L’Italia non è da decenni un paese per giovani imprese

La senescenza ha radici profonde e lunghe almeno quanto la vita che si porta sulle spalle e conseguenze durature che impattano come forze gravitazionali su tutto ciò che vi ruota intorno. Vale per le persone, ma anche le per i sistemi economici, che invecchiano più o meno bene a seconda delle opportunità che riescono a generare. L’antidoto contro la senescenza è la capacità di innovare. L’alternativa è un graduale senso di immobilismo che conduce inevitabilmente alla stagnazione.

Ci sono molte spiegazioni che consentono di farci un’idea della ragioni del ristagno che affligge la nostra economia da oltre un ventennio, a esser generosi. Un recente paper di Bankitalia (“A country for Incumbent firms? Evidence on manifacturing investments in Italy in tha 20th century”) aggiunge un altro elemento alla nostra collezione di moventi.

Una lettura molto utile, non solo per gli appassionati di storia economica, che troveranno molte ragioni di sorpresa, ma anche per i policy maker di oggi. Non siamo divenuti senescenti d’improvviso. Risalire la linea del tempo, dai primi anni del secolo scorso come fa la ricerca, ci permette di capirlo meglio e di farcene qualche ragione in più.

L’analisi, condotta spulciando le statistiche degli investimenti in manifattura, riporta alcune evidenze che si possono rapidamente riepilogare. La prima è che fino agli anni Venti del secolo scorso l’accumulazione di capitale era dovuta in larga parte al contributo di aziende di recente costituzione. Un fatto di per sé non sorprendente. L’Italia si era fatta da poco e c’era molto su cui investire per mettere in piedi il paese. Pensate solo alle ferrovie o all’industria automobilistica, che proprio in quel periodo metteva radici.

La grande depressione del 1929 mutò sostanzialmente il paradigma. E ciò avvenne per due ordini di motivi. Uno tecnico: il sostanziale fallimento del sistema bancario, che mise fine al modello della banca universale e condusse alle riforme bancarie culminate in quella del 1936, rivoluzionando sostanzialmente le modalità di finanziamento delle imprese, che subirono diversi impedimenti. Il secondo motivo è politico. L’avvento del fascismo condusse a un modello di politica economica accentrato sul controllo statale, della quale la nascita dell’Iri segnò l’apice, che concorse a una crescente riduzione della logica competitiva, in linea con lo spirito del tempo. Gli anni Trenta del secolo scorso furono quelli dell’autarchia, che si declinò col fiorire delle restrizioni commerciali e dei cartelli.

Il risultato fu che le aziende già presenti furono favorite rispetto a quelle che gradualmente iniziavano a nascere. Gli incumbent poterono godere di un chiaro vantaggio, che si tradusse nella quota crescente d investimenti che proveniva da queste aziende.

Negli anni del dopoguerra questo sbilanciamento risulta ancora più evidente. L’economia uscita dalla guerra era invecchiata insieme al paese. L’innovazione o proveniva dagli incumbent o si riduceva al lumicino.

Questo non implicò un insuccesso, al contrario. Nel secondo dopoguerra l’occupazione nel settore industriale passò dal 20 al 40% del totale, mentre il pil reale pro capite cresceva di sei volte. L’economia italiana stava diventando matura. La senescenza vera a proprio arriva alla fine del secolo scorso, quando i tassi di crescita, comparati con quelli dei partner confrontabili, collassano.

Non si invecchia tutto in una volta. Anzi a lungo si può credere che l’invecchiamento non ci riguardi. Ma poi la natura, e un sistema economico non sfugge a questa regola, chiede il conto. E di solito questo conto cresce in ragione delle scelte non fatte quando ancora se ne aveva la possibilità. Le nuove imprese nate in Italia non riescono a procurare quei benefici in termini di produttività che i confronti internazionali lasciano immaginare.

Lo studio si propone proprio di arrivare alla radice di questa “inefficienza” che sembra tipicamente italiana, anche se ci sono diverse evidenze che anche il resto del mondo non se la passi benissimo. E uno degli elementi che fa capire come le radici inevitabilmente influenzino lo sviluppo dell’albero, a meno che non si proceda a metamorfosi profonde, è lo stato dei cartelli che si osservava in Italia ancora nel 1957, quando il paese si avviava al suo effimero boom.

