L’Africa, amica di tutti e di nessuno. L’Ue faccia una mossa

In una recente pubblicazione, L’Ispi si domanda se l’Africa, oggetto di tante e diverse attenzioni, abbia deciso di voltare la spalle all’Occidente come l’infittirsi di alcune relazioni, a cominciare da quelle con la Cina, lasciano immaginare.

Per farsi una prima idea su una possibile risposta, alcuni ricercatori si sono serviti di una rilevazione di Afrobarometer condotta su un campione rappresentativo diffuso in tutti gli stati africani, che viene rappresentata nei due grafici che aprono questo post. Per comodità di interpretazione, è stato anche disegnato un altro grafico che evidenzia le differenze relative.

Quindi, per fare un esempio, in Ghana gli Usa hanno un gradimento superiore del 17 per cento rispetto ai cinesi, mentre in Mali in cinesi hanno un gradimento superiore degli Usa di 28 punti.

Il punto interessante, tuttavia, non è osservare le ali della distribuzione, ma il centro, dove i due giganti sono praticamente alla pari. E soprattutto ricordare che il fatto che essere più o meno graditi non significa non esserlo affatto. Quindi anche in Mali c’è una quota di abitanti che apprezza gli Usa, così come in Ghana ce n’è una che apprezza i cinesi.

In molti paesi, inoltre, c’è una fascia molto ampia di persone che semplicemente “non sa”. E forse è proprio questa in fascia di indecisi, chiamiamoli così, che dovremmo provare a cercare la risposta alla domanda posta da Ispi. Al di là di come cambia il gradimento nei confronti dei colossi del nostro tempo, infatti, ciò che emerge con chiarezza sfogliando il rapporto è che “gli stati africani navigano a livello internazionale le relazioni in modo molto razionale, diversificando i partner nella speranza di massimizzare i benefici”. Come dire: l’Africa è amica di tutti e di nessuno. E probabilmente, vista la sua storia, fa bene così.

Rimane da chiedersi cosa dovremmo fare noi europei. Il rapporto nota che “la crescente frustrazione degli africani nei confronti dell’impegno della Cina, in particolare delle sue attività di estrazione, rappresenta un’opportunità per incrementare i rapporti cooperativi, mettendo alla base principi e pratiche sostenibili”. Peraltro il momento sembra quello giusto. Il grande sommovimento globale mette l’Europa nella condizione di poter giocare le sue carte in un modo diverso dal solito (“Questa congiuntura è un campanello d’allarme per l’Unione europea”, scrive nelle policy recommendations).

Quindi, per usare le parole di Ispi, la situazione attuale, per quanto confusa, “è anche un’opportunità”. Innanzitutto per fugare la sfiducia che l’Africa ancora sembra nutrire per l’Ue. E ciò malgrado l’Ue sia ancora il partner commerciale più grande per l’Africa. Ma c’è una straordinaria inerzia da superare – quella della storia innanzitutto – e poi un oceano di paure da attraversare, da una parte e dall’altra. Ma basterebbe dare segnali importanti per ripartire con piede giusto. Cercasi grandi idee disperatamente.

L’inversione dei rendimenti e il costo degli impermeabili

Ormai da qualche mese gli esperti osservano con preoccupazione il ritorno sugli schermi dei trader di un dei fenomeni più tenuti dagli addetti ai lavori: l’inversione dei rendimenti. Ossia la circostanza, invero non così rara, che il rendimento dei titoli governativi a breve termine sia più elevato di quelli a lungo termine. Il che contraddice la consuetudine secondo la quale se compro un decennale dovrei avere rendimenti più elevati che se compro un biennale, visto che (in teoria) devo tenere il denaro immobilizzato per più tempo e quindi mi aspetto una remunerazione maggiore.

Il fatto che il buon senso economico venga tradito dalla realtà genera evidente condizioni di stress psicologico fra gli operatori, anche perché come si vede dal grafico che apre questo post sovente l’inversione dei rendimenti si accompagna a fenomeni di recessione o di instabilità finanziaria. E il differenziale fra il decennale e il biennale, nell’Eurozona, è arrivato a -0,4 punti nel settembre scorso, per giunta risalito da -0,8 dei mesi precedenti, il livello più basso dal 1992, anno di memorabili disordini economici. Negli Usa, a settembre l’inversione è arrivata a -0,6, livello che non si osservava dagli anni ’80, come ci ricorda l’ultimo Bollettino economico della Bce. Anni memorabili anche quelli, quanto a crisi finanziarie.

