Il tramonto dell’Occidente non risparmia la Cina

Ai tanti che discorrono del secolo asiatico, giudicando inarrestabile lo spostamento verso Oriente dell’asse del potere internazionale, vale la pena ricordare che il tramonto dell’Occidente, che dai tempi del fortunato libro di Spengler nutre le nostre fantasie decliniste, non risparmia neanche il sempre più prospero Oriente, e la Cina in particolare, che, proprio come noi è alle prese con il vero protagonista del secolo: l’invecchiamento della popolazione.

In Cina, come mostrano gli ultimi dati de censimento analizzati di recente da Bofit, i numeri ci dicono non solo che la popolazione cresce sempre più lentamente, aumentando quindi la velocità dell’invecchiamento della popolazione, ma che si sta sempre più incardinando anche il modello di sviluppo occidentale basato sull’aumento dell’urbanizzazione che, a sua volta, incoraggia la denatalità. Ciò ha effetti diretti sul dependecy ratio, ossia il rapporto fra quelli che lavorano e quelli che sono a loro carico.

Fra il 2010 e il 2020, periodo ricoperto dalle nuove statistiche della popolazione cinese, la popolazione in età lavorativa è diminuita del 7%, arrivando al 63% del totale della popolazione, mentre gli over 60 sono cresciuti del 5%, arrivando al 19% della popolazione. Numeri molto “occidentali”, a ben vedere. Specie se consideriamo che la popolazione 0-14enne è cresciuta nel decennio solo dell’1%, con un tasso di fertilità crollato a 1,3 figli per donna.

Al tempo stesso continua il forte processo di urbanizzazione, con un totale di persone che vive nelle città pari al 64%. e questo malgrado ci siano ancora difficoltà burocratiche da risolvere legate alla normativa dell’hukou, mentre in campagna rimane ormai appena il 36% della popolazione.

La rivoluzione cinese, insomma, sta assumendo sempre più la fisionomia di quelle vissute negli ultimi due secoli in Occidenti e non si capisce perché non dovrebbe finire nello stesso modo.

Per adesso sembra che la Cina non stia prendendo in considerazione l’idea di far entrare un numero crescente di migranti per compensare la propria debolezza demografica. Ma probabilmente è solo questione di tempo prima che il tema divenga di attualità pure laggiù. Per il momento il paese è ancora impegnato nella transizione dalle campagne alla città, e il governo sta lavorando per favorirla, visto che ancora esistono limiti molto stringenti legati alle vecchie pratiche di impedire il trasferimento dei contadini.

Rimane il fatto che l’aumento dell’indice di dipendenza e la diminuzione della popolazione in età lavorativa, due facce della stessa medaglia, finisce col rendere urgente anche una riforma dei sistemi pensionistici, che però rischia di impattare pesantemente sui meccanismi di welfare, largamente basati sugli aiuti famigliari, che consentono alle donne di lavorare.

La coperta è corta, insomma. Qualunque sia la soluzione che si sceglierà – riforma delle pensioni, aumento dell’immigrazione – anche la Cina dovrà vedersela con i malumori che ormai da decenni caratterizzano le popolazioni occidentali. Tutto il mondo è sempre più un paese. Altro che deglobalizzazione.

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