Il tramonto dell’istruzione in Occidente

Come di consueto l’Ocse, nel suo ultimo interim report, torna a ricordarci che la crescita economica non è solo una questione che si possa risolvere abbassando i tassi di interesse o spingendo sul pedale della spesa pubblica. Anche perché poi, e lo vediamo ai giorni nostri, certe politiche – chiamiamole genericamente incentrate sul lato della domanda – finiscono col mostrare i loro costi che si scoprono sostenibili a fatica.

Per crescere servono anche le politiche dal lato dell’offerta, come le chiama la vulgata, e fra queste primeggiano quelle capaci di elevare il valore del capitale umano, brutta espressione che cela qualcosa di tremendamente importante, specie in un mondo post-industriale che ormai, grazie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, può diventare anche post-servizi industriali. A cominciare proprio dall’istruzione.

L’istruzione, lo ricordiamo a chi non si diletta di storia, è stato lo strumento principale della rivoluzione politica ed economica del secolo XIX, quando enormi masse furono alfabetizzate per dotare gli stati nazionale di forza lavoro capace di stare al passo con i tempi, quindi di leggere e far di conto.

Ciò ha alimentato la crescente richiesta di personale specializzato e ha consentito di creare a far sviluppare l’istruzione superiore e la nascita di un ampia quantità di tecnici che hanno finito col creare il mondo di oggi. Quello ad alto valore aggiunto che possiamo apprezzare dilettandoci con i nostri numerosi device.

Senonché gli andamenti dei livelli di istruzione, ossia la fonte di questa specie di miracolo economico, stanno diventando preoccupanti. Fra il 2018 e il 2022, anche a causa della pandemia, “c’è stato un calo senza precedenti della performance in molti paesi degli Ocse PISA test per i 15enni”, che hanno mostrato carenze sia nella lettura che nella matematica. Le ricerche empiriche svolte da Ocse hanno osservato che scarsi punteggi nei test PISA “possono avere effetti negativi persistenti sui livelli di produttività nei successivi 30-40 anni”.

Colpa della pandemia? diciamo che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Il recente calo delle prestazioni – scrive Ocse – continua una tendenza al ribasso nei punteggi dei test precedenti al 2018, indicando problematiche a lungo termine nei sistemi educativi di alcuni paesi”. Ocse invita a destinare risorse fiscali a questo problema, puntando sulla qualità della spesa. E già questo somiglia a un programma utopistico. Come dovremmo avere una spesa qualitativamente efficace se già da lungo tempo non abbiamo più un’istruzione di qualità?

Il tramonto dell’istruzione in Occidente è un tema troppo complesso per essere esaurito in poche righe. Contribuiscono fattori di vari genere, non ultimo lo stesso sviluppo tecnologico, che pure l’istruzione ha reso possibile, che però ormai sta lentamente segando il rame sul quale ha prosperato.

L’uso e l’abuso di tecnologie che finiscono col scoraggiare il tempo dell’apprendimento, dando l’illusione di una conoscenza che si consuma in logica fast food non è cosa che si possa risolvere aumentando la spesa pubblica. Come ieri si allevavano masse capaci di leggere e scrivere, oggi la sensazione è che si stiano allevando masse capaci di seguire i trend e reagire alle notifiche, con una capacità analitica che non supera il livello social.

Nel mondo nuovo verso cui ci dirigiamo sembra ci sarà sempre meno spazio per l’istruzione, quella autentica, ma tanto rumore di fondo. Chiaro che la scuola venga percepita come inutile, in un mondo dove tutti sognano di cavarsela facendo gli influencer.

Alla ricerca di un atterraggio morbido

SI potrebbe persino definirla ottimista, l’analisi che il Fmi fa dell’economia internazionale nel suo ultimo aggiornamento delle previsioni che addirittura rivede al rialzo la crescita per quest’anno di un paio di decimali, che di questi tempi buttali via.