In pratica gli investimenti erano basati su incumbent con notevoli capacità di cartello. I nuovi arrivati, ossia coloro che dovrebbero “sovvertire” i mercati con la loro distruzione creativa erano praticamente tagliati fuori.

Ciò ha comportato che la salute economica italiana è durata finché queste aziende mature, in gran parte pubbliche, non sono diventate senescenti. L’economia italiana è invecchiata con le sue aziende. I nuovi arrivati sono rimasti in larga parte fuorigioco. E le conseguenze le stiamo vedendo adesso.

La maratona dello yuan attraverso i paesi emergenti

Lenta e ormai costante, la crescita del credito in yuan nella regione asiatica dei paesi emergenti è una delle osservazioni che vale la pena sottolineare dell’ampia ricognizione che la Bis di Basilea dedica ai flussi transfrontalieri di liquidità.

Detto in soldoni: il credito denominato in valuta cinese, ai paesi dell’Asia-Pacifico, è aumentato ancora a fronte di un trend declinante di prestiti in dollari che ormai dura dal 2022, ossia da quando la Fed ha iniziato a stringere i cordoni della borsa. E poiché la finanza, come la natura, ha orrore del vuoto, la Cina ha pensato bene di aumentare la sua presenza valutaria nella regione, e non solo lì.

Lo yuan ormai, anche per i numerosi legami commerciali che la Cina intrattiene con molti paesi emergenti, è una presenza discreta e sempre più evidente nella statistiche degli osservatori internazionali fra i quali la Bis, che ha conteggiato in 240 miliardi di dollari il credito in yuan concesso ai paesi emergenti dall’inizio del 2022.

Da qui a pensare che diventerà un sostituto del dollaro ce ne corre però. Diventare una moneta internazionale non è certo una passeggiata. Semmai somiglia a una maratona. E per adesso lo yuan ha fatto solo pochi chilometri per lo più concentrati nell’area vicina alla Cina.

L’uso del renmimbi nelle transazioni offshore (sezione rossa del grafico che apre il post), ossia per transazioni creditizie fra banche e prenditori fuori dalla Cina, rimane ancora contenuta, registrando una crescita di una sessantina di miliardi. Insomma, la valuta cinese ha ancora molta strada da fare, nonostante l’accesa fantasia di molti commentatori. E non è detto che abbia intenzione di farla davvero. Tantomeno che riesca.

L’economia non basta a spiegare il disagio dell’Occidente. Serve una nuova prospettiva

Può sembrare fuori tema che in un blog dove da dodici anni si discute di economia si arrivi alla conclusione che titola questo post. Ma le recenti elezioni americane confermano ancora una volta ciò che ripetiamo su queste righe dall’inizio della nostra conversazione: l’economia non spiega affatto i nostri disagi, semmai è una delle tante manifestazioni di questo disagio che ha radici assai più profonde di quello che lascia capire la contabilità.

Molti troveranno irritante questa affermazione, e ci scusiamo con loro. Ma è troppo facile ridurre tutto all’economico. Credere che basti un reddito capiente abbastanza e garantito per essere felici. O che il mondo non sarebbe devastato dal populismo se tutti avessero un reddito capiente abbastanza e garantito, non ci fosse la diseguaglianza e scomparisse la povertà. Pancia piena fa cuor contento, insomma. Una sorta di paleomarxismo ingenuo, per non dire ignorante del marxismo.

La realtà è un filo più complessa, e anche l’economia ce lo ricorda. Il grafico che apre questo post mostra l’andamento del reddito reale delle famiglie Ocse, quindi al netto dell’inflazione, a partire dal 2010 e fino al primo quarto di quest’anno. Si vedono i momenti di crisi, ma rimane il dato che oggi i redditi reali sono cresciuti in media di oltre il 20% dall’inizio del periodo di rilevazione.

