Cosa significa vivere in un mondo sempre più Emergente

Quello che ci aspetta, a dar retta ai pronostici volenterosamente elaborati dai calcolatori del Fondo Monetario e pubblicati nell’ultimo World Outlook, è un mondo sempre più a trazione Emergente. Dove, vale a dire, i paesi che solo da pochi decenni si sono affacciati in maniera importante sull’economia internazionale conteranno sempre di più.

Contare sempre di più non vuol dire solo che la quota della crescita globale che arriva da questi paesi sarà sempre più rilevante, come peraltro si evince dai trend messi in luce dal Fmi. L’istogramma blu del grafico sotto, che rappresenta i paesi ad economia avanzata è più eloquente di mille ragionamenti.

Contare di più significa anche avere maggiori responsabilità, nel bene (la crescita), come nel male (le crisi). Il grafico che apre questo post prova a dare un’idea di quanto la capacità di contagio dei paesi emergenti sia cresciuta nell’ultimo ventennio, e anche questo è eloquente abbastanza da non richiedere molti commenti.

C’è però un’altra caratteristica di questo spostamento di responsabilità del quale il Fmi, che osserva solo i fenomeni economici, non tratta nel suo approfondimento. Contare di più significa anche essere maggiormente portatori di valori, e non solo di quelli economici.

Ogni economia non esporta solo i suoi beni: manda all’estero anche il suo stile di vita, in qualche modo. E se diventa più importante, acquista anche maggiore importanza la sua cultura. L’emersione della Cina è un’ottima rappresentazione di questo processo. Oggi la Cina è sicuramente più vicina al nostro immaginario di quanto non fosse trent’anni fa. Le differenze con gli Usa (e con gli europei) non si misurano solo sulla bilancia commerciale. Ma su quella, più vasta, della cultura, che significa politica e società.

Ciò per dire che se il mondo diventa sempre più Emergente, non lo diventa solo la sua economia. Dobbiamo aggiornare tutti i nostri paradigmi e prepararci a un confronto serrato, e speriamo evolutivo, con culture diverse dalla nostra. Sarebbe quantomeno presuntuoso pensare che il nostro stile di vita si imporrà comunque. E molto pericoloso affidarsi soltanto alla forza.

Cartolina. The others, 2

Nel lento e inesorabile declino del peso (economico) specifico dei paesi più ricchi nella produzione globale, che fotografa innanzitutto il loro declino demografico, diventa ovviamente sempre più ampio il contributo dei paesi emergenti, alcuni dei quali neanche sappiamo esattamente chi siano, perché la statistica li raggruppa. Singolarmente pesano poco, ma messi insieme colorano l’istogramma verde, sul grafico sopra, che fra poco eguaglierà quello blu dei paesi avanzati, i quali peraltro sono già stati superati dalla sola Cina, a sua volta superata dagli emergenti in seno al G20. Tanti paesi poveri, quindi, sono sempre meno poveri, mentre pochi paesi ricchi diventano sempre meno ricchi. La storia ci dirà l’esito di questa nuova rivoluzione.

Cartolina. Rischiatutto

Poiché grandi rischi nascondono grandi opportunità, non dovremmo stupirci nell’osservare che chi rischia moltissimo, prestando denaro nel settore del private equity in vent’anni abbia visto decuplicare l’indice dei propri rendimenti, cioè due volte quanto accaduto all’indice riferito all’S&P500. Detto diversamente, chi ha prestato i soldi fuori dai mercati regolamentati, quindi assumendosi un notevole rischio di controparte senza alcuna forma di paracadute – tipo l’autorità di borsa – alla fine ha celebrato a champagne. Sempre che sia riuscito a riavere i suoi investimenti indietro, ovviamente. I mercati finanziari di oggi offrono enormi opportunità per chi vuole giocare al magico gioco del denaro facile, che si perde ancora più facilmente. Non è certo una novità. E’ una novità semmai che sia diventato un gioco popolare e aperto a tutti, e ormai da un bel po’. Il gioco era conosciutissimo anche decenni fa. Piaceva molto anche ai più piccoli, che lo guardavano in tv. Si chiamava Rischiatutto.

