Servono quattro trilioni per il clima. Chi paga?

Se lasciamo per un attimo da parte le enormi complessità celate dentro il dossier sul cambiamento climatico – dalle questioni tecnico-scientifiche, a quelle immensamente pratiche originate dalla fame crescente di energia – rimane da contemplare quello che poi è uno dei maggiori ostacoli sul tavolo delle varie conferenze e negoziazioni: i soldi. Perché questo è chiaro a tutti: la transizione energetica non solo è estremamente complicata, zavorrata com’è dalla consuetudini e dalle urgenze della congiuntura, ma soprattutto costa una fortuna.

Per farcene un’idea, vale la pena sfogliare l’ultima edizione del World energy outlook preparato dall’Iea in occasione del Cop2026, che contiene diversi elementi utili a dimensionare il problema. Ma prima di osservarli, ricordiamo le ultime notizie di cronaca. Nella sua relazione a Glasgow il nostro primo ministro ha ricordato alcune cose che vale la pena ripetere. La prima è che “i soldi non sono un problema” perché, ha detto riportando le parole di Boris Johnson, “i privati sono pronti a investire decine di trilioni”, purché il settore pubblico faccia la sua parte offrendo garanzie sui progetti a rischio fallimento di mercato. Da qui l’idea di attivare un task force che agisca presso la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie internazionali per “canalizzare” queste risorse.

Lo schema perciò dovrebbe essere questo: il settore pubblico copre alcuni rischi e i privati ci mettono le “decine di trilioni” che servono. Ben sapendo, perché anche questo è emerso nei vari vertici, che le fonti rinnovabili da sole non basteranno e che bisogna investire su nuove tecnologie come quelle per la cattura del CO2 per portare le emissioni al livello desiderato in un certo arco di tempo.

Se dalle dichiarazioni d’intenti andiamo sui numeri, però, il quadro è molto diverso. Dai calcoli dell’IEA emerge che per condurre le emissioni dal livello incorporato nello scenario che tiene conto degli impegni già annuciati (Announced Pledges Scenario, APS) a quello previsto delle zero emissioni mette (Net Zero Emissions, NZE) di metà secolo, servono circa 1,4 trilioni, che si aggiungono ai 2,3 già previsti dall’APS da qui al 2030. Non servono quindi “decine di trilioni”. Ne bastano “appena” 1,4.

Se leggete bene il grafico sopra, c’è scritto che il 70% di questi extra investimenti sono richiesti dai paesi emergenti e nelle economia in via di sviluppo, ossia dai paesi che più degli altri stanno dando l’impressione di remare contro. Vero a falso che sia, se ci mettessimo nei loro panni – la Cina ha nuovamente aumentato la produzione di carbone per sfuggire alla sua attuale crisi energetica – forse faremmo la stessa cosa.

A fronte di questa necessità, al momento, in attesa che i privati mettano “decine di trilioni” con la benedizione della Banca Mondiale, il fondo per la trasformazione energetica, che anima la neonata Global Energy Alliance, dedicato ai paesi emergenti prevede lo stanziamento di un centinaio di miliardi in dieci anni. Lo ha ricordato sempre Draghi, sottolineando che “al momento siamo sugli 82 miliardi”, e che non c’è da preoccuparsi per reperire il differenziale, perché “si può sempre avere un’altra allocazione di diritti speciali di prelievo del Fondo monetario che venga a colmare la mancanza di oggi”.

Attivare i diritti speciali di prelievo, com’è noto, significa autorizzare il Fmi a una nuova emissione. E quindi, indirettamente, trovare un accordo all’interno della comunità internazionale. E soprattutto una nuova emissione di DSP riguarda tutti i paesi e non solo gli emergenti, ognuno in quota parte. Per capire le quote basta ricordare come sia stata distribuita l’emissione di un anno fa dei 650 miliardi di DSP decisa dal Fmi per combattere contro la pandemia.