E’ una media, si dirà, che nasconde molte diseguaglianza. E sarà sicuramente così. Ma nessuno può negare il fatto che i redditi siano cresciuti, anche se in maniera diseguale. I problemi economici, che esistono e sono molteplici, come questo blog mostra di continuo, non bastano a spiegare la rabbia di molte popolazioni. Semmai servono ai decisori e ai tanti commentatori come spiegazione comprensibile per qualcosa di incomprensibile. Ossia che le popolazioni del mai così ricco Occidente siano arrabbiate al punto da premiare chi incoraggia istinti belluini e comportamenti assai poco urbani che lasciano temere che il vero declino dell’Occidente non sia quello economico o democratico, ma quello del decoro. E il decoro non è una categoria che l’economico prevede di misurare, ammesso che sia possibile farlo.

Dobbiamo perciò tutti provare a immaginare una nuova prospettiva per comprendere quello che sta accadendo. Perché se continuiamo a far leva solo un tasto del pianoforte, tutto ciò che ne ricaveremo è la solita musica, che ormai non convince più nessuno, anche se continua a riempire le pagine del giornali.

Tenteremo di dare un contributo dalle pagine del nostro blog, abbiamo già iniziato a farlo. Ma è chiaro che dovrebbe essere uno sforzo corale, che superi certe pigrizie mentali e vecchia consuetudini interpretative. Le risposte che stiamo cercando potrebbero essere persino sorprendenti.

A seguire troverete alcuni spunti di riflessione che abbiamo trovato nell’ultimo rapporto Ocse dedicato al benessere nei paesi Ocse (How’s life, Well-being and resilience in times of crisis) che è utile tenere a mente nei nostri ragionamenti. Cominciamo dalle condizioni materiali: la famosa economia.

E poi vediamo come si confronta con gli indicatori usati dall’organizzazione parigina per misurare la qualità della vita.

I due scenari sembrano coerenti. Abbiamo una buona ricchezza mediana, cui si affianca un reddito non certo misero, che si accompagna a una speranza di vita alla nascita di oltre 80 anni, fatto sicuramente storico, e una soddisfazione di vita che raggiunge 7,3 punti su 10 con una quota di popolazione di poco superiore al 12% che sperimenta situazioni più negative che positive. Ora, a meno di non credere che la radice del populismo si annidi in questa minoranza, dobbiamo provare a capire perché mai una maggioranza di soddisfatti provochi una maggioranza di votanti arrabbiati.

Non è certo argomento che si possa esaurire in un post. Ma concludiamo questo con una osservazione che speriamo possa produrne altre. Nelle sue varie statistiche Ocse ne propone una molto interessante sul livello di scolarità delle popolazioni della regione che trovate a seguire.

Notate che c’è una crescita nel tempo del livello di istruzione, misurato con il numero di titoli di studi di livello secondario. Ma al tempo stesso c’è una costante decrescita nelle capacità degli studenti nella lettura, la matematica e la scienza. Quindi abbiamo più titoli di studio ma siamo meno istruiti. Un curioso paradosso. Forse dovremmo partire da questo.

Cartolina. Goodbye America

I dati raccolti dalla Bis sull’entità dei crediti in dollari fuori dagli Stati Uniti fin dal 2005, quando il credito totale cresceva al ritmo di oltre il 20 per cento l’anno, disegnano il trend declinante che potete osservare qua sopra che racconta di molte cose e di molte crisi, che mai sono mancate in questo ventennio, ma soprattutto di una crescente disaffezione. Oggi, che la crescita di questo credito in dollari sfiora lo zero, avremmo motivo di interrogarci se tale disaffezione paghi solo il prezzo alla convenienza economica o siano in gioco altri motivi, che magari sfuggono ai banchieri, ma non a chi guarda la filigrana delle cose. Forse l’America è diventata più prudente. Forse lo sono diventati i consumatori di dollari. Rimane il fatto dell’arrivederci. Che magari nasconde un addio.

Cartolina. Giovani turchi

Quando i giovani turchi volevano cambiare il mondo, o almeno il loro paese, la Turchia viveva un periodo di grande difficoltà. Il vecchio mondo ottomano si stava sgretolando e ancora quello nuovo stentava a sorgere. Ci provarono loro, addirittura facendo una rivoluzione ai primi del Novecento, che andò come andò. I giovani turchi di oggi probabilmente sognano come tutti i giovani di cambiare il mondo, o quanto meno il loro paese. Magari non faranno la rivoluzione. Però potrebbero fare di meglio. Potrebbero riuscire a costruire un paese dove i giovani mangiano tutti i giorni. Buona fortuna.

