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La globalizzazione emergente. La pace nel Golfo isola la Turchia


L’annuncio che l’Arabia Saudita avrebbe riaperto il confine col Qatar, diffuso alla vigilia del vertice del Gulf Cooperation Council del 5 gennaio che ha deciso la distensione fra i paesi del Golfo, a vantaggio apparente del Qatar ha reso chiaro agli osservatori che i paesi arabi della regione hanno deciso di superare la disputa che ormai da anni oppone gli stati che ruotano attorno alla penisola araba.

Una decisione di real politik, probabilmente favorita dal crescere delle difficoltà finanziaria di questi paesi, in parte provocate dalla pandemia, in parte dall’andamento erratico del prezzo delle risorse energetiche, fotografato proprio di recente dalla Fed di New York.

Ma una decisione favorita anche dagli ultimi accordi promossi dall’amministrazione Usa, che hanno avvicinato gli Emirati Arabi ad Israele, e successivamente anche il Bahrain, e che hanno dato il via anche alla normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele anche di Marocco e Sudan. Fatti che hanno alimentato anche congetture più o meno fantasiose circa l’intenzione di Israele di mettere un freno all’influenza turca nella regione.

Vero o falso che sia, la distensione fra i paesi del Golfo rischia di non essere una buona notizia per Ankara, che dopo il sostanziale successo in Libia e nella disputa attorno al Caspio, rischia oggi di veder evaporare la sua influenza nell’area (e non solo) qualora venisse meno il suo principale finanziatore, ossia il Qatar (non a caso fra le richieste al Qatar c’era anche quella di chiudere una base turca), col quale ha costruito una solida alleanza ordita grazie anche ai buoni uffici dei Fratelli Musulmani, che i Sauditi salafiti vedono come il proverbiale fumo negli occhi.

D’altronde il Qatar, come d’altronde l’Arabia Saudita, non può permettersi ancora di largheggiare. A metà dicembre Fitch ha chiaramente auspicato una normalizzazione dei rapporti fra il Qatar e i suoi vicini, ricordando tuttavia come “l’alto debito pubblico rimarrà un peso per il rating sovrano del paese”. Si stima che il debito sul pil arriverà al 76% nel 2020 dal 60% del 2017, pure se si ipotizza che il paese lo riporterà al 64% quest’anno attingendo alle sue cospicue riserve per ripagare le obbligazioni in scadenza. A tal proposito, per quanto definiti “opachi”, quanto alla reale consistenza, le stime di Fitch quotano intorno al 137% del pil (240 miliardi di dollari) il valore degli asset esteri netti del paese in pancia alla  Qatar Investment Authority (QIA).

Ma questi numeri non tengono conto delle “contingent liabilities”, ossia le garanzie che il Qatar ha offerto a diversi soggetti economici, a cominciare dalle banche locali, che hanno asset pari al 200% del Pil. Queste banche sono molto esposte all’interno, in particolare verso il settore immobiliare, e hanno cumulato esposizioni estere che adesso ammontano al 70% del pil (dato 2019). A ciò si aggiunga che Fitch stima nel 38% del pil il debito delle entità non bancarie, ma riconducibili al governo.

Al tempo stesso l’agenzia osserva che una graduale pacificazione dell’area potrebbe servire a sviluppare l’economia “non oil” sulla quale il Qatar, ma anche l’Arabia Saudita, si gioca il futuro prossimo. Come esempio basta ricordare che la chiusura degli spazi aerei sauditi ha costretto la Qatar airways a lunghi giri per articolare le sue rotte. Nel frattempo però i corposi impegni di bilancio hanno portato il governo in deficit fiscale.

D’altronde, proprio i rischi geopolitici esplosi nel 2017 con l’isolamento del Qatar da parte dei suoi vicini avevano indotto l’agenzia di rating a declassare il rating del piccolo paese. I torbidi sul mercato dell’energia hanno fatto il resto. Il governo ha dovuto posporre i propri piani di investimento, fra i quali quelli per lo sviluppo dell’industria del gas naturale liquefatto, che è la principale del paese. E questo, in mancanza di una chiara ripresa della domanda di energia o di un consolidamento fiscale, rischia di peggiorare la contabilità qatariota.

Ecco perché il riavvicinamento fra i paesi del Golfo e la fine della guerra fredda interna viene salutata con favore. Ed ecco perché continuare a sponsorizzare un partner “pesante” come la Turchia, che fa politica estera senza badare a spese, rischia di risultare un fardello troppo gravoso per il piccolo e ricco stato del Qatar.

Non tutto si può spiegare o determinare in funzione dell’economia, ovviamente. Però è buona regola tenerne conto. E i paesi del Golfo sembra l’abbiano capito.