Miti del nostro tempo: la politica industriale

In un tempo come nostro, che sogna soluzioni semplici a problemi complessi, non sorprende per nulla che sia tornata prepotente fra i nostri governanti la seduzione di riesumare le politiche industriali per dare maggior vigore a una crescita che si teme sempre più anemica.

Fa bene perciò il Fmi nel sul ultimo Fiscal monitor a ricordare che le politiche industriali non sono una “magica cura” – ottima scelta di termini – per la crescita debole. Piuttosto, sottolinea il rapporto, servirebbero politiche di vario genere per stimolare l’innovazione, tenendo magari conto di alcune peculiarità delle nostre società: una per tutte gli andamenti demografici.

Sorprende ancora meno che la seduzione delle politiche industriali abbia trovato terreno fertile nelle economie più avanzate che sono meglio dotate, per risorse economiche e capacità organizzative, per promuovere l’idea che una intelligente politica industriale, quella che negli anni ’60-’70 si chiamava pianificazione, sia il modo ideale per risolvere i nostri problemi.

Il passato dovrebbe averci insegnato a cosa conduce l’idea di poter giocare agli apprendisti stregoni del bilancio pubblico. Ma purtroppo mai condizionale fu più obbligato. Basta anche solo guardare in casa nostro, dove l’ultima trovata di politica industriale – chiamiamola così – è stata il mitico Superbonus che oltre ad aver devastato il bilancio dello stato per un tempo indefinito, ha dimostrato con chiarezza che non siamo in grado di programmare alcunché.

Peraltro, in un paese a saldo demografico negativo, che si distingue per il livello assai modesto della sua istruzione, che è la chiave per qualunque aumento di produttività, si è scelto di investire risorse incalcolabili sul mattone, che è naturalmente destinato a deflazionarsi in un contesto di decrescita demografica, anziché puntare sui giovani. Pensate solo a quante borse di studio nelle università di eccellenza di tutto il mondo avremmo potuto pagare ai nostri studenti con le decine di miliardi spese per accontentare pochi padroni di casa che poteva pagarsi i lavori di tasca propria. Scelta, quindi scellerata, sia dal punto di vista contabile che squisitamente politico.

Il Fmi nel suo rapporto suggerisce di limitare gli esperimenti di politica industriale – sempre che i governi abbiano una forte capacità di gestirne le complessità – ai pochi settore capaci di generare benefici di produttività. Come esempio si fa il caso dell’industria dei semiconduttori, o quello dei sussidi, se ben disegnati e trasparenti, per la transizione energetica. Ma “i paesi con spazio fiscale limitato dovrebbero individuare le priorità della propria spesa e aumentare le entrate nel breve termine”. Non so a voi, ma a me fischiano le orecchie.

Il caro mutui che stressa il mercato immobiliare

Nulla di strano che uno dei capitoli dell’ultimo Outlook dedicato all’economia internazionale il Fmi lo dedichi al tema del caro mutui, una delle conseguenza più evidenti del cambio di paradigma delle banche centrali, che ha riportato i tassi a livelli che non si vedevano dai primi anni del XXI secolo.

L’inflazione, fra le altre cose, ha generato anche questo effetto boomerang sui bilanci delle famiglie che, più o meno incautamente, si sono affidate a mutui a tassi variabili, quando i tassi erano rasoterra, e adesso si trovano a dover mettere in conto una rata assai più salata, con tutte le conseguenze del caso per gli scambi interni ed internazionali.

Si tratta di una situazione molto varia, che dipende in larga parte dalla quantità di mutui a tassi variabili che ogni paese tiene in pancia. Il grafico a seguire illustra la quota dei mutui a tassi fissi per singolo paese, dal che si può dedurre per complemento la quota di quelli a tasso variabile.

E’ interessante osservare che si oscilla fra una percentuale di mutui a tasso fisso vicina allo zero in Sudafrica a che sfiora il 95 per cento negli Usa e quasi il 100 per cento in Messico. Ovviamente gli effetti del caro tassi si fanno sentire sui paesi più esposti ai tassi variabili. E da questo punto di vista la Fed, per fare un esempio, ha sicuramente meno incentivi della banca centrale sudafricana ad allentare la morsa del credito.

