La ricchezza (non) salverà il mondo

Oltre dieci anni fa, quando questo blog ha cominciato il suo viaggio, scrivevo che ero ragionevolmente convinto che ci trovassimo di fronte a un tornante della storia. Erano gli anni in cui una straziante crisi economica, culminata in quella dell’eurozona, rendeva tutti noi particolarmente sensibili agli sconquassi del sistema iniziati nel 2008 negli Usa. La sensazione, molto diffusa, era che ci trovassimo di fronte a qualcosa che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite.

Allora mi parve che osservare in modo serio e documentato le cose economiche, cercando anche di studiarle nella loro profondità storica, fosse il modo migliore per contribuire a questa riflessione. Questo blog divenne una sorta di zibaldone nel quale riepilogare le letture che andavo facendo cercando semplicemente di capire.

Dieci anni dopo, la mia sensazione si è rafforzata, ma ho capito altresì che avevo frainteso. Il tornante della storia non era quello che immaginavo a suo tempo, ossia il semplice mutare di un contesto economico che avrebbe determinato un cambio di paradigma all’interno della teoria prevalente. Ciò che stava iniziando, in quel lontano 2012, era la transizione di un mondo che fino ad allora, seguendo la nouvelle vague iniziata alla fine dei terribili Settanta, era convinto che la ricchezza avrebbe salvato il mondo, verso un altrove senza più questa credenza.

Questa transizione non si è certamente conclusa, ma riusciamo a osservarne i lineamenti nelle varie storie che ci hanno raccontato. Ne fa parte, ad esempio, la vulgata che ha in odio il cosiddetto neoliberismo, che non a caso viene datato nella sua nascita proprio in quegli anni ’80 che vengono simbolicamente intitolati come età dell’edonismo, quindi di un certo benessere esibito, fonte di disuguaglianza e di capitalismo selvaggio, fino a culminare nella globalizzazione denunciata dal movimento No global.

Ma ne fa parte anche l’epoca, all’incirca il decennio dei Novanta, in cui si attribuirono al mercato, in quanto produttore di ricchezza, le virtù taumaturgiche di cui aveva disperato bisogno una società ancora fortemente ideologizzata. Non a caso i più vigorosi alfieri di questa visione furono i partiti politici che una volta erano più o meno socialisti. Chi è cresciuto negli anni ’90 in Italia ricorderà l’innamoramento liberal-mercatista della sinistra italiana. Non è certo un caso che oggi, che questa fede si è smarrita, siano gli stessi a mettere in discussione il mercato.

Dal un punto di vista iconico, il passaggio da Berlusconi a Meloni, nel ruolo di catalizzatori degli umori popolari è coerente con la transizione che stiamo vivendo. La trasformazione, vale a dire, di un’epoca in cui una certa aristocrazia della ricchezza ha creduto di poter governare. Ma ciò non era motivato dalla loro semplice volontà di potenza. Piuttosto dal fatto che la società credeva che la ricchezza avrebbe salvato il mondo, e quindi si è affidata ai ricchi come salvatori.

Senonché, come ha scritto acutamente un vecchio storico ottocentesco, Fustel de Coulanges, nella sua memorabile opera del 1864 su La città antica, la ricchezza è capace di suscitare invidia, ma difficilmente rispetto. Specie quando il tempo volge al brutto.

Quando succede, gli uomini tornano a rivolgersi a credenze più antiche, capaci di suscitare in loro rispetto (e timore). E poco importa che le epoche in cui l’aristocrazia del denaro governa siano quelle che magari si caratterizzino per esuberante crescita economica. Le società smettono di crederci. E guardano altrove. Quasi sempre indietro.

Questo è il punto nel quale ci troviamo. I ricchi non governano più. Governano coloro che sono capaci di evocare simboli nuovi, che poi sono quasi sempre quelli vecchi. Persone che mostrano di non curarsi della ricchezza.

Nella storia è accaduto un’infinità di volta. E l’esito è sempre molto simile. Nella Grecia classica, la fine dell’aristocrazia del denaro sfociò nella breve e luminosa stagione della democrazia che terminò nella stagione dei tiranni. Nell’epoca moderna, la fioritura mercantile italiana dei secoli XI-XV degenerò nelle signorie.

Oggi chissà: nessuno può saperlo. Ma dobbiamo ricordare una cosa. Nel tempo in cui si smette di credere che la ricchezza salverà il mondo, e si ridà potere ai simboli religiosi o ideologici, non si è meno creduli. Anzi, essendo profondamente impauriti, lo si è ancor di più. E questo non è un buon viatico per un futuro di prosperità.

Se vi piace quello che pubblica questo blog e volete sostenerlo, potete farlo comprando la Storia della ricchezza, il mio libro edito da Diarkos (tutte le info a questo link) che molto deve a questo lungo percorso che abbiamo iniziato oltre dieci anni fa. Lo trovate in tutte le librerie e anche on line. Su Amazon sta già scalando le classifiche della sua categoria. Aiutatelo a crescere. E buona lettura.