Lo smart working fra scricchiolare il settore degli immobili commerciali

Non è un caso che il Fmi dedichi alcune pagine del suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria ai tormenti del settore degli immobili commerciali, che a differenza di quello degli immobili residenziali, dove i rischi appaiono tutto sommato contenuti, esibisce un livello preoccupante di tensione sposandosi un livello elevato di indebitamento con prezzi non coerenti, specialmente nel settore uffici, uno dei più penalizzati sin dai tempi della pandemia.

Quest’anno sono venuti a maturazione debiti per 1.400 miliardi legati a questo settore, la gran parte dei quali negli Usa, e pure se questa montagna è vista in calo nei prossimi quattro anni, esiste una sostanziale carenza di finanziamenti (funding gap) determinata dalla crescente riluttanza delle banche a legarsi mani e piedi con un settore che mostra molte fragilità. “Sia le banche con concentrazioni sproporzionate
in CRE (commercial real estate) che gli investitori non bancari come i trust di investimento immobiliare
potrebbero subire tensioni”, avverte il Fmi. E certo le ragioni per temere scossoni da questa costola del settore immobiliare sono diverse.

La prima è che i prezzi continuano a calare. A livello globale il Fmi stima che su base annua i prezzi siano diminuiti del 12%, appesantiti sia dal rialzo dei tassi che dalle aspettative poco entusiasmanti degli operatori. Negli Usa questo calo è arrivato addirittura al 23%, mentre in Europa al 16%.

Il volume delle transazioni è rimasto fermo a 130 miliardi nel 2023, il 37% in meno rispetto all’anno precedente.

Il Fmi osserva che questi andamenti risentono ancora del cambio di paradigma nel mercato del lavoro che si è imposto con l’avvento del lavoro da remoto indotto dalla pandemia, che però ha generato effetti molto diversi a seconda delle aree considerate. Le aree metropolitane statunitensi, ad esempio, esibiscono i livelli più elevati di immobili inutilizzati (vacancy rate) rispetto ad altre realtà, mentre gli sviluppi dell’intelligenza artificiale fanno ipotizzare l’aumento della domanda di immobili destinati ad ospitare data center, specie nell’Asia-Pacifico.

Il futuro, insomma, potrebbe consegnarci città dove nei grandi palazzi, una volta affollati da umani, ormai lavoranti da casa (chi avrà un lavoro), “abiteranno” la macchine. A qualcuno sembrerà un’esagerazione. Ma i dati mostrano che questa tendenza è già è in corso. Storicamente gli uffici pesavano il 40 per cento degli investimenti transfrontalieri del settore CRE. Questo almeno è il dato registrato fra il 2010 e il 2023. Con l’emersione del lavoro ibrido, da casa o altrove, questa quota è crollata a poco più del 10% a partire dal 2022.

Negli Usa, dove il settore uffici pesava il 26% del totale dei prestiti originati dal settore CRE, ormai questa quota arriva a stento al 4%. Le banche, insomma, hanno fiutato l’aria pericolosa. E questo spiega perché il trilione di dollari di debiti collegati a questo settore che maturerà fra quest’anno e il prossimo, esibisce un preoccupante funding gap da 300 miliardi.

Le previsioni sono ancora più preoccupanti. Gli analisti vedono i prezzi ancora al ribasso, e stimano che ci sia il 5% di probabilità che nei prossimi tre anni i prezzi calino del 20% negli Usa e del 19% in Europa.

La pandemia insomma, favorendo la remotizzazione del lavoro, che oggi inizia ad essere fieramente contrastata proprio da quei poteri forti che sulla congestione (anche degli uffici) hanno sempre lucrato, ha fatto emergere un inconsueto trade off fra la salubrità del settore CRE e quella dei lavoratori che preferiscono lavorare fra le mura domestiche, con le città, che si candidano ad essere abitate solo dalle macchine, visto il costo proibitivo delle abitazioni nelle zone centrali, e frequentate solo da turisti. Cordiali saluti dal XXI secolo.