Ovviamente il caro mutuo non basta a determinare la fisionomia di un mercato. Sono diversi canali attraverso i quali quest’ultimo si configura: conta, ad esempio, la disponibilità di abitazioni, che in un contesto di tassi bassi premia i corsi immobiliari e quindi la domanda di consumo dei proprietari o dei venditori, o, viceversa, corsi troppo elevati, in un contesto di tassi elevati, possono generare aspettative di ribassi capaci di avvitare le quotazioni.

Ciò per dire, e forse è questo il dato interessante, che il mercato immobiliare rimane un osservato speciale. Non a caso il Fmi gli dedica un capitolo. Le tensioni che da questo particolare segmento dell’economia si possono originare sono profonde e memorabili. Parliamo ancora della crisi subprime del 2008, per dire. E magari non lo ricordano più tutti, ma quei prodotti subprime che hanno generato il disastro quindici anni fa erano mutui.

Il settore dei servizi sempre più protagonista

Sfogliando l’ultimo bollettino economico della Bce ci si accorge subito che qualcosa sta cambiando nel livello più profondo dell’economia internazionale – e quindi anche dell’eurozona – e che si tratta di una tendenza sicuramente destinata a continuare.

Abbiamo già parlato dei rallentamenti del commercio, iniziati dopo la grande crisi del 2008, ma fra le ragioni che sono state indicate, una in particolare riveste un certo interesse, perché racconta più delle altre del cambio della fisionomia della domanda internazionale. Parliamo dello “spostamento strutturale della domanda dal settore manifatturiero a quello dei servizi”, come riportano gli economisti della Banca.

Da tempo ovviamente si parla di terziarizzazione, quarta rivoluzione industriale e altre amenità. Ma quando dal piano dell’analisi teorica si passa all’osservazione dei dati statistici, allora si capisce con maggiore concretezza che questo passaggio non è soltanto in corso, ma sta delineando la fisionomia del nostro attuale sviluppo. Nel bene come nel male.

Prendiamo solo alcuni esempi. Il grafico che apre il post racconta dell’indice Pmi del prodotto globale suddiviso fra manifattura e servizi. Come si può osservare, gli indici dei servizi sono decisamente più alti. Osserviamo un andamento simile se guardiamo l’indice degli ordinativi.

E se andiamo a vedere le dinamiche occupazionali, vediamo che la tendenza conferma la maggiore dinamicità del settore dei servizi rispetto alla manifattura.

Questa maggiore dinamicità contiene ovviamente anche un rovescio della medaglia. E possiamo osservarlo notando quanto sia rilevante il peso specifico dei servizi anche fra le componenti dell’inflazione.

Notate la differenza fra il 2021 e il 2024: l’impennata del costo dei servizi è un fatto recente. E soprattutto non riguarda solo l’eurozona, come si potrebbe pensare, ma tutta l’area Ocse.

Se ne potrebbe dedurre che “tirando” più domanda, i servizi contribuiscano maggiormente all’aumento dell’indice dei prezzi. Ma dietro i servizi ci stanno mondi complessi, che vanno dal turismo all’intelligenza artificiale. Quello che ci racconta questa “mutazione strutturale” dell’economia internazionale è una storia ancora tutta da scrivere. Però è già cominciata.

Cartolina. Gli sbancati

La vera domanda non è tanto come sia possibile che nell’Eurozona, che è una delle regioni più ricche al mondo, un adulto su cinque dichiari di non aver carte né conti di pagamento. La domanda davvero importante è come facciano. Vivere senza mezzi di pagamento bancari, nel XXI secolo in Europa, avendo a che fare con la burocrazia del XXI secolo, che raccoglie dati come una formica impazzita su ogni nostro movimento (anche bancario), somiglia a una straordinaria corsa a ostacoli. Eppure costoro riescono. E sono pure tanti. Sono la vera sorpresa della nostra cronaca. Gli irriducibili del contante. I teorici (e pratici) del soldo sotto al materasso o nell’intercapedine del muro. Una storia che è già un film. Il titolo è già pronto: gli sbancati.

