Il legame inestricabile fra governo e banca centrale

Serviva davvero un’ondata inflazionistica per ricordare a tutti noi quanto sia profondo e inestricabile il legame che unisce i governi alle loro banche centrali? Ovviamente no. E tuttavia da quando queste ultime hanno iniziati ad alzare i tassi, che significa fare una politica monetaria restrittiva, sono cresciute di intensità le esortazioni al governo a fare la stessa cosa con la politica fiscale, che di quella monetaria è semplicemente la gemella diversa. E questo per la semplice ragione che governo e banca centrale sono emanazioni della stessa entità: il potere pubblico.
Ed ecco che la “finzione” che nei secoli ha dato vita a questi due soggetti diversi viene svelata. Il fatto è molto semplice: il potere pubblico, lungo un’evoluzione secolare che ho raccontato nella mia Storia della ricchezza, ha imparato che la gestione di un processo complesso come quello economico aveva bisogno di soggetti capaci di manipolare separatamente i debiti e i crediti di un’economia, con l’evidente sottotitolo che dovevano sostenersi a vicenda.
Così la banca centrale mette fra i suoi asset i debiti del governo e usa i suoi debiti – la cosiddetta base monetaria – per far funzionare l’economia (compresa quella del governo) che origina le risorse attraverso le quali il governo paga i suoi debiti. Ne abbiamo parlato tante volte, anche approfondendo, quindi non serve ripetersi.
Il fatto nuovo è che oggi questo meccanismo venga messo alla prova nella sua resilienza per la semplice ragione che l’inflazione, che alza i tassi di interesse, grave sulla montagna di debito che governo e banca centrale hanno cumulato, sebbene su diversi lati del bilancio.

I governi riusciranno a rassegnarsi alla moderazione fiscale? E le banche centrali, che già iniziano a manifestare perdite sui titoli a causa del rialzo dei tassi al quale sono costretti, riusciranno a mantenere la barra dritta?
La risposta a queste domande ha a che fare col modello di sviluppo che andremo a costruire nei prossimi anni. La Bis, che affronta questo tema nella sua relazione annuale, ha fatto capire con chiarezza che il sistema sta testando le sue “resistenze”. Ciò che ne verrà fuori non possiamo saperlo. Ma immaginarlo si. E forse dovremmo.
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L’inflazione, ossia l’aumento dei prezzi delle merci, mette certamente alla prova la resilienza del combinato disposto fra governo e banca centrale. L’inflazione però non è influenzata solo da fattori ciclici, ma è essenzialmente determinata da fattori strutturali (vedi l’Italia negli anni Settanta e oggi l’Inghilterra e la Francia), dai movimenti del cambio e anche dalla natura stessa del processo di accumulazione capitalistico. Allora è bene ricordare che sotto la presidenza di Paul Volcker (1979-1987) la FED alzò i tassi d’interesse ai massimi storici (raggiunsero circa il 20 per cento), provocando la più seria recessione che si fosse mai avuta dopo la Grande Depressione. Sennonché oggi il rischio è ben più serio a causa della quantità immane di attività sopravvalutate e di debito pubblico e privato ai massimi storici. I Soloni della BRI (ma non soltanto loro) hanno in mente un solo “pericolo”: la famosa spirale “salari-prezzi”. Perciò si preparano fin d’ora a indicare le rivendicazioni salariali come la causa maggiore del rincaro di tutte le altre merci. Del resto, la merce forza-lavoro ha in sé una peculiarità che le altre non hanno, ragione per cui vi è un motivo, non solo ideologico ma molto prosaico, per cui essa non debba aumentare o debba rimanere per quanto è possibile sotto il tasso d’inflazione. In conclusione, l’inflazione non è altro che una delle forme specifiche principali che, in date congiunture, assume un sistema dominato dall’oligopolio multinazionale. Il resto sono masturbazioni mentali, comprese quelle sulla “mentalità inflazionistica degli agenti economici, consumatori e imprese”. Ma che valore può avere la riduzione delle oggettive contraddizioni del sistema a meri fenomeni di natura soggettiva, quando è compiuta da chi ci fa lezione ogni giorno sullo scarto tra aspettative soggettive e realtà oggettiva? Quarant’anni dopo era legittimo aspettarsi qualcosa di più originale.
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