Un’alta spesa sanitaria non implica avere anziani in buona salute

Di fronte a una società che invecchia inesorabilmente diventa – o dovrebbe diventare – tema politico di primaria importanza che l’aumento della longevità, che viene considerato un successo delle nostre società, non diventi un fardello per queste società e per chi invecchia. Vivere purchessia non è certo un obiettivo desiderabile, mentre può esserlo invecchiare in buona salute, pure se nei limiti che il passare del tempo impone ad ognuno di noi.

Detto diversamente, dovremmo imparare a misurare il successo delle nostre società non semplicemente contando l’aumento della speranza di vita, ma quello dell’aumento della speranza di vita in buona salute. E su questo abbiamo ancora molto lavoro da fare, almeno a leggere l’ultimo rapporto Ocse sullo stato globale della salute nei paesi dell’area (Health at glance, 2023).

Il grafico che apre questo post serve a dare un’idea della quantità di risorse che i paesi elencati dedicano alla sanità. Nel 2022 gli Usa primeggiano, con oltre 12 mila dollari pro capite, che corrispondono al una spesa complessiva pari al 16,6% del pil, di fronte ai quali i nostri poco più che 4 mila dollari pro capite, il 9% del pil, impallidiscono, pure se sono vicino alla media di quasi 5 mila dollari e al 9,2% del pil dell’area.

Questa tabella però dice solo una parte della storia, che come tutte le rappresentazioni statistiche ha bisogno di essere osservata nelle sfumature. Per capire quanto sia efficace questa spesa sanitaria si potrebbero scegliere diversi indicatori. Ma visto che qui stiamo ragionando della correlazione fra spesa e longevità in buona salute, contentiamoci di guardare soltanto altri due indicatori: la speranza di vita alla nascita, da un parte, e la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni, dall’altra.

Il grafico sopra mostra che la speranza di vita alla nascita, ossia gli anni che si può stimare viva una persona che nasca nel 2021/2022 (anno di riferimento dei dati), è di 76,4 anni negli Usa e di 82,3 in Italia. Il grafico che segue mostra invece come è cambiata la speranza di vita alla nascita negli stessi paesi negli ultimi anni.

Il drastico peggioramento della speranza di vita negli anni 2019-21 ha a che fare con le conseguenze della pandemia, ma tale peggioramento non è stato uguale per tutti. Sempre gli Usa, che usiamo per il nostro confronto, hanno avuto un dato assai peggiore (-2,4 anni) del nostro (-09). E questo malgrado l’elevata spesa sanitaria pro capite.

Il discorso diventa ancora più informativo se guardiamo la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni, ossia quella soglia di età verso la quale si va indirizzando la maggioranza relativa della nostra popolazione.

Purtroppo questo dato non è disponibile per gli Stati Uniti nelle rilevazioni Ocse. Ma come secondo elemento di confronto possiamo prendere la Germania, che esibisce comunque una spesa sanitaria pari al 12,7% del pil, seconda solo a quella statunitense. In questo paese una donna 65enne nel 2021 ha una speranza di vita di 21,1 anni, il 46% dei quali, quindi una decina, si prevedono in cattive condizioni di salute. Per un uomo i numeri sono 17,8 anni di speranza di vita, il 43% dei quali in cattiva salute.

Se guardiamo il dato italiano, osserviamo che la speranza di vita di una donna è di 22,1 anni, quindi uno in più rispetto ai tedeschi, il 52% dei quali, quindi quasi dodici, in cattiva salute. Per l’uomo la speranza di vita è 18,9, sempre circa uno in più rispetto ai tedeschi, il 43% dei quali, circa 8, in cattiva salute.

Ricapitoliamo: in Italia si vive di più delle Germania, le donne italiane invecchiano leggermente peggio di quelle tedesche gli uomini allo stesso modo. Questo a fronte di una spesa sanitaria italiana inferiore di oltre tre punti di pil al quella tedesca. Il fatto rilevante è che all’incirca la metà della speranza di vita uomini e donne la passano in condizioni di salute poco soddisfacenti.

Ovviamente sarebbe avventato trarre qualsiasi conclusioni da così pochi dati. Però ce n’è abbastanza per riflettere e porsi alcune domande. La prima è che se è sicuramente una buona notizia che la popolazione anziana passi mediamente la metà della proprio speranza di vita in buona salute, lo è meno osservare che ancora l’altra metà della speranza di vita questo non succede. Non sono pochi dieci anni con problemi di salute, specie in società che vedranno crescere notevolmente il numero degli over80.