Soprattutto una certo rasserenamento trapela dall’analisi dell’inflazione che diminuisce più rapidamente, mentre la crescita rallenta meno bruscamente. Il perfetto atterraggio morbido, viene da dire, che si preannuncia proprio mentre le banche centrali lasciano capire che l’età delle restrizioni monetarie volge al termine, da qui all’autunno prossimo magari, a cominciare proprio dagli Usa, dove pure tutto è cominciato. Al solito, viene da dire.

Laggiù, dove si consumano l’alfa e l’omega della nostra contemporaneità (almeno per quel che osserviamo qui) la crescita si prevede rallenti proprio come in Cina, mentre nell’eurozona, duramente penalizzata dai costi energetici (e quindi dall’inflazione) ci si aspetta un lieve miglioramento, ma senza troppi eccessi.

Lo scenario migliora in alcuni paesi emergenti, come Brasile, India e la regione del Sud est asiatico, dove la crescita accelera più che altrove, mentre l’inflazione (tranne che in Argentina) decelera ovunque, anche nella sua componente core – ossia al netto di energia e alimenti freschi – che si avvicina sempre più al target delle banche centrali.

Cosa può andare storto? Praticamente tutto. Il sostegno della produzione deriva in larga parte da una robusta domanda privata e pubblica, che ha tenuto il pil fuori dalla zona di pericolo. E il fatto che i governi possano rimandare le misure di consolidamento fiscale, che pure tutti sanno necessarie, rischia semplicemente di generare più problemi dopo.

Soprattutto, rimangono elevate le incertezze politiche internazionali. Le catene di fornitura potrebbero trovarsi di nuovo stressate da improvvise nuove strozzature (il caos del Mar Rosso, ma non solo), mentre sul versante dell’inflazione, il settore dei servizi potrebbe risultare molto più resiliente di quello che si pensa nei confronti della disinflazione.

Preoccupano in particolare gli sviluppi delle contrattazioni salariali nell’eurozona. E poi c’è il rischio ottimismo: i mercati stanno già prezzando futuri tagli dei tassi, che però potrebbero anche arrivare con maggior ritardo, con ciò destabilizzando le aspettative.

Inutile, insomma, farsi troppe illusioni. Dobbiamo rassegnarci all’idea che occorre vivere pericolosamente e in questo trovare le occasioni per vivere meglio. Forse il miglior regalo che ci faranno così tante crisi insieme e che smetteremo di chiamarle crisi. Le chiameremo opportunità.

Cartolina. Al servizio dell’inflazione

Adesso che (finalmente) i beni energetici hanno (per adesso) smesso di stressare l’indice generale dei prezzi, rimane giusto da osservare il notevole contributo dei servizi al livello generale dei prezzi, pure al netto del rallentamento osservato nei servizi turistici e di ristorazione. Tutte le principali componenti, a parte l’energia, hanno rallentato, a dirla tutta. Ma l’inflazione dei servizi molto meno di altre, a conferma del fatto che qualcosa di sostanzioso si è smosso nel nostro circuito economico, e non solo nel nostro. Andamento simile si osserva anche a livello europeo. I servizi, questo variegato mondo post-industriale, sono la vera novità della recente ondata inflazionistica. E’ in questo settore che adesso si concentrano le tensioni, e sono i servizi che faticano a normalizzare i propri livelli dei prezzi. Rimane da capire perché.

Cartolina. Redditi irreali

Aumenta il credito alle non banche, diminuisce alla Cina

Fra le tante informazioni interessanti contenute nelle ultime statistiche diffuse dalla Bis di Basilea sugli andamenti del credito internazionale, vale la pena segnalare che continua a crescere – per il terzo trimestre consecutivo – il credito che i prestatori concedono all’ampio settore degli soggetti finanziari non bancari. Si tratta di un universo composito, che più volte abbiamo osservato, che ormai ha assunto un ruolo di grande importanza nel sistema finanziario internazionale, della quale la capacità di attrarre prestiti è la dimostrazione tabulare.