La produttività Ue ha un problema. Anzi due

E’ cosa nota che la produttività del lavoro nell’Eurozona non regge il passo di quella di altri paesi, meglio attrezzati a partecipare alla competizione internazionale, e ciò per una serie di questioni che abbiamo sommariamente esaminato altrove.

Questo problema si somma a un altro, che nasce da un’osservazione condotta qualche tempo fa dalla Bce e che adesso ha spinto l’ESM a parlarne in un lungo articolo: le imprese europee si sono riempite di manodopera, potendo anche contare su margini di profitto superiori alle medie storiche negli anni successivi alla pandemia, contribuendo così a delineare la fisionomia di mercati del lavoro in forma. Ma questo ha contribuito al calo della produttività visto che questi lavoratori non hanno aggiunto molto valore ulteriore alle produzioni.

Questo fenomeno è chiaramente visibile nel grafico sopra, che stima l’accumulo di manodopera nelle imprese europee e in quello sotto, che fa la stessa cosa a livello settoriale.

Secondo le stime dell’ESM, questo “hoarding” di manodopera consente di avere livelli occupazionali più elevati del 2,1% rispetto a quanto sarebbe necessario se si usasse il livello implicito della crescita economica osservata nell’area. Parliamo di 3,6 milioni di lavoratori in eccesso. Per converso, ciò significa che rischiamo di avere una disoccupazione più elevata di due punti se i livelli di manodopera si normalizzassero. La qualcosa è nell’aria. Vuoi perché l’economia stagnante scoraggia le aspettative, vuoi perché i margini di profitto si sono sgonfiati.

Le stime ESM ci comunicano ancora un paio di informazioni utili da tenere a mente. L’accumulo dei manodopera è assai più elevato nella manifattura (+9,3%) rispetto ai servizi (+2,3%). E che i paesi che guidano questo fenomeno sono due: Francia e Germania, dove i livelli di occupazione sono rispettivamente il 7 e il 5% più alti di quanto sarebbe se non ci fosse accumulo di manodopera.

Insomma, il problema della bassa produttività ne nasconde anche un altro: il divisore gonfiato rappresentato da più lavoratori di quanti servirebbero. Materiale incendiario, a ben vedere, che rischia di generare un ulteriore indebolimento della domanda aggregata qualora le aziende decidessero di farne a meno, con tutto ciò che ne consegue a livello sistemico.

L’Europa, insomma, sta collezionando sfide. E quella della produttività ne nasconde molte. Alcune insospettabili.

Un’alta spesa sanitaria non implica avere anziani in buona salute

Di fronte a una società che invecchia inesorabilmente diventa – o dovrebbe diventare – tema politico di primaria importanza che l’aumento della longevità, che viene considerato un successo delle nostre società, non diventi un fardello per queste società e per chi invecchia. Vivere purchessia non è certo un obiettivo desiderabile, mentre può esserlo invecchiare in buona salute, pure se nei limiti che il passare del tempo impone ad ognuno di noi.

Detto diversamente, dovremmo imparare a misurare il successo delle nostre società non semplicemente contando l’aumento della speranza di vita, ma quello dell’aumento della speranza di vita in buona salute. E su questo abbiamo ancora molto lavoro da fare, almeno a leggere l’ultimo rapporto Ocse sullo stato globale della salute nei paesi dell’area (Health at glance, 2023).

Il grafico che apre questo post serve a dare un’idea della quantità di risorse che i paesi elencati dedicano alla sanità. Nel 2022 gli Usa primeggiano, con oltre 12 mila dollari pro capite, che corrispondono al una spesa complessiva pari al 16,6% del pil, di fronte ai quali i nostri poco più che 4 mila dollari pro capite, il 9% del pil, impallidiscono, pure se sono vicino alla media di quasi 5 mila dollari e al 9,2% del pil dell’area.

