La pandemia rivoluziona le assicurazioni italiane

Poiché serviranno alcuni anni a comprendere le conseguenze della pandemia nel nostro tessuto socio-economico, vale la pena portarsi avanti raccogliendo alcune informazioni di sistema, partendo magari da quello finanziario.

Lo spunto ce lo offre uno studio pubblicato da Bankitalia che analizza il comportamento delle assicurazioni durante i momenti clou dell’emergenza finanziaria. Si tratta di intermediari che storicamente hanno ruolo molto importante di stabilizzazione del ciclo finanziario, visto che di solito si comportano al contrario di come fanno i mercati: se questi vendono loro comprano. Sono anti-ciclici, insomma. E questa loro caratteristica li rende importanti figure che danno equilibrio al sistema “assorbendo” le varie turbolenze che ogni tanto finiscono con l’agitarlo.

Lo scopo di Bankitalia è osservare se tale comportamento è stato seguito anche durante gli ultimi anni, e in particolare fra il 2017 e il 2020, periodo al quale si riferiscono i dati. Il grafico sotto riepiloga le osservazioni degli autori. Come dato generale, vale la pena ricordare che in Europa il settore assicurativo ha in portafoglio obbligazioni per sei trilioni, che si confrontano con i cinque trilioni in pancia alle banche e i dodici dei fondi di investimento. Questo per dare un’idea dell’importanza sistemica di questi soggetti, che peraltro hanno l’importante caratteristica di essere investitori di lungo termine, e quindi “depositi” ideali per gli asset illiquidi. Classicamente, le assicurazioni hanno notevoli patrimoni immobiliari.

Il nostro settore assicurativo, quindi, a dicembre 2019 aveva in bilancio circa 900 miliardi di obbligazioni, investimenti che rappresentavano il 52% del pil italiano e il 14% degli investimenti del settore europeo. I risultati dell’analisi mostrano che gli assicuratori italiani “usualmente aumentano le proprie esposizioni verso le obbligazioni i cui prezzi diminuiscono, mitigando gli shock dei mercati finanziari”. Il problema però è che questo accade “usualmente”, non sempre.

Durante la pandemia, infatti, come si può osservare anche dal grafico sopra, “l’abilità degli assicuratori di affrontare gli shock è diminuita in media dopo la pandemia”. In particolare, fra il 2017 e il 2019 accadeva che una diminuzione dell’1% del prezzo di un asset determinava in media un 12% di aumento della quota di quell’asset nel portafoglio delle assicurazioni. Durante la pandemia, invece, l’impatto è rimasto positivo, ma si è fermato al 2%.

Cosa è successo? La risposta secondo gli autori della studio sta nel modello di business scelto dagli assicuratori, che “non hanno adottato un approccio a lungo termine per gli investimenti in attività
relative alle passività più volatili”. Detto diversamente: li hanno venduti.

Interessante capirne la ragione. Partiamo dal pre-pandemia. Le assicurazioni meno capitalizzate, prima della crisi, “non hanno adottato strategie di investimento significativamente diverse da quelle delle compagnie più capitalizzate”. Hanno insomma comprato portafogli simili. Ma al momento della resa dei conti hanno dismesso il loro ruolo di stabilizzatori e si sono comportati pro-ciclicamente. Queste compagnie più fragili infatti, per ogni 1 per cento di calo di prezzo di un asset hanno diminuito in media fra il 4 e il 7 per cento la quota di questo asset nel portafoglio.

Come se non bastasse, i requisiti regolamenti intervenuti dopo lo scoppio della pandemia hanno condotto molte compagnie a mutare le strategie di investimento per gli asset più rischiosi, che quindi assorbono più capitale. “Infatti abbiamo scoperto che durante la crisi gli assicuratori non hanno giocato un ruolo di stabilizzatori nel mercato del corporate bond, specialmente per le obbligazione BBB, ossia quelle a maggior rischio perché più redditizie.

Dovremo stupirci? Da anni gli osservatori ci ripetono – e noi lo andiamo scrivendo – del lento degrado del debito corporate, alimentato dal denaro facile e dalla conseguente fame di rendimento. Questa discesa verso il basso delle opportunità di investimento non poteva che contagiare le assicurazioni, che come tutti devono spuntare qualche profitto per continuare a vivere.

Ed ecco perciò che le assicurazioni meno solide comprano bond rischiosi, come le compagnie più capitalizzate, ma poi, a differenza loro, le vendono quando il tempo si fa brutto, perché in fondo non se le potevano permettere. Il mondo assicurativo è cambiato, in questi anni. E non per colpa della pandemia. Il Covid semmai ce l’ha ricordato.

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