Alla fine del settembre 2023, ossia il periodo osservato dalle statistiche Bis, solo nei paesi avanzati questi entità (Non bank financial Institution, NBFIs) hanno attratto ben 238 miliardi di dollari di prestiti, una parte rilevanti dei quali – 173 miliardi – denominati in dollari. Osservate sul grafico di destra in alto la notevole accelerazione di prestiti in questa valuta a questi soggetti nel corso del 2023. A settembre si è registrato un incremento su base annua del 12 per cento. Nulla che si possa sottovalutare.

Questo flusso va innanzitutto inquadrato in un contesto di forte espansione del credito in dollari, che nel terzo trimestre del 2023 è cresciuto di 448 miliardi. Gran parte di questo credito si è diretto verso paesi avanzati, con soggetti Usa, giapponesi e britannici nella parte del leone. Le non banche hanno guidato buona parte di questa espansione, e ormai sono titolari di uno stock di credito che ha raggiuto i 15 trilioni. SI tratta perciò di un settore squisitamente sistemico.

Al contrario il credito in dollari verso le economie emergenti rimane ancora sotto il livello del 2022. Si osserva nei loro confronti un calo del credito in euro, in particolare per Cina e paesi asiatici, a cui ha fatto fronte un aumento di quello in yen e yuan. Un segnale che questa regione sta in qualche modo rafforzando i propri legami finanziari a prescindere dai prestatori occidentali. Infatti il credito denominato in valute diverse da dollaro ed euro è aumentato del 5 per cento su base annua.

Se stringiamo il focus sulla Cina, osserviamo che il credito nei confronti di Pechino è ancora molto più basso di quello che si osservava nella metà del 2021. A farne le spese è soprattutto il settore immobiliare.

In sostanza sta ancora proseguendo una sorta di ritirata dei capitali verso i paesi avanzati, che evidentemente vengono percepiti come più convenienti, anche per la ripresa dei tassi di interesse, o magari meno problematici di quelli emergenti. Sarà interessante osservare nei prossimi trimestre se questa sorta di re-globalizzazione finanziaria condurrà a nuovi equilibri fra paesi avanzati, che riportano i capitali in casa, e paesi emergenti che devono trovare fonti diverse di finanziamento. Non c’è da aspettarsi grosse soprese. Ma qualche novità probabilmente sì.

Si rafforzano i conti esteri italiani

L’ultimo scorcio del 2023, illustra l’ultimo bollettino economico di Bankitalia, ha visto un robusto miglioramento della posizione creditoria netta dell’Italia sull’estero, arrivata a superare i 122 miliardi di euro (122,7 per la precisione), un importo pari al 6,1 per cento del pil. Rispetto al trimestre precedente, l’incremento è stato di 17,3 miliardi, in larga parte riconducibile all’avanzo di conto corrente, ossia del saldo dei nostri scambi di beni e servizi con l’estero.

Questa buona notizia ne contiene una meno buona. Il miglioramento del saldo corrente, infatti, è in buona parte dovuto al ripiegare della spesa per beni energetici, che era arrivata superare il 6 per cento del pil nel 2022 portando il saldo corrente in territorio ampiamente negativo. Se scrutiamo le varie componenti del saldo, osserviamo anche un’altra novità: nel terzo trimestre il saldo dei redditi primari, ossia le rendite nette dei nostri investimenti esteri, è diventato negativo, probabilmente in conseguenza degli aggiustamenti di valutazione. In compenso, è cresciuto il saldo attivo dei beni non energetici, che quindi segnala una certa ripresa del nostro settore esportatore.

Complessivamente, quindi, la dinamica della nostra posizione estera mantiene un tono positivo, anche se rimangono alcuni elementi strutturali di criticità, a cominciare proprio dalla nostra bilancia energetica, che da sola ha la capacità di squilibrare non solo i nostri conti con l’estero, ma anche di gravare notevolmente sul livello generale dei prezzi interni.