Questa tabella però dice solo una parte della storia, che come tutte le rappresentazioni statistiche ha bisogno di essere osservata nelle sfumature. Per capire quanto sia efficace questa spesa sanitaria si potrebbero scegliere diversi indicatori. Ma visto che qui stiamo ragionando della correlazione fra spesa e longevità in buona salute, contentiamoci di guardare soltanto altri due indicatori: la speranza di vita alla nascita, da un parte, e la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni, dall’altra.

Il grafico sopra mostra che la speranza di vita alla nascita, ossia gli anni che si può stimare viva una persona che nasca nel 2021/2022 (anno di riferimento dei dati), è di 76,4 anni negli Usa e di 82,3 in Italia. Il grafico che segue mostra invece come è cambiata la speranza di vita alla nascita negli stessi paesi negli ultimi anni.

Il drastico peggioramento della speranza di vita negli anni 2019-21 ha a che fare con le conseguenze della pandemia, ma tale peggioramento non è stato uguale per tutti. Sempre gli Usa, che usiamo per il nostro confronto, hanno avuto un dato assai peggiore (-2,4 anni) del nostro (-09). E questo malgrado l’elevata spesa sanitaria pro capite.

Il discorso diventa ancora più informativo se guardiamo la speranza di vita in buona salute dopo i 65 anni, ossia quella soglia di età verso la quale si va indirizzando la maggioranza relativa della nostra popolazione.

Purtroppo questo dato non è disponibile per gli Stati Uniti nelle rilevazioni Ocse. Ma come secondo elemento di confronto possiamo prendere la Germania, che esibisce comunque una spesa sanitaria pari al 12,7% del pil, seconda solo a quella statunitense. In questo paese una donna 65enne nel 2021 ha una speranza di vita di 21,1 anni, il 46% dei quali, quindi una decina, si prevedono in cattive condizioni di salute. Per un uomo i numeri sono 17,8 anni di speranza di vita, il 43% dei quali in cattiva salute.

Se guardiamo il dato italiano, osserviamo che la speranza di vita di una donna è di 22,1 anni, quindi uno in più rispetto ai tedeschi, il 52% dei quali, quindi quasi dodici, in cattiva salute. Per l’uomo la speranza di vita è 18,9, sempre circa uno in più rispetto ai tedeschi, il 43% dei quali, circa 8, in cattiva salute.

Ricapitoliamo: in Italia si vive di più delle Germania, le donne italiane invecchiano leggermente peggio di quelle tedesche gli uomini allo stesso modo. Questo a fronte di una spesa sanitaria italiana inferiore di oltre tre punti di pil al quella tedesca. Il fatto rilevante è che all’incirca la metà della speranza di vita uomini e donne la passano in condizioni di salute poco soddisfacenti.

Ovviamente sarebbe avventato trarre qualsiasi conclusioni da così pochi dati. Però ce n’è abbastanza per riflettere e porsi alcune domande. La prima è che se è sicuramente una buona notizia che la popolazione anziana passi mediamente la metà della proprio speranza di vita in buona salute, lo è meno osservare che ancora l’altra metà della speranza di vita questo non succede. Non sono pochi dieci anni con problemi di salute, specie in società che vedranno crescere notevolmente il numero degli over80.

La seconda è che non emerge una chiara correlazione fra spesa sanitaria e qualità dell’invecchiamento. Ciò lascia immaginare che siano altrove le voci di bilancio che dovremmo osservare, alcune delle quali assai sfuggenti. Difficile, ad esempio, misurare con la contabilità pubblica la qualità dell’alimentazione di una persona.

Infine, sorge il sospetto che la longevità vada più veloce della vecchiaia in salute. Se cambiamo database e ci rivolgiamo a quello dell’organizzazione mondiale della sanità, possiamo ritrovare i dati relativi agli Stati Uniti, anche sulla qualità dell’invecchiamento in questo paese a partire dal 2000.