Ce n’è abbastanza, insomma, per osservare con preoccupazione, consci del fatto che stiamo sperimentando una robusta inflazione associata a una forte stretta monetaria e a vari turbamenti internazionali che scoraggiano una delle fonti principali della ricchezza globale: il commercio. Proprio pochi giorni fa Ocse ha rilasciato il dati sul commercio di beni e servizi e non sono per nulla entusiasmanti.

Ecco quindi lo spettro della recessione che agita le sue catene, turbando i sonni degli operatori finanziari. Tanto più che i soliti modelli matematici, che com’è noto funzionano sulla base dei dati del passato, “indicano elevate probabilità di recessione a un anno nell’area dell’euro e negli Stati Uniti”. In particolare, secondo l’analisi, la probabilità di una recessione è del 50 per cento in Europa e del 40 per cento negli Usa. Ed ecco all’opera il meccanismo terribile che abbiamo creato per crearci delle sicurezze ottenendo il risultato opposto. La trasformazione del fattore tempo in semplice parametro di riferimento ci conduce direttamente nel mondo delle profezie che si autoavverano.

Se aggiungiamo altre variabili al modello, però, il risultato cambia. Inserendo l’andamento (sempre previsto) del prezzo del petrolio, la probabilità di recessione a un anno scende a poco più del 20 per cento nell’Ue mentre negli Usa scende poco sotto il 30.

Quindi, com’è logico che sia, aumentando il numero delle variabili si affina la capacità predittiva. Se a ciò si aggiunge anche la semplice constatazione che “l’inclinazione negativa della curva dei rendimenti nominali è attualmente determinata dalla curva dei rendimenti reali”, quindi incorporiamo nel modello l’effetto dell’inflazione, allora il valore informativo della curva dei rendimenti si abbassa ancora di più.

Perché ce ne preoccupiamo allora? Per la stessa ragione che ci induce a cercare un impermeabile quando vediamo una nuvola nera arrivare nel cielo. Il problema è che l’impermeabile, nell’attuale costituzione dei mercati finanziari, ha un costo notevole in termini di aspettative. I produttori di impermeabili non ci avevano evidentemente pensato.

Cartolina. La crescita degli altri

Il grosso della crescita mondiale, un po’ meno dei due terzi, oramai arriva dai paesi cosiddetti emergenti, che messi insieme emergono benissimo. Da noi arriva la differenza, che ormai conta poco, anche perché siamo sempre meno, e tuttavia pesa tanto. Una contabilità appena più avveduta di quella che può essere contenuta nello spazio di un grafico metterebbe facilmente in evidenza che molto dell’emersione degli emergenti viene alimentata dai capitali degli avanzati, ormai declinanti. Per cui sarebbe giusto dire, una volta per tutte, che l’economia è qualcosa di più della somma della nostra crescita con quella degli altri. E’ una cosa che ci riguarda tutti nello stesso modo. Questo non vuol dire che siamo tutti uguali. Vuol dire che l’economia siamo tutti noi. Far crescere questa consapevolezza e quella economica è praticamente la stessa cosa.

Cartolina. Mala tempora

L’Ue ha calcolato che gli eventi climatici avversi hanno provocato 650 miliardi di perdite dirette ai mercati europei fra il 1980 e il 2022. Di queste perdite meno del 20 per cento erano coperte da assicurazioni. Degna di nota la circostanza che il 59 per cento di queste perdite siano state provocate solo dal 5 per cento degli eventi. Altresì il fatto che ogni decennio i danni aumentano. Dagli 8 miliardi l’anno degli ’80, ai 17 miliardi degli anni Dieci del XXI secolo. Nei primi tre anni della nostra decade siamo arrivati a 42 miliardi. Su base trentennale si è avuto un incremento annuale dei danni medio del 3 per cento negli ultimi 14 anni. Cosa ci dicono questi calcoli? Che le assicurazioni hanno risparmiato un mucchio di quattrini di risarcimenti, intanto. Poi che i tempi si fanno sempre più cattivi. Mala tempora, dicevano i latini. Ma forse non si riferivano al clima.