La seconda è che non emerge una chiara correlazione fra spesa sanitaria e qualità dell’invecchiamento. Ciò lascia immaginare che siano altrove le voci di bilancio che dovremmo osservare, alcune delle quali assai sfuggenti. Difficile, ad esempio, misurare con la contabilità pubblica la qualità dell’alimentazione di una persona.

Infine, sorge il sospetto che la longevità vada più veloce della vecchiaia in salute. Se cambiamo database e ci rivolgiamo a quello dell’organizzazione mondiale della sanità, possiamo ritrovare i dati relativi agli Stati Uniti, anche sulla qualità dell’invecchiamento in questo paese a partire dal 2000.

Qui possiamo osservare non solo che la speranza di vita alla nascita è diminuita fra il 2015 e il 2019, essendo cresciuta di 1,8 anni fra il 2000 e il 2019. Ma anche che nel 2000 un uomo americano aveva la speranza, alla nascita di trascorrere in salute 64,6 anni (quindi 13,1 in cattiva, stante la speranza di vita) e una donna 67. Dopo 19 anni questi numeri sono cresciuti fino a 65,2 per l’uomo e rimasti uguali per donna, nonostante l’aumento di 1,8 anni della speranza di vita. Nonostante la spesa sanitaria, insomma, gli americani invecchiano meno bene di quanto siano longevi. Non sarà sicuramente una prova che qualcosa non funziona bene. Però è un indizio.

Cartoline. Le opportunità dei rischi

In poco più di un anno e mezzo l’indice medio globale delle borse azionarie è cresciuto del 40 per cento. Alcuni mercati, come quello Usa, addirittura del 50 per cento. Questo dovremmo ricordarci quando leggiamo vagamente atterriti del previsioni economiche e le analisi degli specialisti. Viviamo in tempi molto rischiosi, e questo è chiaro a tutti, perciò si guadagna parecchio. Non tutti ovviamente. Solo chi rischia e può permettersi di rischiare. E’ il trionfo del capitale, insomma, e la costante erosione della considerazione che, aldilà delle dichiarazioni di circostanza, si ha del lavoro è il corollario di questa situazione. Che potrà piacere oppure no, ma comunque vive insieme a noi. Che dovremmo fare allora? Punire il capitale, con la scusa di diminuire i rischi, o alzare gli stipendi per decreto? Il buon senso suggerisce di prendersi il buono che c’è intanto. Ma prima bisogna conoscere le opportunità contenute nei rischi. E questo è il problema.

Gli europei sfiduciati deprimono i consumi

Osservare l’andamento declinante dell’economia europea, dopo la parvenza di ripresa post Covid non stupirà chi segue da tempo le vicissitudini dell’area. Sappiamo bene che il modello di sviluppo europeo non è mai riuscito a generare una domanda privata robusta abbastanza, come succede negli Usa, da sostenere la crescita di una regione dove vivono alcune centinaia di milioni di persone. E adesso che la miscela magica che alimentava l’export sembra aver perduto il suo slancio, lo stesso accade anche alla crescita, con conseguenze immaginabili sulla fiducia dei consumatori, peraltro scossa dalla forte ondata inflazionistica che ha eroso il potere d’acquisto.

Tutto si tiene, come ben sa la Bce che ha dedicato al declino della fiducia dei consumatori un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico osservando l’andamento della fiducia scomposta nelle sue diverse componenti.

Notate, a tal proposito, la linea verde che misura la fiducia nell’andamento dell’economia nei prossimi mesi e osservate lo spread con la linea gialla, che misura l’andamento della situazione finanziaria. Il relativo miglioramento di quest’ultima non basta ad alimentare le aspettative dell’economia. Evidentemente le famiglie privilegiano il motivo precauzionale, che le spinge ad aumentare i tassi di risparmio a fronte di un miglioramento reddituale, piuttosto che il consumo. E questo ha effetti sugli andamenti generali dell’economia che le famiglie comprendono benissimo. E infatti la fiducia cala.