Sarà interessante, nei prossimi trimestri, osservare l’andamento dei redditi primari. Negli ultimi anni questa componente ha notevolmente contribuito agli attivi del conto corrente, ma adesso il quadro sembra essere notevolmente diverso. Da una parte c’è stato un lieve incremento degli investimenti esteri in Italia; dall’altro, come si può osservare dal saldo target sotto, una diminuzione degli investimenti italiani all’estero. Il tutto in un contesto di tassi crescenti che da una parte rendono più care le nuove emissioni – nel trimestre osservato sono state prevalenti quelle del settore privato (7,5 miliardi in obbligazioni per lo più) rispetto a quelle pubbliche – dall’altra rendono meno remunerativi gli investimenti obbligazionari esteri fatti in passato dagli italiani.

In sostanza siamo di fronte a una certa stabilizzazione dei conti esteri, che però galleggia su un mare potenzialmente molto instabile, se consideriamo i vari andamenti internazionali. Sarebbe saggio usare prudenza e mettere fieno in cascina. Quindi non succederà.

Gli effetti della crisi del Mar Rosso sul commercio estero italiano

Anche Bankitalia, nel suo ultimo Bollettino economico, ha dedicato qualche riga all’analisi dei rischi che la crisi del Mar Rosso, con gli attacchi dei ribelli yemeniti alle navi commerciali, genera per il commercio estero italiano, e in particolare per le nostre importazioni che da lì transitano.

Non si fatica a comprenderne la ragione. Nello stretto di Bab el-Mandeb, proprio all’ingresso del Mare, passa circa il 12 per cento del commercio mondiale, e gli attacchi hanno fatto diminuire drasticamente i volumi di merci trasportati (grafico sopra a sinistra), che a fine anno risultavano inferiori di quasi il 40 per cento rispetto al dicembre 2022.

Questa situazione, che riguarda tutti, fa sentire i suoi effetti particolarmente nel nostro paese. Secondo le stime di Bankitalia, infatti, attraverso il Mar Rosso passa il 16 per cento delle nostre esportazioni, in buona parte provenienti dalla Cina. Non a caso quasi un terzo dei beni provenienti dal settore tessile/abbigliamento che importiamo passa da lì.

La Cina d’altronde è il nostro secondo grande fornitore mondiale di beni dopo la Germania. Ma da quello Stretto passano anche molti dei nostri beni energetici, circa il 25 per cento delle nostre importazioni, e i prodotti metalmeccanici che pesano quasi il 30 per cento come settore sul totale del nostro export: quasi il 20 per cento di questi beni passa sempre da lì.

Al contrario, le nostre esportazioni che passano da lì sono meno rilevanti. Bankitalia calcola pesino circa il 7 per cento delle merci in uscita. Quindi rischiamo di aver sofferenza lato import, mentre almeno nel breve termine, una sostanziale stabilità dell’export.

Se la crisi dovesse durare esistono rischi concreti che le tensioni sulle importazioni si trasferiscano anche sull’export, visto che comunque si importa anche per produrre beni da esportare. Ma in questa prima fase potrebbe anche succedere che da un punto di vista meramente contabile, l’attivo commerciale aumenti, se l’import rallenta e l’export tiene. Ciò non vuole dire che non ne risentano i prezzi alla produzione, e quindi, in conclusione, l’inflazione. Nulla che ci servisse, insomma.

Cartolina. Esportare i salari

Le nostre esportazioni se la cavano ancora bene, per fortuna. Il nostro export ci ha tenuto a galla in questi anni difficili e ancora oggi non fa mancare il supporto. E’ anche grazie all’export che manteniamo una bilancia dei pagamenti stabile e possiamo permetterci certe pazzie fiscali e previdenziali. Quindi evviva l’export. Epperò. Mi sorge il sospetto che il miracolo dell’export italiano lo paghino gli italiani che lavorano nel settore esportatore, quando vedo che il costo unitario del lavoro è il più basso fra i nostri cugini europei di taglia assimilabile, che quindi hanno stipendi assai migliori dei nostri (e ci vuole poco). Non esportiamo solo ottima manifattura. Esportiamo anche salari bassi. Ma non ditelo là fuori.