La spinta deflazionistica che arriva dalla Cina

Il rallentamento dell’inflazione che ormai si osserva un po’ ovunque ha molte cause, che la Bce nel suo ultimo bollettino economico non trascura di osservare. Una in particolare merita un approfondimento perché ci dice molto di come giri il mondo che oggi tutti dicono di voler cambiare. Ossia il peso specifico della Cina sull’economia mondiale, misurato stavolta dalla sua capacità di influire sul livello globale dei prezzi. E in particolare su quelli dell’eurozona.

Come è noto, la Cina ha registrato una sostanziale deflazione negli ultimi periodi, quindi è del tutto logico domandarsi se tale deflazione svolga effetti anche dalle nostre parti, visto che uno dei tanti canali che alimentano il nostro carovita è quello dei prezzi all’importazione. E poiché importiamo, come Ue, molte cose dalla Cina – l’import dalla Cina pesa il 21 per cento dell’import complessivo dell’EZ – dovrebbe osservarsi un miglioramento del nostro indice dei prezzi al deflettere dei costi importati dalla Cina. Si è sempre detto che importavamo deflazione dalla Cina, negli anni in cui l’inflazione era la nostra peggiore nemica, e adesso è un momento per vedere se il teorema ha anche un corollario positivo.

I dati raccolti dalla Bce ci dicono che a giugno scorso i prezzi alle importazioni dei beni esterni all’area sono diminuiti del 14 per cento su base annua. Gran parte di questo calo è dovuto al raffreddarsi dei prezzi energetici, visto che al netto di questi ultimi i prezzi all’importazione sono diminuiti di appena il 2 per cento.

In Cina nel frattempo l’indice dei prezzi alla produzione si è contratto per dieci mesi consecutivi, anche perché il governo ha allentato le restrizioni all’uso del carbone che in precedenza avevano fatto impennare i prezzi alla produzione. Il carbone, notate bene, è ancora la prima fonte di energia dell’industria cinese. Questo mentre dal settore immobiliare arrivano ancora segnali di forte rallentamento, che aggiungono pressione deflattiva a molti prezzi.

L’Eurozona, com’era prevedibile, ha visto declinare i propri prezzi all’importazione di beni cinesi, una quota ampia dei quali è denominata in dollari. E proprio una quota dei beni denominata in dollari è diminuita significativamente in valore. Se convertiamo in euro, ci accorgiamo che i prezzi alla produzione dei beni cinesi sono diminuiti addirittura del 15 per cento a giugno rispetto a un mese prima, e la Bce non esclude che al calo di questi prezzi, oltre ai minori costi di produzione cinesi, abbia contribuito una certa volontà delle aziende cinesi di abbassare i prezzi per spingere le vendite all’estero.

“L’analisi empirica conferma che gli shock alla domanda e all’offerta in Cina possono dare luogo a notevoli effetti di propagazione sui prezzi all’importazione di beni dall’esterno dell’area”, conclude la Bce. In dettaglio, a partire dal 2021 si calcola che questi shock abbiano congiuntamente aggiunto 8 punti percentuali di aumento dei prezzi all’importazione dei beni esterni all’eurozona, che corrispondono a circa un quarto dell’aumento complessivo. Mentre a giugno 2023 la deflazione cinese ha contribuito a un calo del 5 per cento dei prezzi all’importazione dei beni esterni.

Insomma, le vicende cinesi hanno pesato poco meno di un terzo nel calo osservato sui prezzi di produzione. Detto diversamente, il nostro livello generale dei prezzi ha molto a che fare con quello che succede in Cina. Meglio ricordarselo.

Cosa ci dice il declino secolare della labor share

Chi fosse interessato alle tendenze secolari, che ormai in un’epoca appassionata di megatrend vanno per la maggiore, può trovarne una leggendo un articolato paper pubblicato di recente dal NBER dal titolo più che eloquente: “Perspectives on the labor share”. E queste prospettive sono quelle che potete indovinare guardano i grafici sopra, che osservano nel lungo periodo diversi indicatori che monitorano la labor share, che potremmo definire come la quota che il lavoro si vede assegnare sul totale del reddito prodotto.