La Bce ipotizza che l’inflazione abbia giocato un ruolo determinante nel far deprimere la fiducia, persino più di quanto abbia fatto l’invasione russa dell’Ucraina. E che sempre l’inflazione, una volta affrontata, abbia contribuito a migliorare lo stato d’umore dei consumatori. Ma evidentemente non abbastanza.

Rimane il fatto che, come nota la Banca, “la fiducia dei consumatori tende a essere fortemente correlata con la crescita dei consumi privati”. Siamo, insomma, intrappolati nel circolo vizioso di una sfiducia che deprime i consumi che deprimono la fiducia. E questo andamento viene replicato dall’indice del prodotto interno, che perde gradualmente colpi.

Come interrompere questo circolo? Le risposte sono innumerevoli e di crescente complessità. Sono in gioco fattori congiunturali, quindi l’andamento del ciclo e delle diverse variabili macro, ma soprattutto strutturali, che hanno a che fare con la composizione della popolazione, la struttura istituzionale della regione, e le abitudini consolidate. Ad esempio quella di elevati tassi di risparmio. Uscirne non è per nulla facile. Infatti siamo sfiduciati.

L’automotive è un grosso problema economico e non solo

Un paio di pagine contenute nell’ultimo World Outlook del Fmi ci consentono agevolmente di comprendere perché ormai l’automotive non sia più solo un problema economico (ammesso che sia stato solo questo in precedenza) ma una questione complessa che ha profonde ricadute che il grafico che apre questo post ci consente di intuire molto rapidamente.

La prima, evidente, è il declino di mercato dei produttori tradizionali. L’avvento dell’elettrico, cresciuti notevolmente, ha consentito alla Cina di aumentare le sue quote di valore di mercato, sia di produzione che esportazione, potendo Pechino sfruttare l’articolato (e sovvenzionato) sistema che di fatto ha trasformato la Cina nell’egemone nel settore dei veicoli elettrici.

Questa evidenza disegna una nuova geografia delle produzione che va a discapito delle zone dove tradizionalmente l’automotive è nato e si è sviluppato e si associa alle caratteristiche di questo settore che ancora oggi esibisce non solo una notevole capacità di generare valore aggiunto, in ragione della sua alta produttività, ma è profondamente diffuso a livello internazionale tramite complesse catene di valore, che possiamo intuire osservano le quote di valore aggiunto che arrivano dai diversi paesi esteri.

Il problema è questo: abbiamo un settore ancora appetitoso dal un punto di vista economico, che si sta allontanando dai luoghi tradizionali dove è stato concepito, minacciando di provocare diverse rovine, che le cronache ci ricordano ogni giorno. Per queste regioni è un problema soprattutto politico, come ci ricordano le cronache recenti arrivate dalla Germania, dove produttori storici lasciano trapelare di voler chiudere stabilimenti nel paese, cosa mai successa prima. La soluzione dei dazi, che Usa e Ue hanno dato alla produzione cinese è insieme un rimedio ineludibile e un veleno, visto l’alto livello di dipendenza che lega Usa e Ue alla Cina.

Questo problema ne porta con sé un altro: la questione climatica, che con una certa superficialità si pensa di poter risolvere comprando tutti auto elettriche e bannando il motore termico, ossia il cuore dell’industria automobilista tradizionale. Nessuno purtroppo calcola il costo ambientale dell’elettrico, ed è un peccato perché magari aiuterebbe a inquadrare meglio il problema.

La vulgata dell’elettrico, invece, finisce col favorire la Cina. I dazi, dulcis in fundo, scaricano questa contraddizione sul consumatore che, molto semplicemente, smette di comprare auto. E infatti le vendite stanno collassando un po’ ovunque. Finisce che si chiedono a gran voce incentivi, ma ormai gli spazi fiscali per queste richieste sono sempre più esigui.

Che fare quindi? Una scelta razionale sarebbe prendere atto che l’automotive è un settore che nei nostri paesi ha un futuro sempre più incerto, anche per gli andamenti demografici. L’Ue dovrebbe promuovere attivamente il trasporto pubblico di massa e accettare un graduale disimpegno dall’automotive di massa. Produrre treni e autobus piuttosto che automobili. E quindi proporre politiche che favoriscano sempre più la mobilità collettiva sfavorendo l’uso dell’automobile.

