La fragile occupazione del settore turistico italiano

La crisi profonda vissuta a causa della pandemia dal nostro settore turistico ha manifestato con grande chiarezza la fragilità dell’occupazione di questo segmento che ha il doppio svantaggio di essere numericamente significativa e difficilmente ricollocabile, a causa delle proprie caratteristiche. Talché ancora oggi, quando si inizia a intravedere qualche spiraglio di miglioramento, la questione di questi lavoratori, tanto numerosi quanto poco qualificati, rimane centrale nel nostro discorso pubblico.

Non è certo un caso che Bankitalia se ne occupi nella sua relazione annuale, svolgendo alcune simulazioni che aiutano a comprendere quanto la sorte di questi lavoratori sia problematica. Paradossalmente, le radici del problema originano proprio dal notevole successo che questa categoria ha avuto negli anni passati. Negli anni fra il 2014 e il 2019, infatti, gli occupati del settore sono cresciuti del 24%, contribuendo per un sesto alla crescita globale dell’occupazione italiana.

Questo successo ci dice molto del nostro mercato del lavoro, che ancora in larga parte dipende da un’occupazione poco qualificata e ancor meno produttiva, per tacere della stabilità di queste professioni. Nel turismo, infatti, trovano lavoro soprattutto le donne, che pesano circa la metà dei dipendenti, e i giovani, con qualifiche basse e contratti brevi, per lo più di durata stagionale.

Interessante osservare che i lavoratori impiegati nei settori di alloggio e ristorazione hanno la stessa probabilità di conservare l’occupazione dopo tre anni dal primo impiego rispetto ad altri dipendenti occupati in servizi privati non finanziari, ma hanno una probabilità inferiore di spostarsi in altri settori. Ciò a dimostrazione del fatto che si tratta di un’occupazione alquanto “rigida”, oltre che fortemente stagionalizzata. Anche qui, molto dipende dalle sue caratteristiche.

Bankitalia ha provato a stimare questa “mobilità” intersettoriale dell’occupazione nel settore ricettivo. Svolgendo alcune simulazioni ha ricavato un dato secondo il quale un teorico azzeramento della domanda di lavoro nel settore ridurrebbe del 13% la probabilità di un lavoratore di essere occupato nell’arco dei tre anni successivi. “L’economia italiana – scrive la Banca – potrebbe quindi assorbire solo parzialmente gli effetti del calo della domanda del
settore turistico, anche per le scarse qualifiche dei lavoratori ivi impiegati”. Il grosso di queste ricollocazioni “avverrebbe soprattutto verso altri servizi (supporto alle imprese, commercio) e la manifattura, comparti in cui la domanda di lavoro non ha finora mostrato chiari segnali di ripresa”.

Il problema è che i comparti che hanno mostrato una maggiore vitalità nel 2020, come le costruzioni e i trasporti via terra, richiedono competenze che i lavoratori del turismo non posseggono: non a caso in questi settori in crescita risultano meno presenti i giovani e le donne.

In generale, quindi, solo il turismo riesce ad assorbire questa occupazione. Ma sarebbe saggio, in un’ottica di lungo periodo, pensare a come impostare politiche attive e di formazione per mettere in grado di aiutare questi lavoratori a spostarsi verso altri settori. Perché il Covid – speriamo presto – finirà e la domanda di lavoro nel settore turistico tornerà a crescere. Ma non è affatto detto che riuscirà ad assorbire tutte quest’occupazione marginale.

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