Detto semplicemente, il lavoro vede ridursi, almeno negli Stati Uniti, dove questa osservazione è stata condotta, la quota di sua pertinenza. “Nel 2022 – recita il paper – la quota del reddito statunitense destinata al lavoro è al livello più basso dai tempi della Grande Depressione”.

Trattandosi di una tendenza secolare non è certo possibile cavarsela con una spiegazione semplice. L’autore dello studio infatti coinvolge nella sua analisi i cambiamenti tecnologici, le mutazioni epocali vissute dai mercati dei prodotti e dei servizi, altri megatrend sorti nel frattempo, come la crescita dei markup, l’aumento delle concentrazioni e, dulcis in fundo, la globalizzazione. In pratica, gli ultimi cento anni di storia.

Comprendere il significato di questa tendenza è importante non solo per gli aspetti distributivi impliciti nella definizione di labor share – sicuramente i più semplici da comprendere – ma perché l’andamento di questa variabile aiuta gli economisti a capire meglio la funzione di produzione, dà informazioni sulla produttività di un paese e sull’efficienza dell’accumulazione di capitale, nonché degli incassi fiscali, e infine è una informazione che influenza le politiche monetarie, fiscali e le pratiche regolatorie.

Una volta accertata l’utilità di questa variabile si apre la difficile partita della sua misurazione. Senza bisogno di farla troppo lunga, il paper calcola una perdita di 5 punti percentuali di labor share negli Usa fra il 1929 e il 2022, con un picco fino a 7 punti nel secondo dopoguerra. Negli ultimi decenni “la gran parte delle industrie Usa mostra una labor share in declino”. E questo non accade solo negli Usa. “Abbiamo osservato una labor share in declino anche in Europa e in Asia e nelle economie emergenti”. Si stima che a livello globale la labor share abbia perduto circa sei punti percentuali dal 1980.

I cinque fattori considerati nell’analisi che possono aver contribuito a questa erosione sono la tecnologia, i mercati dei prodotti, i mercati del lavoro, i mercati dei capitali e la globalizzazione. Si tratta ovviamente di una schematizzazione che ha puro valore ipotetico, visto che nella realtà è molto difficile tenere separate queste cose. Ma l’autore è convinto che a guidare questa erosione siano stati innanzitutto i fattori tecnologici: quindi informatica e automazione. Un’opinione molto diffusa, specie nell’epoca del sorgere dell’intelligenza artificiale.

Chi fosse interessato ad approfondire i dettagli potrà farlo scorrendo il paper, che ha il vantaggio di essere molto chiaro. Qui forse può essere più utile svolgere una riflessione diversa magari in forma di domanda. L’erosione della labor share sembra la perfetta rappresentazione economica dell’erosione della “religione del lavoro” che sta vivendo la nostra società. Il lavoro, come fattore evolutivo dell’individuo, è stato uno dei cardini del pensiero che ha animato la seconda rivoluzione borghese che abbiamo raccontato nella Storia della ricchezza, e che ha trovato piena espressione dei Trenta Gloriosi che hanno generato la terza rivoluzione borghese.

Che tipo di informazione ci comunica, al di là del suo significato economico, il declino della labor share in questa fase della nostra storia? Forse che il lavoro non è più una religione. Altre seduzioni hanno preso il suo posto, e basta osservare il fiorire dell’economia dell’intrattenimento per averne contezza. Ma poiché non è pensabile una società abitata solo da celebrità, rimane da capire cosa sostituirà il lavoro come religione laica nel corso della quarta rivoluzione borghese, iniziata ormai da almeno quattro decadi, nella quale la borghesia, nel senso letterale di abitanti delle città, sembra aver assunto una fisionomia molto diversa da quella delle origini. Questa risposta non arriverà dagli economisti, ma possiamo intravederla guardando l’economia. Non perché sia un osservatorio privilegiato. Ma perché passerà da qui.

All’estremo Occidente dell’economia: il Giappone

Da oltre un secolo ci inseguono gli epigoni di quel Tramonto dell’Occidente che un filosofo tedesco tanto citato ma chissà quanto letto, specie ai nostri giorni, coniò generando una felice formula editoriale che non smette di sedurre. All’apice della nostra ricchezza, piace pensarci declinanti, e non da oggi. Si tratta di una tendenza che osserveremo meglio in un libro di prossima pubblicazione e del quale vi darò notizie su queste colonne.

