dei mercati sono il frutto di due forze che si confrontano, cedendo l’un l’altra vicendevolmente e disegnando così la trama della danza alternata degli indici e il senso stesso di questi mesi tormentati: la volatilità.

L’edizione settembrina della rassegna trimestrale “è il racconto di due forze”, spiega Borio. La prima forza è quella delle tensioni commerciali, scatenate chissà quanto consapevolmente dagli Usa, che zavorrano gli spiriti animali dei capitalisti. L’altra forza è quella delle banche centrali, che di volta in volta allentano (di nuovo) la politica monetaria compensando la zavorra con un denaro reso sempre più leggero. In sostanza, le banche centrali combattono il loro solitario braccio di ferro con la realtà, che oggi si presenta rissosa e noncurante della conseguenze dei suoi estremismi.

Le tensioni di queste forze uguali e contrarie si sfogano nelle cuciture più fragili del sistema. Per adesso solo su quelle finanziarie, come mostrano le recenti decisioni della Fed costretta non solo ad abbassare di nuovo i tassi di sconto, ma soprattutto ad agire con radicale estremismo sul mercato statunitense dei repo, dove i tassi a brevissimo termine sono saliti alle stelle d’improvviso per una serie di motivi tecnici il cui senso è molto semplice: gira più carta che liquidità. Da cui la risposta: riaprire i rubinetti. Che poi è quello che si chiede a un prestatore di ultima istanza. E infatti la Fed li sta gradualmente riaprendo, come d’altronde ha fatto la Bce nella sua ultima riunione.

Stando così le cose, è del tutto naturale che “i rendimenti dei bond sovrani declinino ulteriormente”, come nota Borio. E questo accade sia perché ci si aspettano rallentamenti dell’economia, sia perché – soprattutto – siè convinti che le banche centrali continueranno il loro braccio di ferro con la realtà. Pure se al costo di notevoli complicazioni, come quella rappresentata dai 17 trilioni di bond, sovrani e corporate, che ormai vengono scambiati a tassi negativi. Circa il 20% del pil mondiale.

“In effetti, anche alcune famiglie potrebbero indebitarsi a tassi negativi”, sottolinea Borio, notando come “un numero crescente di investitori sta pagando il privilegio di separarsi dai propri i soldi”. Qualcosa che anche all’apice della crisi finanziaria, fra il 2007 e il 2009, “sarebbe stato impensabile”. Ma è la conclusione che dovrebbe farci riflettere: “C’è qualcosa di vagamente preoccupante quando l’impensabile diventa routine”.

Ma invece non ci rifletteremo, perché l’unica cosa che conta è far girare la giostra, che per fortuna (?) gira ancora. Giocoforza quindi volgere lo sguardo verso gli Stati Uniti, che per taglia, ruolo e storia sono l’epicentro di questa giostra. Ecco quindi la Fed che perde il controllo del mercato monetario e deve correre ai ripari. Ed ecco anche la curva dei rendimenti che si inverte, evocando pavlovianamente timori di recessione, quando invece, assai più semplicemente, l’inversione (ossia il fatto che i tassi a breve siano più alti di quelli a lungo) dipende dal fatto che sono crollati i premi a termine, ossia il compenso per il rischio di lungo termine dell’investitore, che è stato completamente “socializzato” dalle banche centrali.

Questa socializzazione, ovviamente, non esenta dai problemi: semplicemente li fa accumulare negli angoli nascosti del sistema finanziario. Come i repo Usa con i tassi alle stelle, che abbiamo visto, o come i CLOs, le collateralised loan obligations, carta sempre più diffusa fra gli investitori, che, nota la Bis, ricorda molto i famigerati collateralised debt obligations (CDOs) che raccoglievano pacchi di mutui subprime prima della crisi. Il braccio di ferro, inoltre, sta semplicemente consumando le forze delle banche centrali – “Lo spazio per le manovra di politica monetaria si è ristretta ulteriormente”, nota Borio – che significa far scendere di nuovo i tassi e rigonfiare i propri bilanci.

Ma ormai il limite è stato praticamente raggiunto. “In caso di recessione – conclude Borio- , la politica monetaria avrà bisogno di aiuto, non ultimo da un saggio uso della politica fiscale in quei paesi dove c’è ancora spazio per le manovre”. La banca centrale dovrà, insomma, chiedere aiuto ai governi. Il cieco che guida l’orbo. Buona fortuna.

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