Il triste sentiment dell’Europa

E’ un sentimento triste, anzi un sentiment, quello che affligge l’economia europea che ancora non arriva ad essere depressa, ma chissà cosa porterà il domani, sembrano chiedersi gli europei, oggi assai meno fiduciosi di ieri.

Di questo senso di triste declinare ci racconta un recente rapporto diffuso dalla Commissione, l’European Business cycle indicator del terzo quarto del 2023. La curva del sentiment segue quella dell’andamento del pil: declinano insieme insomma, e ormai è scivolata sotto la media di lungo periodo (100 punti), portandosi poco sopra 90. Tristezza, appunto, non depressione come quella osservata nel 2020, quando, complice la pandemia che già era angosciosa di suo, il sentiment sprofondò a 60, salvo poi risalire bruscamente un anno dopo.

Oggi la situazione è molto composita. I segnali buoni e cattivi si mescolano, con un tendenza, specie a causa dell’inflazione, a far pesare di più il lato della bilancia che affossa le aspettative. Questo intristirsi è visibile un po’ in tutti i settori.

Nel terzo quarto di quest’anno il sentiment si è ulteriormente indebolito nelle principali economie dell’area, con Germania (-4,2 punti) e Italia (-3,1 punti) a guidare la classifica della tristezza. Il che si comprende se si ricordano le profonde relazioni che legano le due economie.

Ovviamente questo indebolimento si trasferisce alle aspettative di occupazione e sugli ordini, che i manager vedono in ribasso a differenza di quelle di produzione che vengono viste in miglioramento pur senza variazioni previste delle scorte. Dal che si può immaginare che ci si aspetti un aumento della produttività.

Rimane il problema dei consumatori, la cui fiducia ha manifestato chiari segni di declino, mentre rimangono alte le aspettative di inflazione.

Ed è proprio questo combinato disposto che complica l’analisi. La percezione dei rincari, infatti, è assai più pronunciata di quelli effettivi, e questo ci riporta a un discorso che abbiamo già fatto, ossia di come le aspettative finiscano per “schiacciare” il futuro sul presente.

Se un consumatore crede che l’inflazione sia peggio di quella che è, e questa percezione è resiliente, si finisce col generare una frenata maggiore di quella che servirebbe a tenere in marcia, seppure a ritmo ridotto l’economia. Esattamente come aspettative di inflazioni peggiori di quelle prevedibili costringono la banca centrale costretta a stringere di più la politica monetaria.

Molto facilmente la tristezza diventa una malattia. Ma questo ce l’hanno insegnato i poeti, prima degli economisti.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.