Cartolina. The others

Fra le tante informazioni più o meno notevoli che ci comunicano le statistiche sulle posizioni nette degli investimenti internazionali diffuse dalla Bis, due in particolare vale la pena sottolineare. La prima è il deficit statunitense, che pure se in miglioramento, è l’evento più rilevante dell’ultimo ventennio, e rappresenta la gran parte del totale del deficit complessivo. La seconda, sul lato degli attivi, che a tale deficit corrisponda un credito da parte di Cina, Giappone e Germania che non arriva a un terzo. Il resto appartiene ad altri. Su chi siano questi “others”, come li definisce la tabella. Si accettano scommesse.

Il costo del rallentamento del commercio globale

La buona notizia ne contiene una cattiva, se almeno uno crede – e molti iniziano a dubitarne – che il commercio faccia bene alle relazioni internazionali. La notizia buona è che il primo regge, anche se fra diversi alti e bassi generati dalle seconde. Gli scambi sono riusciti a ripartire dopo il tremendo shock del 2008, che tutti noi abbiamo dimenticato, ma i mercati e i governi no. E lo dimostra la cattiva notizia, ossia che il tasso di crescita del commercio è sempre stato inferiore a quello del pil nei quindici anni che sono trascorsi da allora.

Si potrebbe ricordare che nel frattempo il clima delle relazioni internazionali è peggiorato, e che ci sono stati anche un paio di shock non prevedibili e per giunta gravi. Pandemia e guerre notoriamente non giovano ai mercanti. Ma al di là di tutto questo si tende a dimenticare che molti dei nostri tormenti hanno una radice lontana, che oggi genera la fioritura di tensioni internazionali che accompagnano le nostre cronache.

Vi offro giusto un piccolo pro memoria, per ricordare cosa sia successo nel 2008. Dopo la crisi (grafico sopra a sinistra) la somma di import ed export – una misura della globalizzazione – che superava il 60%, è scesa a sfiorare il 50%. Un movimento simile a quello osservato nel biennio della pandemia, con la differenza che la quota di commercio sul pil non ha più raggiunto il livello pre 2008 e per giunta ha avuto un andamento declinante prima della pandemia.

Poiché degli anni più vicini a oggi dovremmo avere memoria migliore, vale la pena spendere qualche riga per ricordare quale fu la reazione del mondo dal crash subprime. La potete osservare dal grafico sotto.

In sostanza il mondo – tutto il mondo a cominciare da quei BRICS che più tardi si proporranno come alfieri della globalizzazione – chiuse le frontiere. L’aumento di restrizioni agli scambi, nelle loro varie declinazioni, fu repentino e profondo.

Quell’onda lunga si è diffusa fino ai nostri giorni, e pure se con qualche mitigazione, continua a svolgere i suoi effetti. Le discussioni oziose di oggi sulla slowbalisation sono la conseguenza dei traumi irrisolti seguiti a quella crisi, dalla quale germinarono anche i vari populismi.

Lo stato dell’arte si può indovinare osservando adesso il grafico a destra che apre questo post, con Usa e Cina sempre più distanti e la novità della Germania, che si è distanziata dalla Cina come mai in tempi recenti.

Che significa tutto questo? Che il commercio per adesso regge, ma non bisogna aspettarsi troppo. I venti di guerra, la crescita lenta, le antiche diffidenze: tutto congiura per generare quei “costi economici considerevoli in termini di riduzione degli scambi e del benessere, nonché un innalzamento dei prezzi”, di cui parla la Bce nel suo ultimo bollettino in un approfondimento dedicato a questo tema.

La globalizzazione può anche non esser più di moda. Questo non vuol dire che non proseguirà, in un modo o in un altro. Vuole dire solo che avrà un costo maggiore per i consumatori che, ricordiamolo sempre, sono anche produttori o lavoratori. E non solo un costo economico, ovviamente.

Perché l’inflazione ha sconvolto la spesa alimentare

Ogni fenomeno inflazionistico racconta molto della struttura di un’economia. Perciò studiare in dettaglio ciò che è accaduto nell’ultimo biennio è un’ottimo modo per conoscere meglio noi stessi e il mondo attorno a noi. Un buon mezzo per studiare strategie di contenimento che servano magari a farsi trovare pronti la prossima volta, ben sapendo che è molto facile che comunque saremo sopresi dagli eventi. In fondo la sorpresa è il bello della vita.

