Le sanzioni Usa contro il petrolio del Venezuela sono un rischio anche per gli Usa


In un mondo sempre più preda del sanzionismo, ossia del conflitto economico in luogo di quello militare, la notizia che gli Usa stiano considerando di applicare misure contro il Venezuela focalizzate sull’export petrolifero non stupisce più di tanto. Strozzare l’economia di un paese per provocarne un mutamento politico è un espediente vecchio come il mondo. Semmai vale la pena osservare aldilà della cronaca e chiedersi se tale strategia non finisca col danneggiare anche chi la promuove.

Già in passato, sia con il caso delle sanzioni all’Iran, sia con la guerra commerciale alla Cina, l’amministrazione Usa ha mostrato di non curarsi troppo delle conseguenze delle sue scelte per il settore petrolifero domestico, che ha la caratteristica di essere diventato un player dell’offerta globale di greggio grazie alle sue produzioni shale e insieme di essere un notevole partecipante nel mercato dei prodotti raffinati. Le 135 raffinerie Usa processano complessivamente oltre 18,5 milioni di barili – un numero cresciuto nell’ultimo decennio rispetto alla media di quelli precedenti.

Ciò significa che gli Usa devono disporre di greggio da raffinare, che sia coerente anche con le caratteristiche dei propri impianti di raffinazione. Il petrolio Venezuelano, che è un heavy sour, quindi un petrolio con molto zolfo, è uno di questi. E difatti il Venezuela ha esportato parecchio negli Usa e ancora oggi, malgrado il percorso di riduzione iniziato ormai da tempo, sostanzialmente in concomitanza col crollo della produzione venezuelana, ne importa parecchio.

Questo greggio importato viene raffinato e in buona parte esportato nello stesso Venezuela, dove il settore delle raffineria è alquanto malridotto.

Questo traffico rischia di essere chiaramente danneggiato dall’applicazione delle sanzioni. Da una parte le raffinerie che operano negli Usa dovranno trovare altri fornitori (ad esempio Messico, Iraq, Arabia Saudita) di greggio heavy, e chissà a quale prezzo. Dall’altro, il Venezuela potrebbe applicare delle misure di ritorsione che mettono a rischio l’export Usa in quel paese.

Oltre a queste variabili diciamo puramente economiche, ci sono anche quelle politiche. Il greggio venezuelano in potenziale libera uscita crea due ordini di problemi. Da una parte rende difficile per il paese pagare gli interessi sui molti debiti che ha contratto con molti pezzi grossi dei mercati energetici, a cominciare da Russia e Cina. Per fare un esempio, gli analisti ci ricordano che alcune delle raffinerie della Citgo, residenti negli Usa, sono state usate come collaterale dei prestiti che il Venezuela, che è il proprietario di queste raffinerie, ha acceso con la Russia e in particolare con la Rosfnet. Quest’ultima potrebbe essere tentata di far valere i suoi diritti, divenendo quindi proprietaria di impianti di raffinazione strategici sul territorio Usa. Una circostanza che chissà quanto piacerà al  Committee of Foreign Investments in the United States (CFIUS), l’istituzione Usa che valuta le acquisizioni estere – con ampi poteri di interdizione – sul territorio Usa.

E poi c’è l’incognita cinese e in generale asiatica. Bloomberg ci ricorda che sia Cina che India sono acquirenti importanti del petrolio venezuelano.

Si tratta di economie assetate di greggio già alle prese con le difficoltà generate sul mercato a causa delle sanzioni all’Iran, anche’esso grande esportatore in Asia (e in Italia). Il combinato disposto di queste sanzioni rischia di rinforzare notevolmente quel triangolo dell’oro nero lungo le cui rotte ormai si sta configurando il mercato petrolifero, anche a causa dell’unilateralismo Usa.

Alla luce di queste considerazioni, le prese di posizione politiche a favore del regime Maduro dei paesi che competono con gli Usa sono più comprensibili. Quelle Usa a favore delle sanzioni un po’ meno.

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