Qui invece vale la pena chiedersi se invece di tramontare l’Occidente non abbia intrapreso un percorso estremo che trova la sua composizione più compiuta assai lontano da dove tutto è cominciato. In un paese, che fin dal termine del secolo XIX si è mostrato capace di assimilare grazie ai suoi potentissimi enzimi sociali, sostanze fino a poco prima del tutto aliene alla sua costituzione fisica e spirituale, mostrando in ciò la sua più profonda vocazione. L’essere estremo.

Il Giappone, perciò, che è estremo Oriente oppure estremo Occidente a seconda di come si guardi il planisfero. Punto di congiunzione, comunque, fra due moti dello spirito che attraversano la storia degli ultimi due-tremila anni, durante i quali le vicende dell’umanità hanno seguito sempre un asse est-ovest sopra l’equatore. Due diversi principi, si potrebbe dire, per la stessa cosa.

Qui, che discorriamo di economia e dei suoi derivati, è interessante osservare come il Giappone, estremo di tutto, stia interpretando il suo e il nostro tempo, per magari scoprirlo antesignano di certe consuetudini – una per tutte il quantitative easing – che il resto del mondo ha scoperto solo dopo e delle quali abbiamo imparato a godere i vantaggi senza interrogarci più di tanto sul loro significato.

Invece c’è molto sui cui riflettere e un bel paper pubblicato dal NBER di recente (What about Japan?) ce lo ricorda molto bene. Leggendolo rimane la sensazione che il Giappone, come il dio greco Crono, abbia deciso di divorare i suoi figli per consentire la propria sopravvivenza, servendosi all’uopo di tutte le raffinatezze che offre l’ingegneria finanziaria che lega le sorti del governo a quelle della banca centrale, alleate nell’attuazione di in una sofistica repressione finanziaria in virtù della quale i più anziani e meglio dotati vivono a danno dei più giovani e meno dotati, sia di denaro che di capitale umano. L’estremo Occidente, o, se preferite, Oriente, sembra terminale, più che declinante. Ricorda certe civiltà mesopotamiche che abbiamo incontrato nella mia Storia della ricchezza, lungo le cui linee di faglia sono sbocciate, improvvise e violente, le nuove civiltà.

Staremo a vedere. Intanto limitiamoci a capire. Lo faremo nei post che seguiranno a questo, che inaugura una miniserie dedicata all’Estremo Occidente. Questo viaggio comincia in Giappone per le ragioni che ci siamo detti. Ma ci condurrà anche altrove. Restate sintonizzati.

(1/segue)

Cartolina. La Cina resta vicina

Per fortuna ogni tanto ci ricordano che le passioni si pagano, in un modo o nell’altro. O, per dirla in maniera diversa, che ogni inclinazione conduce necessariamente laddove prevede la misteriosa forza di gravità che regola le relazioni sociali. Sicché non dovremmo stupirci più di tanto che il trascorso innamoramento europeo per la Cina – ma dovremmo dire dell’intero Occidente – rimanga visibile nei collegamenti che ancora ci legano al gigante asiatico, come accade in un matrimonio che si sogna di interrompere, ma non si può. Che si voglia o non abbracciarla, la Cina resta vicina.

Cartolina. Caro affitto

Mentre sappiamo tutto del caro mattone, inteso come andamento dei costi per l’acquisto di un’abitazione, sappiamo assai meno, perché fa meno notizia, sull’andamento dei canoni d’affitto, che in teoria sono l’alternativa per chi non ha abbastanza risorse da impegnarsi in una compravendita. In teoria. Perché se guardiamo cosa è successo negli Usa, dove i canoni di locazione, non appena la pandemia ha iniziato a mordere meno, sono aumentati del 16 per cento in un anno, c’è da dubitare che l’affitto sia una soluzione facile a un problema difficile. Poi certo i canoni si sono raffreddati, ma nel frattempo avevano offerto un notevole contributo alla crescita dell’inflazione. In Europa, guardando alla Germania come punto di riferimento, la situazione non sembra meno preoccupante. I canoni sono cresciuti fra il 3 e il 4 per cento l’anno negli ultimi dieci anni, con picchi a sfiorare il 6 per cento nella seconda metà degli anni Dieci. Avere un tetto sulla testa, insomma, è sempre più un affare da benestanti. Si fa per dire.