Vale la pena perciò spendere qualche minuto per leggere un interessante articolo dell’ultimo bollettino economico della Bce dedicato all’analisi delle ragioni che hanno sconvolto il nostro carrello della spesa. In particolare di quella alimentare. La fiammata inflazionistica, che adesso sembra raffreddarsi, ha provocato un autentico stravolgimento in questa categoria di beni, sia nella componente fresca, ossia non trasformata, che in quella trasformata. Quest’ultima, peraltro, pesa il 75 per cento della spesa delle famiglie per il cibo. Un dato di per sé molto istruttivo: tre quarti di quello che mangiamo è stato in qualche modo processato dall’industria alimentare. Quindi contiene un qualche tipo di trattamento a base di sostanze chimiche.

Ma questa è un’altra storia. Limitiamoci ai nostri temi d’interesse. I prezzi dunque. Dalla metà del 2021 fino all’esordio del 2023, i prezzi dei beni alimentari, sia freschi che trasformati son praticamente schizzati alle stelle sfiorando punte del 16 per cento di incremento. La Bce ha analizzato la struttura dei costi di entrambe le categorie di beni trovandole abbastanza simili, al netto però di alcune importanti differenze.

Per i beni trasformati, infatti, l’energia pesa il 2 per cento dei fattori di produzione, mentre per i prodotti non trasformati arriva al 7 per cento. Chiaramente chi inscatola non ha bisogno di alimentare un trattore. Al tempo stesso però gas ed elettricità, a differenza del petrolio, pesano circa l’80 per cento degli input energetici di chi trasforma a fronte del 50 per cento di chi non lo fa. Tenere aperta una fabbrica di imballaggio ha bisogno evidentemente di più luce e gas rispetto a una fattoria.

Non finisce qui. Chi non trasforma ha bisogno di input per la produzione di fertilizzanti, che sono altrettanto rilevanti di quelli energetici. Dulcis in fundo, questi beni, gli alimenti freschi, sono esposti alla stagionalità, con tutto ciò che essa comporta a livello di rischio meteorologico.

In comune i due settori hanno il fatto che gli input alimentari intermedi includono un’ampia quota di costi dei fattori produttivi diversi dal lavoro, che arriva al 50 per cento per i prodotti trasformati e al 40 per i non trasformati. Ciò ne fa degli straordinari veicoli di propagazione degli shock inflattivi anche in altri settori. Detto diversamente: una mandorla che viene tostata (input intermedio) e poi venduta a un altro soggetto che la inscatola “esporta” la sua inflazione anche altrove.

La scintilla che ha acceso il fuoco dell’inflazione alimentare è partita molto probabilmente dai costi per l’energia, con picchi vicini al 40 per cento. Questo shock ha impattato sull’industria alimentare tramite i canali degli input energetici, dei quali abbiamo osservato il peso, e in parte, per il settore non trasformatore, per i rincari dei fertilizzanti. “L’aumento massimo dei prezzi alla produzione dei beni energetici (costituiti principalmente da elettricità, gas e aria condizionata) – spiega la Bce – ha raggiunto quasi il 280 per cento rispetto al livello di dicembre 2020. Un incremento di tale misura corrisponderebbe a un aumento dei costi complessivi dei fattori di produzione diversi dal lavoro nel settore alimentare pari al 9 per cento circa (soltanto per questo specifico shock dei costi degli input)”.

Oltre a ciò, l’Eurozona ha scontato anche il notevole aumento di prezzo delle materia prime alimentari importate nonché dei prezzi interni di produzione delle materie prime alimentari.

E’ interessante osservare, nel grafico sopra, l’istogramma azzurro che, per quanto rilevante quanto a peso specifico sul livello generale dei prezzi, rimane senza spiegazione. Non è un caso. Solo l’ennesimo esempio che dimostra come quello che non sappiamo dell’inflazione occupa uno spazio rilevante delle nostre teorie. La materia oscura non esiste solo in fisica. Forse dobbiamo imparare a guardare in un altro modo. O in un altro posto.