Questo sarebbe un rimedio efficace contro l’inquinamento, altro che auto elettrica. Il costo della congestione, che l’auto privata fa salire drasticamente, dovrebbe anche questo far parte dei conti di Bruxelles. Che invece si preoccupa dei dazi sulle auto cinesi. Necessari magari, ma non certo sufficienti.

Con la transizione energetica il rame è diventato il nuovo petrolio

L’età elettronica che McLuhan raccontò nel lontano 1967 doveva per forza di cose diventare la nostra età elettrica non appena la tecnologia fosse stata in grado di stoccare l’energia senza bisogno di bruciare nulla. L’età elettronica non poteva che essere pulita. L’elettricità, chissà perché, la si immagina luminosa, veloce e inodore. E l’energia, quella perfetta, non può che condividere queste caratteristiche. L’età del carbone e del petrolio, fumosa e puzzolente, appartiene chiaramente al passato.

Così almeno sembra raccontarla la nouvelle vague ambientalista, che ha dichiarato guerra all’oro nero, finendo col decretare la vittoria dell’oro rosso, ossia il rame, che infatti ormai da un trentennio, quello della rivoluzione digitale popolata di device e batterie, sta surclassando il petrolio quanto a consumi. E se la transizione green proseguirà secondo queste coordinate, lo spread fra consumo di petrolio e di rame è destinato ad allargarsi ancora di più.

La questione è finita all’attenzione del Fmi, che ha dedicato un approfondimento nel suo ultimo outlook globale al crescente contributo dei metalli all’andamento dell’inflazione. Le quotazioni dei metalli, infatti, sono quelle che primeggiano fra le varie commodity osservate.

Il petrolio ormai somiglia a un vecchio regnante che abbia perduto lo scettro. Ancora molto richiesto, ma con sempre minore desiderio, e per giunta alle prese con un mercato dove i produttori sembrano complottare per deprimere le quotazioni. L’ultimo taglio di produzione deciso dall’Opec+, il cartello che unisce la vecchia Opec alla Russia, è stato praticamente vanificato dagli aumenti di produzione degli altri paesi che non ne fanno parte, col risultato che i prezzi rimangono bassi e sono previsti ancora più in calo nei prossimi anni.

La vulgata verde tende a disinteressarsi del costo ambientale dell’oro rosso, che ha pure ampie ricadute geoeconomiche, e tuttavia qualunque ragionamento bene informato non dovrebbe prescinderne. Anche per questo il Fmi ne parla, ovviamente.

I metalli critici, e il rame in un mondo elettrico è sicuramente il primo della lista, hanno una crescente rilevanza economica nel mondo di oggi. Possiamo farcene un’idea osservando quando pesino il petrolio e poi i metalli in alcune produzioni di base negli Stati Uniti, secondo quanto riporta il Fmi.

Questo spiega benissimo la notevole influenza che i metalli hanno sui prezzi finali. Il Fmi ha stimato che un aumento del 10% del costo del rame fra crescere dello 0,2% l’inflazione, sia core che generale. Ovviamente l’esposizione a questo shock cresce in ragione della dipendenza delle produzioni del paese dal rame.

Il migliore dei mondi possibili, insomma, non sarà automaticamente verde perché si smetterà di usare il nero del carbone e del petrolio. Ci sarà tanto rosso in questo verde. In molti sensi.

Cartolina. Extra size

Qualcuno si sorprenderà leggendo nell’ultimo rapporto Ocse dedicato allo stato di salute nei vari paesi del mondo che dai primi anni Duemila i tassi di sovrappeso e obesità sono aumentati praticamente ovunque, persino in paesi miracolosi come il Giappone, dove l’obesità è un fenomeno minimale. Sembra davvero che le nostre numerose e conclamate crisi economiche, che dal Duemila non hanno praticamente mai smesso di farci compagnia, si accompagnino a una crisi alimentare strisciante che, nei paesi ricchi o semi-ricchi, coincide paradossalmente con l’aumento di peso della popolazione. Sembra insomma che mangiamo di più quando l’economia barcolla. O forse mangiamo peggio. Più probabilmente, entrambe la cose. In ogni caso una deriva che ridiventa fatto economico quando i servizi sanitari nazionali devono farsi carico dell’esito di questa malnutrizione. Quindi altra spesa pubblica che fa aumentare di taglia il bilancio dello stato già a livelli extra size. Lo stato, infatti, siamo noi.

