Fenomenologie giapponesi. Le città che scompaiono


Non sappiamo da qui al 2060, quando si prevede che popolazione giapponese sarà un quarto in meno di adesso, cosa succederà alle tante città giapponesi che già oggi stanno divenendo evanescenti per mancanza di popolazione. Città fantasma, come nel vecchio West americano, che nell’Est giapponese somiglieranno magari di più alle Città invisibili di Calvino. Ghirigori di pietra che custodiscono memorie, dove ancora magari si aggirano rari individui con i capelli bianchi.

Sappiamo però, perché ce lo racconta il Fmi nell’ultimo staff report dedicato al Giappone, che la demografia declinante del Sole Levante è un fardello terribile per il mercato immobiliare, già provato da una crisi ultradecennale. E non serve essere campioni dell’economia per capirne la ragione. A che servono i tetti se non ci sono più teste da riparare?

Culle vuote, e perciò case vuote: molto semplice. Ed è altrettanto ovvio che a sperimentare la desertificazione siano innanzitutto le aree rurali, che già pagano pegno al progresso che genera megalopoli dalla potente attrazione gravitazionale. Nessuna novità: è dai tempi dei sumeri che la città svuota le campagne. Oggi semmai abbiamo il problema che le campagne sono sempre meno prodighe nel generare, e quindi la spoliazione demografica le colpisce ancora più duramente.

La Greater Tokyo, scrive il Fmi, “sta sperimentando flussi netti di immigrazione, guidati da giovani giapponesi che cercano migliore istruzione e lavoro all’altezza”. I superstiti giapponesi si muovono in massa verso le città più grandi: Tokyo, Osaka, Nagoya e Fukuoka. Ma questo sangue giovane che va al centro rende la periferia ancora più anemica. Quanto può sopravvivere un corpo dove la circolazione si concentra solo nel cuore?

Gli scompensi del corpo sociale si possono leggere in tanti modi, e quello economico è uno dei più penetranti, almeno ai nostri fini. E gli scompensi del mercato immobiliare, che è uno dei pilastri dell’economia di un paese, sono la spia del profondo malessere di una delle società che per colmo di paradosso è fra le più ricche e avanzate del mondo. E che il real estate giapponese sia alle prese con profondi scompensi, causati dalla demografia, ormai è un fatto conclamato.

Il ministero delle infrastrutture ha fatto sapere che quasi il 13% delle abitazioni totali del paese sono vacanti. Ecco le case vuote. Questi beni – ma lo sono veramente? – vengono indicate come “Akiya” e solitamente vengono vendute gratis, o addirittura a prezzi negativi. Soprattutto, si prevede che nei prossimi 15 anni il numero delle case vuote arriverà a 21,7 milioni, circa un terzo del totale. “Questo fenomeno è osservato in tutte le parti del Giappone, ma soprattutto nelle aree rurali”, scrive il Fmi. Ovviamente i prezzi, già duramente provati dal crash di fine anni ’80, ne hanno risentito.

Da quando il nuovo premier Abe ha lanciato la sua politica economica i prezzi sono leggermente risaliti, ma “esiste una chiara dispersione regionale in termini di variazioni dei prezzi delle abitazioni”.

I modelli teorici evidenziano che i prezzi tendono a diminuire parecchio nelle aree soggette a crescita negativa della popolazione e la realtà, sottolinea il Fondo, potrebbe pure essere peggiore se le policy non invertiranno questa tendenza, con il mercato immobiliare che rischia di avvitarsi su se stesso mentre le città che scompaiono insieme con le persone. Cronache probabili, del Giappone che verrà.

(3/segue)

Puntata precedente: Anno 2060, odissea nella demografia

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