Istruzione e reddito: il binomio che l’Italia ha dimenticato


L’ultimo Rapporto annuale Istat, fra le tante suggestioni che offre, ne sottolinea una non abbastanza ribadita in un paese come il nostro, peraltro reduce da un rovinoso lockdown delle scuole del quale ancora non si indovina la fine: il rapporto strettissimo che lega la qualità dell’istruzione al livello del reddito.

Sembra una cosa ovvia, ma non lo è. Molti trascurano di osservare come il clamoroso fallimento della nostra istruzione pubblica, che divora moltissime risorse ma ancora non riesce ad esprimere la qualità (e la quantità) di istruzione diffusa di cui abbiamo bisogno è una delle cause del livello asfittico della nostra capacità produttiva e quindi dei redditi che essa è capace di esprimere. Peggio ancora, non siamo ancora nemmeno riusciti a far capire ciò che sanno tutti: un livello adeguato di istruzione è il miglior viatico possibile – a meno che non si sogni di fare la velina o il calciatore – per garantirsi un livello adeguato di reddito.

Quanto al primo aspetto, i dati Istat lasciano poco spazio all’immaginazione. Ancora nel 2019 l’Italia contava solo il 62,1% di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni in possesso di un diploma secondario, a fronte di una media dell’Ue a 27 – esclusa l’UK – del 78,4%. Siamo migliorati di 13,5 punti, rispetto a un quindicennio fa. Il è sicuramente positivo, pure se suona alquanto sconcertante che settant’anni di istruzione pubblica non è bastata a portarci a livello dei paesi europei più avanzati.

Si più pensare che questo divario dipenda in buona parte dall’anagrafe, ossia dalla numero elevato di anziani che – storicamente – sono in media meno istruiti. Ma i dati ci dicono che in Europa l’84% dei giovani 30-34enni hanno un diploma. Da noi meno del 75%. E se guardiamo all’istruzione universitaria, poi, il quadro è persino più scoraggiante: i 30-34enni con titoli universitari nel nostro paese sono il 27,6% contro il 40,3% per l’Ue27. Siamo gli ultimi nell’Unione insieme alla Bulgaria.

Il dato aggregato riferito all’Italia nasconde molte differenze regionali, ovviamente. e questo vale non solo per le quantità di titoli di studio, ma anche per la qualità di questi titoli. L’incidenza dei laureati è alta in Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Friuli, bassa in Sicilia, Puglia e Calabria, dove rimane ancora elevata la dispersione scolastica.

Quanto alla qualità, i test di Pisa rappresentano un livello medio di conoscenze non particolarmente esaltante, per non dire deprimente.

La media italiana mostra che fra fra il 20 e il 30% degli studenti hanno difficoltà con l’Italiano, la matematica e le scienze, e le differenze regionali disegnano un quadro persino peggiore, con intere regioni dove le competenze scolastiche sono ampiamente insufficienti.

Questa situazione impatta ovviamente sulle prospettive di impiego. Istat ci ricorda che i “tassi d’occupazione degli adulti tra i 25 e 64 anni con titolo universitario sono,
in Italia e nell’Ue27, più elevati di quasi 30 punti rispetto a quelli con al più la licenza media: di questi, circa 10 punti percentuali rispetto ai possessori di diploma secondario superiore, che a loro volta hanno tassi d’occupazione più elevati di quasi 20 punti percentuali rispetto a chi è meno istruito”.

Questo non vuol dire che chi si laurea trova subito un lavoro sicuro e remunerativo, come si diceva una volta. Ma che una buona istruzione è uno strumento efficace per avere le carte in regola e provarci.

Il contrario consegna i giovani alla nullafacenza o ai lavori meno remunerativi: i diplomati hanno un reddito superiore del 34% a chi ha al più la licenza media, e la laurea conferisce un premio aggiuntivo di un ulteriore 37%. A meno che non si diventi calciatori, appunto.

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