Un Commento

  1. Avatar di Eros Barone
    Eros Barone

    Si può tradurre con il termine “orizzontalità” la differenza categoriale tra i due opposti antitetico-speculari rappresentati dal paradigma “orizzontalista” e dal paradigma “verticalista”, che nel corso della modernità si sono fronteggiati, incrociati e alternati. Laddove per il primo paradigma, caratterizzato dall’immanenza e dagli individui, l’ordine procede (se e quando procede) non da un”auctoritas’ centrale ma dalla dinamica spontanea delle interazioni tra i soggetti sociali, e per il secondo paradigma la società è un sistema che funziona secondo un principio di unità che occorre saper identificare, giacché esistono dimensioni trascendenti ed invisibili che informano i soggetti. Naturalmente, l’orizzontalismo conduce costantemente una lotta per l’egemonia contro il verticalismo sia in campo teorico sia nella sfera sociale e istituzionale. Tanto per citare l’esempio storico più noto del paradigma orizzontalista, basti pensare al cosiddetto “libero mercato”, che è il perno attorno al quale ruota il modello istituzionale dominante, ossia il liberalismo e, nelle sue accezioni più radicali, il libertarismo anarchico. Fra i sostenitori del paradigma verticalista si può invece citare Marx per almeno tre motivi: la demistificazione del ruolo fondativo dell’individuo nell’azione sociale, lo smascheramento della natura verticalista dello stesso regime orizzontale e la denuncia degli esiti catastrofici della regolazione orizzontale (gli stessi che vanno denunciati a proposito delle politiche migratorie perseguite da tale ‘regolazione’). E’ proprio sul tema del rapporto tra natura e società che Marx rompe decisamente con il paradigma orizzontalista, quando dimostra che la presunta naturalità delle interazioni di mercato (lavoro, terra, moneta) non è altro che “ideologia”, vale a dire un prodotto culturale che maschera i rapporti di dominio nella sfera della produzione, la narrazione che una classe specifica tenta di promuovere al fine di preservare i propri interessi e di consolidare la sua posizione dominante a scapito delle classi subalterne. Per Marx, insomma, l’orizzontalismo è un artificio retorico che serve ad occultare il rapporto di ‘verticalità’ gerarchica tra i detentori dei mezzi di produzione e i detentori della
    forza-lavoro (il cosiddetto “diritto eguale” con tutte le sue attuali derivazioni: dalla teoria ‘gender’ al femminismo borghese e piccolo-borghese, dall’enfasi sui diritti civili e individuali all’apologia dei ‘migranti’, dall’animalismo ai ‘no-vax’). Da qui, cioè dalla struttura economica della società, incardinata sul nesso di forze produttive e rapporti di produzione, scaturiscono, attraverso un sistema articolato di ‘mediazioni’ analizzato, a diversi livelli, in tutta l’opera marxiana, l’alienazione e lo sfruttamento, la cui misura è il “plusvalore”, motore specifico della crescita capitalistica, così come dell’impoverimento dei lavoratori e, ‘last but not least’, delle guerre fra le grandi potenze per la spartizione dei mercati e delle sfere d’influenza, il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime, nonché delle vie di comunicazione. In definitiva, l’orizzontalismo conduce alla catastrofe, poiché – come Marx dimostra nel Capitale – “la vera barriera alla produzione capitalistica è il capitale medesimo” e la società orizzontale è destinata a deflagrare. Concludo questo limitato approfondimento di un Suo acuto e fertile spunto, osservando che forse oggi sarebbe il tempo di recuperare questa ispirazione marxiana, giacché il regime neo-orizzontalista, in cui siamo immersi fino al collo, richiede analisi all’altezza di quelle formulate da Marx nel XIX secolo. E’ una sfida che da due secoli ci attende e che accomuna eretici di diversa tendenza, quali noi siamo: è la sfida, come io penso, della costruzione di un verticalismo progressivo.

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    • Avatar di Maurizio Sgroi
      Maurizio Sgroi

      salve,
      Si possono usare tanti schemi interpretativi per analizzare le realtà, ad esempio usare coppie dialettiche come quella che lei suggerisce. Ogni paio d’occhiali che si indossa regala una vista diversa. E di solito scegliamo quello che più corrisponde alle nostre visioni, ossia inclinazioni. Quindi la ringrazio per avermi illustrato il suo paio di occhiali.
      Mi guardo bene dall’entrare nel merito. Non credo che esistano occhiali migliori di altri e sono convinto che ogni visione sia ricca di spunti interessanti.
      Provo a spostare l’attenzione sul punto che a me pare determinante, usando un’altra coppia dialettica: quella fra credenti e non credenti.
      Ogni sistema, sia esso filosofico o economico, si basa sul presupposto che noi si creda in qualcosa. L’uomo viene incardinato in una qualunque metafisica – quella marxista, della cui profondità di campo non si può dubitare, dal mio punto di vista non lo è meno di quella tipicamente religiosa – e da lì vengono dedotte alcune conseguenze. In sostanza viene determinata un’azione.
      I non credenti, invece, non hanno un sistema alle loro spalle. Seguono altre vie per determinare l’azione. E sono queste vie che a me interessa percorrere nella mia attuale fase della vita. Non mi ritengo un eretico, perché non devio da nessuna dottrina. Rifiuto qualunque dottrina, che vuol anche dire che le accetto tutte. Come diceva Feyerabend, ogni cosa può andar bene, purché si faccia la cosa giusta.
      Non mi chieda quale sia, questa cosa giusta. E’ il lavoro di ogni giorno scoprirla, navigando in mare aperto.
      Per usare la sua terminologia, sto cercando un verticalismo orizzontale o, se preferisce, una orizzontalità verticale. L’uomo come soggetto, il mondo come oggetto, ben sapendo che questa distinzione è del tutto artificiale.
      Saluti cordiali e grazie per il commento.

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