Qui possiamo osservare non solo che la speranza di vita alla nascita è diminuita fra il 2015 e il 2019, essendo cresciuta di 1,8 anni fra il 2000 e il 2019. Ma anche che nel 2000 un uomo americano aveva la speranza, alla nascita di trascorrere in salute 64,6 anni (quindi 13,1 in cattiva, stante la speranza di vita) e una donna 67. Dopo 19 anni questi numeri sono cresciuti fino a 65,2 per l’uomo e rimasti uguali per donna, nonostante l’aumento di 1,8 anni della speranza di vita. Nonostante la spesa sanitaria, insomma, gli americani invecchiano meno bene di quanto siano longevi. Non sarà sicuramente una prova che qualcosa non funziona bene. Però è un indizio.

Cartoline. Le opportunità dei rischi

In poco più di un anno e mezzo l’indice medio globale delle borse azionarie è cresciuto del 40 per cento. Alcuni mercati, come quello Usa, addirittura del 50 per cento. Questo dovremmo ricordarci quando leggiamo vagamente atterriti del previsioni economiche e le analisi degli specialisti. Viviamo in tempi molto rischiosi, e questo è chiaro a tutti, perciò si guadagna parecchio. Non tutti ovviamente. Solo chi rischia e può permettersi di rischiare. E’ il trionfo del capitale, insomma, e la costante erosione della considerazione che, aldilà delle dichiarazioni di circostanza, si ha del lavoro è il corollario di questa situazione. Che potrà piacere oppure no, ma comunque vive insieme a noi. Che dovremmo fare allora? Punire il capitale, con la scusa di diminuire i rischi, o alzare gli stipendi per decreto? Il buon senso suggerisce di prendersi il buono che c’è intanto. Ma prima bisogna conoscere le opportunità contenute nei rischi. E questo è il problema.

Gli europei sfiduciati deprimono i consumi

Osservare l’andamento declinante dell’economia europea, dopo la parvenza di ripresa post Covid non stupirà chi segue da tempo le vicissitudini dell’area. Sappiamo bene che il modello di sviluppo europeo non è mai riuscito a generare una domanda privata robusta abbastanza, come succede negli Usa, da sostenere la crescita di una regione dove vivono alcune centinaia di milioni di persone. E adesso che la miscela magica che alimentava l’export sembra aver perduto il suo slancio, lo stesso accade anche alla crescita, con conseguenze immaginabili sulla fiducia dei consumatori, peraltro scossa dalla forte ondata inflazionistica che ha eroso il potere d’acquisto.

Tutto si tiene, come ben sa la Bce che ha dedicato al declino della fiducia dei consumatori un approfondimento nel suo ultimo bollettino economico osservando l’andamento della fiducia scomposta nelle sue diverse componenti.

Notate, a tal proposito, la linea verde che misura la fiducia nell’andamento dell’economia nei prossimi mesi e osservate lo spread con la linea gialla, che misura l’andamento della situazione finanziaria. Il relativo miglioramento di quest’ultima non basta ad alimentare le aspettative dell’economia. Evidentemente le famiglie privilegiano il motivo precauzionale, che le spinge ad aumentare i tassi di risparmio a fronte di un miglioramento reddituale, piuttosto che il consumo. E questo ha effetti sugli andamenti generali dell’economia che le famiglie comprendono benissimo. E infatti la fiducia cala.

La Bce ipotizza che l’inflazione abbia giocato un ruolo determinante nel far deprimere la fiducia, persino più di quanto abbia fatto l’invasione russa dell’Ucraina. E che sempre l’inflazione, una volta affrontata, abbia contribuito a migliorare lo stato d’umore dei consumatori. Ma evidentemente non abbastanza.

Rimane il fatto che, come nota la Banca, “la fiducia dei consumatori tende a essere fortemente correlata con la crescita dei consumi privati”. Siamo, insomma, intrappolati nel circolo vizioso di una sfiducia che deprime i consumi che deprimono la fiducia. E questo andamento viene replicato dall’indice del prodotto interno, che perde gradualmente colpi.

Come interrompere questo circolo? Le risposte sono innumerevoli e di crescente complessità. Sono in gioco fattori congiunturali, quindi l’andamento del ciclo e delle diverse variabili macro, ma soprattutto strutturali, che hanno a che fare con la composizione della popolazione, la struttura istituzionale della regione, e le abitudini consolidate. Ad esempio quella di elevati tassi di risparmio. Uscirne non è per nulla facile. Infatti siamo sfiduciati.