Cartolina. Incertezza

Il Fondo monetario ci parla dell’incertezza come di un fattore di sostanziale squilibrio, nei mercati. Scrive, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria globale, che una incertezza elevata può erodere profondamente la stabilità finanziaria, incoraggiando le pulsioni ribassiste, ritardando i consumi e le decisioni di investimenti, nonché riducendo l’offerta di credito. Quello che non dice, il Fmi, ma che però sarebbe utile ricordare, è che una certezza elevata può altrettanto erodere profondamente la stabilità finanziaria per le ragioni uguali e contrarie. Chi inventerebbe un investimento se già ne conoscesse con certezza il ritorno? Un sistema economico senza incertezza ci condurrebbe verso lo stato stazionario, ossia la morte termica dell’economia. E se è sicuramente vero che l’incertezza genera rischi, è vero altrettanto che un sistema rischioso genera anche maggiori opportunità. Forse insieme al rapporto sulla stabilità finanziaria. che monitora i rischi, ne servirebbe un altro sulla instabilità finanziaria, che ci dica qualcosa delle opportunità. Aiuterebbe a diminuire l’incertezza.

Mercati incerti e fragili implicano più opportunità per i navigatori del rischio

Nel 2028, stima il Fmi nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, economie emergenti ed avanzate avranno un livello complessivo di debito, quindi sommando quello pubblico e quello privato, superiore al 200% del pil. Si sarà quindi realizzata una notevole convergenza fra parti del mondo molto diverse, che implica la sostanziale adesione allo stesso modello di sviluppo, dove la crescita dell’indebitamento è una caratteristica essenziale per il buon funzionamento dell’economia.

Il fatto che il Fmi osservi questa circostanza all’interno del suo rapporto dedicato alla stabilità dei mercati non è certo sorprendente. Una montagna di debito, che chiede costantemente di essere servito e magari rifinanziato, genera il combustibile ideale per una sostanziale instabilità finanziaria. Non è certo un caso che le parole più gettonate nel rapporto siano “incertezza” e “fragilità”.

Di fronte a questo scenario, dove una crescita lenta si associa a un rapido accendersi di focolai di rischi – il Fmi cita ad esempio l’aumento del leverage nel settore finanziario non bancario – è del tutto ovvio il richiamo alla prudenza. Anche perché alcune osservazioni sembrano segnalare che ci sia una certa sottovalutazione dei rischi che stiamo correndo.

In particolare (grafico sopra) il Fondo sottolinea “la crescente disconnessione tra incertezza e volatilità del mercato”, che “aumenta la possibilità di improvvisi picchi di volatilità e bruschi cambi di prezzi delle attività, che potrebbero essere amplificati dalle vulnerabilità”. Sembra, insomma, che i mercati non sappiano davvero quello che fanno, ammesso che mai lo abbiano saputo.

Oppure si può tentare un’interpretazione diversa dalla solita ramanzina che il Fmi fa ormai più per dovere d’ufficio. Diamo per scontato che viviamo tempi molto pericolosi. Se non fossero un paio di guerre a ricordarcelo e una crescente agitazione delle grandi potenze a sottolinearlo, ce lo segnalerebbe l’andamento erratico dei commerci e del pil, che per nostra fortuna proseguono il loro corso anche se con un numero crescente di rischi come contorno.

Il fatto che conviviamo con un livello crescente di rischio, ossia la controparte dell’incertezza crescente che sottolinea il Fmi, non implica giocoforza che questi rischi si verifichino, ma soltanto che siamo più esposti ai venti della volatilità.

Ma anche qui, il fatto di essere maggiormente esposti alla volatilità non vuol dire che svolazziamo continuamente. Nell’ultimo anno, come rileva lo stesso Fmi, l’unico picco di volatilità osservato è stato quello sul mercato giapponese di agosto, di cui abbiamo già parlato.

Quindi il Fmi ha perfettamente ragione. Viviamo un livello crescente di rischiosità, che genera dei picchi di volatilità. Ma i mercati, in ciò incoraggiati sicuramente dalle banche centrali che stanno gradualmente tornando a fornire ossigeno, dimostrano di potersela ampiamente cavare. Ciò non ci risparmia le catastrofi, che sono sempre possibili, ma le rende solo meno probabili.

