Etichettato: bis FX execution algorithms and market functioning

Alle origini del trading algoritmico nel mercato valutario


All’inizio, quando ancora il significato della parola algoritmo non presumeva chissà quali esoterismi, gli Execution algorithms che operavano nel mercato valutario (FX) erano poco più che programmini che si limitavano a spezzettare un ordine in un numero x di ordini più piccoli – i cosiddetti “child orders” – che venivano eseguiti a intervalli di tempo che variavano in ragione delle esigenze dei negoziatori, invece che tutti contemporaneamente. Questo ovviamente nell’ipotesi che la strategia di trading non prevedesse, come accade a volte, di impostare contemporaneamente ordini di vendita e di acquisto nel book di negoziazione.

Quel mondo è finito ormai da tempo. La rivoluzione hi tech ha provocato una notevole diffusione di queste tecnologie, che nel frattempo si sono evolute nell’ingegneria e nella capacità di calcolo, pure se, come nota la Bis nel suo rapporto dedicato al tema, “non sono ancora dominanti nel mercato valutario”. Tale progresso è stato guidato dalla progressiva “elettrificazione” degli scambi, iniziata nei mercat dell’equity e da lì transitata verso il mercato FX.

Fra il 2010 e il 2019 gli ordini eseguiti con sistemi elettronici sono passati dal 50 al 70% del totale. Da qui all’uso di algoritmi, grazie anche ai progressi effettuati sul versante della regolazione, il passo è stato brevissimo.

In questi dieci anni, ossia da quando i “child orders” hanno iniziato a girare sui mercati, gli algoritmi sono arrivati a pesare fra il 10-20% delle contrattazioni spot globali, circa 400 miliardi di controvalore al giorno. Ma ciò che conta è che i programmi si sono evoluti. Sono diventati adattativi e hanno imparato a rispondere in tempo reale alle oscillazioni dei mercati, divenendone perciò essi stessi protagonisti. Ed è in questa evoluzione che si annida il rischio.

Il rapporto ne elenca alcuni, ma quello più interessante da sottolineare  è quello inerente alla natura stessa di questi meccanismi: il cosiddetto “self-reinforcing feedback”. La natura pro-ciclica, potremmo dire col linguaggio degli economisti. Oppure, più semplicemente, che tendono a replicare – aggravandola – una tendenza del mercato. Anche in ragione del fatto che chi usa queste strategia di solito è un grosso calibro, del mercato. Non è certo un caso che queste tecnologie si siano diffuse nell’ultimo decennio, connotato da una notevole volatilità nei mercati FX: “il forte aumento dell’utilizzo di algoritmi FX a marzo 2020, quando la volatilità del mercato ha raggiunto massimi pluriennali a causa del Covid-19, suggerisce che gli EA rimangono uno strumento utile per gli utenti anche durante i periodi di aumento della volatilità”, dice la Bis. Ma potremmo anche sospettare che siano questi strumenti a favorire la volatilità.

A tal proposito vale la pena spendere due righe sulle banche centrali, alcune delle quali – cinque sulle quindici monitorate dalla Bis – è risultato facciano uso di questi algoritmi. Ciò per i motivi più svariati che trovate elencati nel grafico sotto.

Una di queste banche centrali – non sappiamo purtroppo quale – ha dichiarato che gli gli algoritmi per quasi il 90% del volume complessivo delle sue operazioni. Due, più moderate, si fermano intorno al 30%, mentre le ultime due si limitano al 10%. Non sappiamo quali siano queste banche, ma solo che operano nei mercati avanzati. Meglio ricordarlo.

(2/fine)

Puntata precedente: La rivoluzione algoritmica investe il mercato valutario

 

La rivoluzione algoritmica investe il mercato valutario


Un bel rapporto pubblicato dalla Bis pochi giorni fa ci consente di sbirciare dentro a una delle rivoluzione più silenziose e meno osservate mai consumate nel sistema finanziario: quella dell’introduzione massiccia delle strategie algoritmiche nei mercati valutari.

Da tempo è noto che i grandi operatori usano strumenti automatici per elaborare le loro strategie di trading. Ma sono molto rari i momenti in cui si guarda in profondità, magari scrutando alcuni momenti specifici di solito collegati a improvvise crisi di mercato che si connotano per rapidità e profondità. Le cronache ne raccontano tante e non serve ricordarle qui.

Più interessante sfogliare il rapporto che analizza l’impatto dei sistemi automatici in un settore molto importante dei mercati finanziari – quello valutario appunto – consentendoci anche di osservare l’uso che ne fanno le banche centrali, che partecipano a questo mercato per le loro esigenze di politica monetaria. Il mercato valutario, infatti, non è un mercato come tutti gli altri. Ciò che vi accade ha conseguenze squisitamente politiche, oltre che finanziarie.

Vale la pena anticipare alcune delle conclusioni raggiunte prima di approfondire. Serve a dimensionare innanzitutto il fenomeno. Il rapporto rileva innanzitutto che l’uso di EA (execution algorithms, EAs) è “diffuso ma non dominante” nel mercato valutario (FX). Gli EA FX sono entrati in uso più di 10 anni fa e oggi rappresentano, secondo le stime più accreditate, tra il 10 e il 20% delle negoziazioni a pronti su valute globali, ovvero “circa 200-400 miliardi di dollari di fatturato giornaliero”.

Durante questo periodo, gli EA FX si sono evoluti seguendo il passo della tecnologia. Da strutture molto semplici – ad esempio programmi che suddividono un grande ordine in ordini più piccoli di dimensioni uguali posto a intervalli regolari – a strategie più sofisticate e adattive che rispondono in tempo reale ai cambiamenti delle condizioni di mercato.

Oggi gli EA consentono agli utenti di gestore il book degli ordini in maniera assai più efficiente a seconda delle condizioni di liquidità. Inoltre, la natura automatizzata degli EA contribuisce anche ad aumentare l’efficienza dell’operatività.

Ciò vuol dire che se da un lato gli EA aiutano a migliorare il funzionamento del mercato, cambiandone le modalità di accesso e l’esecuzione degli ordini, dall’altro introducono anche nuovi rischi. E a questo punto che il discorso si fa interessante.

(1/segue)