La repressione finanziaria che tiene in piedi (per ora) il Giappone

“Fare come il Giappone” è stata ed è tuttora quasi una parola d’ordine per molta della nostra opinione pubblica che guarda con invidia la capacità di questo paese di accumulare debito pubblico, frutto di continui deficit di bilancio, senza apparenti problemi. Quindi di quella parte dell’opinione pubblica che si accontenta ingenuamente dell’apparenza, appunto, o magari della possibilità di rimandare la soluzione dei problemi finché non se ne occuperò qualcun altro.

Il caso giapponese, in effetti, è un ottimo esempio da osservare e studiare, in quanto epitome di quell’estremo Occidente che sembra si stia preparando per noi, e del quale il Giappone, e da tempi non sospetti, è un antesignano.

In questa opera di osservazione e studio ci viene in aiuto un paper del Nber di cui abbiamo parlato nella prima puntata di questa serie dedicata al Giappone e ai suoi aspiranti imitatori. Una lettura fortemente consigliata ai tanti ammiratori del miracolo giapponese, ai quali servo subito il piatto pronto delle conclusioni, sperando con ciò di incentivare il loro desiderio di approfondire.

Cominciamo dalla questione principale: come fa il Giappone a sostenere i suoi debiti pubblici, ormai ben oltre il 200 per cento del pil? Risposta: “Il governo giapponese ha architettato un massiccio disallineamento della durata (duration, ndr) del suo bilancio pubblico, ottenendo notevoli rendimenti in eccesso. Ciò aiuta a spiegare perché il governo giapponese può sostenere un ammontare elevato di debito, superiore al 200% del PIL in presenza di consistenti deficit fiscali”.

Per ottenere questo risultato il governo ha dovuto effettuare una pesante repressione finanziaria, possibile grazie all’acquiescenza del sistema bancario, a cominciare dalla banca centrale. “Il governo deve emettere titoli a prezzi più elevati di quelli di mercato. L’entità della repressione finanziaria sfiora il 2%”. Quindi senza la repressione finanziaria, “i rendimenti delle passività pubbliche sarebbero più alti del 2%”. Grazie a questo disallineamento di duration, “la capacità fiscale del governo è notevolmente rafforzata da tassi reali più bassi”.

E fin qui uno potrebbe pure dire: bravi, avete trovato il modo per stare a galla in un mare tempestoso. Ma purtroppo la fisica non è un’opinione, e tantomeno la fisica dell’economia. Se alcuni stanno a galla di solito significa che altri nuotano più del dovuto. E qui spunta la terza domanda: cosa succede alle famiglie?

Ed ecco la risposta: “Le famiglie più sofisticate dal punto di vista finanziario, che detengono una quantità significativa di attivi con una lunga duration, beneficiano dei bassi tassi, mentre quelle meno sofisticate dal punto di vista finanziario subiscono una grande perdita di benessere. Dato che le famiglie sofisticate tendono ad essere quelle più anziane e con un reddito maggiore, mentre quelle meno sofisticate sono di solito quelle più giovani e con un reddito più basso, la nostra analisi del welfare indica che una politica di tassi di interesse bassi induce un effetto di distribuzione regressiva tra ricchi e poveri, nonché un effetto intergenerazionale passaggio dal giovane all’anziano”.

In sostanza i vecchi giapponesi si stanno mangiando i (pochi) giovani giapponesi. Corollario: “Le politiche di tassi bassi potrebbero espandere la fiscalità del governo, ma comportare un grande costo in termini di welfare”.

E qui arriva la terza e ultima domanda: Come finirà questa storia? “Nel lungo termine, l’approccio giapponese basato sui tassi bassi non è sostenibile. Il governo giapponese ha fatto promesse ai pensionati e agli obbligazionisti che sono finanziate da entrate fiscali e investimenti rischiosi. Questo disallineamento del rischio non è evidente, perché il portafoglio obbligazionario e le promesse fatte ai pensionati non sono stati pienamente valutati dal mercato”. Per ora, appunto.

Nelle prossime puntate entreremo nel dettaglio del meccanismo. Per adesso datevi la possibilità di rispondere a chi vi propone di “fare come il Giappone”, di rispondere “ma anche no”.