Cronicario: Il revisionismo (statistico) incombe su di noi


Proverbio del 23 settembre Il sacerdote celebra le nozza ma non gestisce la casa

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Non c’è più il pil di una volta, insieme alle mezze stagioni. E una volta non sono i meravigliosi anni ’60 (per chi c’era) ma i pessimi Duemila, quando il pil zoppicava come un’anatra monca dopo aver boccheggiato per un decennio.

Orbene, poco fa l’Istat ha revisionato al ribasso il pil del 2018, che già era basso di suo. Ma non vi preoccupate: è cresciuto quello del 2016 eh.

Leggetevelo da soli che a me vien da ridere.

Detto ciò, il revisionismo non ha risparmiato manco il deficit – per il debito dobbiamo chiedere a Bankitalia che sta ancora facendo i conti – che l’anno scorso è stato più alto della prima stima. E per fortuna i tassi di interesse sono rasoterra, sennò sai che spasso. Non che negli ultimi due anni sia cambiato granché. La pressione fiscale è inchiodata e la spesa per interessi, nel 2017 come nel 2018, è al 3,7% del pil, ossia alla somma algebrica fra l’avanzo primario (istogramma verde), che non isclude la spesa per interessi, e il deficit (istogramma rosso), che invece li include.

Vabbé non importa. Quello che importa è invece quello che ci dice Istat oltre alla revisione. Ossia come lo abbiamo fatto questo pil.

Guardetela per benino questa tabella. Salvo il 2017, anno in cui la domanda estera netta ha dato un contributo positivo al pil, negli altri anni l’export ha aiutato per niente la crescita. Quella (poca) che c’è stata è stata dovuta in gran parte alla spesa delle famiglie e agli investimenti. Il settore pubblico ha spostato poco. Quindi a questo punto dovreste avere chiari cosa serve fare per darci un tono e infischiarcene una volta per tutta delle revisioni.

E cacciateli una buona volta, questi spicci che tenete sotto il materasso. Sennò ve li fanno cacciare.

A domani.

 

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