Se usiamo i calcoli dell’IEA come base del nostro ragionamento, vorrebbe dire che BRICS ed altri paesi in via di sviluppo, dovrebbero ricevere il 70% di 1,4 trilioni, quindi circa 980 miliardi, dal Fmi, magari nella forza di DSP. Ma se riportiamo le proporzioni che abbiamo visto nell’esempio sopra – dei 650 miliardi emessi a BRICS ed altri emergenti sono arrivati 253 miliardi, pari a poco meno del 39% del totale – ciò vuol dire che il Fmi dovrebbe emettere circa 2,5 trilioni per fare arrivare 980 miliardi al gruppo più povero. E’ fattibile?

Questo esempio, che ha scopo puramente indicativo, ci consente di saggiare con mano i limiti di funzionamento del nostro sistema internazionale. Di fronte a una necessità impellente di risorse non possiamo far altro che provare a coinvolgere il settore privato, dietro la promessa di garanzie pubbliche, o perderci nel labirinto del Fmi, del quale negli ultimi settant’anni abbiamo imparato ad apprezzare pregi e difetti. Non c’è da stupirsi che passata la sbornia degli eventi internazionali, la questione climatica ripiombi nel dimenticatoio.

La questione, tuttavia, è chiara: servono 1,4 trilioni, almeno fino al 2030, e poi pure se i privati faranno la loro parte, “le fonti pubbliche di capitale svolgono un ruolo particolarmente importante nel catalizzare gli investimenti nei mercati in cui l’accesso al capitale è limitato, nei settori privi di progetti “bancabili” e nel finanziamento delle infrastrutture energetiche”.

Detto in soldoni, senza un chiaro impegno politico, il privato resterà a guardare. Anche perché “circa i due terzi degli investimenti pubblici aggiuntivi nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo richiesti nelle NZE provengono da imprese statali nazionali, che svolgono un ruolo particolarmente importante nello sviluppo delle reti elettriche”. Il terzo restante proviene dalle istituzioni finanziarie, “comprese le banche internazionali di sviluppo e le banche verdi nazionali”.

Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, potremmo ricordare che gli investimenti in energia pulita da parte delle istituzioni pubbliche nazionali e internazionali in questo paesi dovrebbero arrivare a 200 miliardi di dollari, nello scenario NZE del 2030, più che raddoppiati rispetto ai 65 miliardi dello scenario APS. Livelli comunque ancora lontani dalle necessità.

Ricapitoliamo: abbiamo necessità di risorse, specialmente da mettere a disposizione dei paesi emergenti che faticano a rispettare i target dovendosi misurare con le necessità e i costi (ambientali) di un’economia in espansione. Dal canto loro i paesi avanzati premono per accelerare la transizione energetica, con rischio di creare un clima conflittuale, come efficacemente sottolineato dal nostro premier. Quindi che fare?

La prima mossa probabilmente dovrebbero farla i paesi avanzati, che più di tutti hanno contribuito alla configurazione attuale della nostra economia nel tempo. Non basta dar lezioni: occorre mettere mano al portafogli, magari sfruttando le recenti innovazioni intervenute – pensate alla global minimum tax sulle cui coordinate il G20 ha trovato un accordo – e creare un fondo sottoscritto dai governi delle economie avanzate per emettere debito a favore dei paesi emergenti. La Global energy alliance è sicuramente una buona idea, ma largamente insufficiente.

La transizione energetica è un problema di tutti, esattamente come la pandemia, che ci ha fatto capire come non ci salveremo vaccinando solo i paesi ricchi. Nella ricetta del vaccino per il clima i finanziamenti sono una componente essenziale. E i paesi avanzati hanno credibilità sufficiente per raccogliere sul mercato quei trilioni che servono, senza bisogno di chiederli ai privati, che rimangono ovviamente benvenuti, soprattutto per le a qualità dei contributi che possono apportare, oltre che alla quantità di risorse. Così facendo, questi governi, imparerebbero anche a coordinarsi meglio e a focalizzare i propri obiettivi.

Forse se ci presentassimo a cinesi e indiani con un paio di trilioni da offrire per progetti concreti non sarebbero così restii ad ascoltarci. Senza soldi non si cantano messe, recita un vecchio proverbio. Figuriamoci una transizione energetica ultradecennale.

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