Cartolina. Case&vacanze

Fra le tante informazioni contenute nell’ultimo rapporto Ocse sul nostro paese merita una menzione il buon andamento dei servizi, che più di agricoltura e industria hanno retto l’urto della pandemia. Il settore delle costruzioni, addirittura, ha visto aumentare l’indice di oltre il 20 per cento rispetto al 2019. Super buono. Meglio ancora: superbonus, con tutti i suoi annessi (fiscali) e connessi (costi a venire). Poi si legge che molto dello sviluppo dei servizi si deve al forte rimbalzo del turismo dall’estero. D’altronde siamo il paese più bello del mondo. E una bella casa ristrutturata con i soldi dello stato, magari di proprietà di un benestante che avrebbe potuto pagare il conto da solo, per ospitare, magari in zona fiscalmente grigia, tanti turisti è quello che serve al paese. Adesso lo sappiamo con certezza.

L’intelligenza artificiale delle banche centrali

Ai tanti curiosi che si interrogano sul futuro dell’intelligenza artificiale potrebbe essere utile dare un’occhiata al presente, magari prendendo a prestito dalle esperienze che con un certo successo, almeno a quanto racconta la Bis nel suo ultimo Bollettino, ne hanno fatto le banche centrali per affrontare alcuni dei loro sofisticati compiti, che vanno dall’analisi macroeconomica alla supervisione dei sistemi di pagamento.

Il Bollettino illustra alcuni dei metodi più comuni utilizzati dagli istituti, che partono dalla tecnologia di machine learning, una sorta di algoritmo che evolve i classici modelli statistici predittivi, che ormai è diventata molto sofisticata. Gli algoritmi originano degli alberi decisionali – Decision Tree – che consentono un utilizzo più analitico dei dati. Ad esempio se ci parla di abitazioni, si può distinguere a seconda del numero di vani o dalla data di costruzione, e assegnare ad ogni partizione una diversa routine. Insomma: si può calcolare sempre più finemente.

Un’altra tecnica è quella della Random forests, che utilizza i dati degli alberi decisionali in maniera ancora più flessibile. Ma probabilmente la tecnologia più sofistica è quella delle reti neurali, che si basa su neuroni artificiali che simulano quelli umani. Ogni livello elabora un input e lo trasforma in output che viene comunicato al livello successivo, come il segnale elettrico che un neurone “passa” a quello vicino. E’ la tecnologia alla base del riconoscimento facciale degli smartphone o degli assistenti vocali.

Questa tecnologia ha avuto uno sviluppo notevole con l’introduzione, nel 2017, dei cosiddetti Transformers che hanno fatto evolvere le reti neurali in strumenti di processo del linguaggio (natural language processing, NPL; Large language models, LLMs) che in pratica implementano una sorta di intelligenza contestuale che si attiva con l’analisi delle relazioni fra le diverse variabili processate. In sostanza sono alla base della cosiddetta Generative AI, quella di Chat Gpt, per essere chiari.

Di questo arsenale molte banche centrali hanno fatto notevole uso (grafico sopra) avendo ben chiaro che alle opportunità si accompagnano diverse sfide. Un esempio chiarirà: “I modelli sofisticati di machine learning possono diventare quasi perfetti nella previsione. Ma poiché molte variabili interagiscono in modi complessi e non lineari, può essere difficile interpretare l’importanza dei diversi input per il risultato. Una buona previsione può quindi avvenire a costo di accettare che il modello sottostante sia una “scatola nera”.

In sostanza, c’è il rischio di fidarsi troppo, e quindi non comprendere davvero il responso dell’oracolo. Inoltre, esiste un vero e proprio “hallucination problem”, al quale sono soggetti gli algoritmi, che rende necessaria la supervisione delle persone per non adottare scelte sbagliate. Questo certo non evita che si commettano errori. Le macchine non ci evitano scivoloni. Si sbaglia sempre, come ai vecchi tempi. Ma adesso lo facciamo in buona compagnia.