Ciò per dire che forse fragilità e incertezza sono la forma che i mercati del XXI ormai hanno incorporato e inserito nei loro modelli di comportamento. E che è proprio perseguendo la fragilità e l’incertezza, quindi cumulando sacche di rischio che vengono equamente distribuite in giro per il mondo, che questi mercati riescono ancora ad esprimere un trend di crescita.

Di fronte a un modello economico basato sull’aumento del debito, e quindi implicitamente del credito, l’unica risposta fisiologica possibile è quella di adattarsi al contesto: cavalcare il rischio e accettare l’incertezza. Ossia puntare sulle opportunità che questi rischi crescenti generano per pura fisica finanziaria. Ma certamente un rapporto sulla stabilità dei mercati queste cose non le può dire.

Pensioni e lavoro guidano la classifica della protesta globale

Sapere per cosa protestiamo ci fa capire molto di come siamo, o quantomeno ci racconta di quali siano le linee di faglia che fanno traballare la nostra società. Questa osservazione viene condotta in un capitolo dell’ultimo World Economic outlook del Fondo monetario, laddove mostra come, nel tempo – dalla metà degli anni ’90 a oggi – si siano evoluti i motivi di protesta isolando alcune aree di riferimento: pensioni, regolazione dei mercati, protezione del lavoro, commercio, integrazione dei migranti.

Il risultato lo potete vedere nel grafico che apre questo post, che potremmo definire una cartina tornasole dei nostri mal di pancia. Sull’asse delle ordinate trovate il numero dei paesi coinvolti nelle proteste. Nelle ascisse i migliori anni della nostra vita trascorsa, dal 1994 al 2018, quindi prima della pandemia, ma comunque abbastanza vicino a noi per delineare una tendenza.

Il grafico contiene alcune sorprese e altre cose scontate. Quanto alle prime, è interessante osservare che dal 1994 fino al 2012 la questione migranti non era un tema così rilevante se non in pochi paesi. Erano gli anni d’oro della globalizzazione, d’altronde, e nessuno si preoccupava del flusso di popolazioni che attraversava le frontiere in cerca di opportunità.

Solo dopo il 2016, quando la deriva populista ha dato il meglio di sé, il tema migrazioni ha conquistato una maggiore ribalta, superando persino le proteste motivate dal commercio, che comunque non ha sollevato particolari agitazioni fino all’inizio degli anni Duemila, quando infatti la protesta No global ha alzato gradualmente il volume della sua voce.

Nessuna sorpresa, invece, per i temi all’apice della protesta globale. Prima fra tutti, e con ampio distacco, le pensioni, con la regolazione dei mercati e la protezione del lavoro a seguire con un certo distacco. Notate che le proteste per le pensioni hanno riguardato un numero crescente di paesi a partire dal 2008, quando la crisi subprime fece esplodere molte contabilità nazionali, costringendo i governi a varare riforme delle pensioni, nonché dei mercati, compresi quello del lavoro.

Questa rapida osservazione ci consente di trarre alcune conclusioni che, per quanto provvisorie, sembrano fondate abbastanza quantomeno per tenerne conto in ragionamenti futuri. Il tema delle pensioni non è soltanto l’esito scontato dell’invecchiamento delle persone, che sta generando un coorte crescente di individui che si avvicinano preoccupati alla terza età. E’ anche il risultato di una società che ha basato sul lavoro il suo patto sociale, da una parte, ma poi non è stata capace di sostenere questo patto con la costruzione di una situazione del mercato del lavoro capace di premiare il lavoratore, sia per il reddito distribuito che per le condizioni generali di vita che dal lavoro evidentemente ci si aspettava che derivassero.

Per di più, dimostrando una certa schizofrenia politica, per non parlare di populismo ante litteram, da una parte si è detto (e scritto) che la società si basava sul lavoro, e dall’altra si sono create condizioni sempre più generose (e onerose per il bilancio pubblico) per favorire il pensionamento, utilizzando le scuse più originali. Sicché la pensione è diventato il mito di intere società. Ovviamente adesso che il bengodi è finito, queste società protestano.

Il tema del lavoro non è meno rilevante. Le società del dopoguerra si sono costruite mettendo il lavoro alla base del patto sociale, come abbiamo ricordato, ma poi al lavoro è si è costantemente sottratta dignità, sia remunerandolo non adeguatamente, sia non creando le condizioni per tutelarlo in maniera efficace di fronte alla trasformazione dei mercati di beni e servizi. Non è un caso che gli andamenti delle due curve che rappresentano queste aree procedano similmente.

Rimane da capire cosa fare domani e come gestire una transizione ineludibile: quella della trasformazione del lavoro, da una parte, e del mantenimento di una coorte crescente di anziani, che ha tassi di dipendenza crescenti. Sarà interessante capire quale sarà il patto sociale del nuovo millennio. Ammesso che riusciremo a farne uno.

Il reddito medio delle famiglie italiane è inferiore a quello del 2006

Sia che si guardi al reddito medio familiare, sia che si prenda come misura il reddito medio equivalente, ciò che si osserva è che stiamo sotto il livello del 2006, che già non è che fosse eccelso, e neanche di poco. Le tante crisi scoppiate da allora, con quella inflazionistica a dare il colpo di grazia, hanno determinato una situazione molto difficile, che l’ultima indagine di Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane (riferita all’anno 2022) illustra chiaramente.

Basterà riportare solo un dato molto eloquente: nel 2022 più della metà delle famiglie osservate ha avuto un risparmio nullo. Si arriva al 70 per cento se si restringe il campione limitando la rilevazione alle famiglie appartenenti al quintile più basso, mentre se guardiamo al quintile più alto abbiamo comunque un 28 per cento di famiglie a risparmio nullo.

Parliamo di un anno, il 2022, nel quale si usciva con fatica e molta voglia di spendere dal buio della pandemia, e questo sicuramente ha contribuito a dar fondo ai risparmi. La spesa media familiare infatti, in termini reali, è aumentata del 5,7% quell’anno, sostenuta soprattutto dall’acquisto di beni durevoli. Ma non per tutti. Mentre quella delle famiglie più abbienti è cresciuta dell’11 per cento, le famiglie meno dotate hanno visto scendere la spesa meda del 2 per cento. Esiste insomma, una chiara differenza di opportunità economiche, che si osserva anche nell’aumento dell’indice di Gini, passato dal 32,8 al 33,6 fra il 2020 e il 2022.

La crisi Covid, insomma, ha agito come ogni crisi: allargando le differenze fra ricchi e poveri. Mentre infatti la ricchezza media è aumentata dell’1,8 per cento rispetto al 2020, quella mediana è diminuita del 2 per cento. Ciò si spiega con la circostanza che la quota di ricchezza detenuta dal 10 per cento più benestante è aumentata del 2 per cento, portando al 52 per cento del totale.

Ricchezza in lieve aumento, ma più concentrata, a fronte di redditi che ancora faticano a tornare a un livello sufficiente a sostenere i consumi, e per giunta indeboliti ulteriormente dall’inflazione.

Di recente, a tal proposito, il Presidente dell’Inps Gabriele Fava, audito in commissione Enti previdenziali, ha detto che nel 2023 la retribuzione media annua pro capite è risultata pari a 25.789 euro, in crescita del 6,8 per cento rispetto al 2019, che si confronta però con una variazione media dei prezzi al consumo, sempre dal 2019 e fino al 2023, che oscilla fra il 15 e il 17%. Ciò significa che nei quattro anni considerati i redditi reali hanno perso circa il 10 per cento, in un contesto di debolezza già conclamata.

Questa debolezza reddituale non ha pesato per tutti alle stesso modo. Sempre l’indagine di Bankitalia osserva che fra il 2020 e il 2022 i redditi degli indipendenti sono cresciuti quasi il triplo rispetto a quelli dei dipendenti, mentre quelli di pensionati e non occupati sono decresciuti.

Sempre Fava, a proposito di pensionati, ha ricordato in commissione che la spesa pensionistica, per l’effetto del recupero dell’inflazione, è aumentata del 19 per cento negli ultimi cinque anni. Solo nel 2023, rispetto al 2022, l’aumento è stato del 7,4 per cento, col risultato che la spesa pensionistica è arrivata al 15,3 per cento del pil, in cima alla classifica europea. Alla fine di quest’anno dovremmo superare il 16 per cento.

Quindi abbiamo una pressione crescente della spesa pensionistica, milioni di lavoratori che aspettano di avere rinnovati i contratti, e redditi che crescono al rallentatore anche quando questo succede. Non si capisce come le famiglie dovrebbero rilanciare i propri consumi. Però si capisce benissimo perché l’economia ristagna.