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Le banche prestano sempre più soldi alla Cina

Ciò che salta all’occhio, nell’ultimo rapporto della Bis sulle statistiche bancarie internazionali, è che la fame di rendimento, non accennando a diminuire, ma anzi rafforzandosi man mano che calano i profitti del capitale, ha fatto ripartire alla grande i flussi interbancari anche verso i prenditori estremi. Ossia quei paesi emergenti, Cina in testa, che pure nel prevedibile turmoil che si sta preparando, risultano essere i più fragili e i meno attrezzati, e per la stessa ragione gli stessi che oggi offrono i rendimenti più interessanti per gli inesausti mercanti dei capitali.

Tolto il caso, questo più che estremo, di Russia eUcraina, che vedono calare l’esposizione bancaria nei loro confronti, i passaggi di denaro fra le banche dell’Occidente e quelle d’Oriente sono tornati positivi, dopo una contrazione durata diversi trimestri e che solo di recente ha invertito il suo flusso.

In particolare, il tasso annuale dei prestiti transfrontalieri è aumentato, a giugno 2014, dell’1% rispetto a giugno 2013, ed è la prima volta dal 2011 che succede. Il che è già una notizia. In soldoni (è il caso di dirlo) l’esposizione è aumentata di 391 miliardi, portandosi così il totale dei prestiti transfrontalieri a 29,9 trilioni di dollari. “La ripresa dei prestiti – nota la Bis – ha coinciso col continuo rafforzarsi dell’appetito per il rischio”.

Che sia buona o meno, poi, questa notizia è una questione di punti di vista. Perché a tale dato se ne accompagna un altro: tale attività è particolarmente pronunciata nei canali off shore. I dati Bis fotografano un crescente affluire di denaro a fondi di investimento nei paradisi fiscali, Cayman in testa, che sono cresciuti del 10% rispetto a inizio anno, e sono arrivati a totalizzare 1,8 trilioni di dollari.

La qualcosa è di per sé un segnale di come la fame di rendimenti, in un contesto in cui è sempre più difficile spuntarne di positivi a causa delle politiche monetarie a tasso zero, spinge i facoltosi a utilizzare mezzi sempre meno convenzionali per guadagnare, anche eludendo il fisco magari.

E poi c’è la questione emergenti. I flussi verso queste economia si sono ristabilizzati dopo l’episodio del taper tantrum di maggio 2013. In particolare, nel secondo quarto 2014 il grosso degli afflussi si sono concentrati sull’Asia e segnatamente in Cina, dopo sono arrivati oltre 65 miliardi di prestiti esteri nell’ultimo trimestre, sul totale di 97 arrivati agli emergenti, portandosi la crescita percentuale dell’esposizione verso questo paese di nuovo al livello del 2009.

Questi afflussi portano l’esposizione bancaria verso l’estero della Cina a 1,1 trilioni di dollari, pressoché il triplo dei 312 miliardi di debito del Brasile, che pure è il secondo della classifica, seguito dal 200 miliardi di India e Corea. Se guardiamo le statistiche su basi consolidate, quindi escludendo le transazioni intraufficio – l’esposizione della Cina rimane comunque elevatissima, a quota 813 miliardi, a fronte dei 456 del Brasile e dei 381 del Messico. “Questo rappresenta una notevole evoluzione degli anni recenti – commenta la Bis – visto che fino al 2009 la Cina non risultava nemmeno nella top five dei paesi verso i quali le banche dichiaravano esposizioni estere”.

Tale attitudine riguarda un’altra categoria di paesi che formalmente non si possono considerare emergenti, ma che in fondo ormai lo sono diventati. Ossia i paesi dell’Europa meridionale. Basti considerare che sia la Grecia, ma anche l’Italia (+35 miliardi), hanno visto crescere gli afflusi nel secondo trimestre 2014, ed è in netta ripresa anche l’Irlanda (+11 miliardi). Questi paesi hanno assorbito parte dei 223 miliardi di dollari affluiti nell’eurozona nel secondo trimestre, la più grande espansione registrata dal 2008.

Vale la pena notare anche un’altra circostanza. La quota più sostanziale di tali prestiti nel trimestre, pari a 205 miliardi sul totale di 391, è andata a prenditori non bancari, che hanno visto crescere la quota di prestiti del 3% anno su anno. Col che tale categoria di debitori ha raggiunto quota 12,3 trilioni di dollari di denaro di restituire.

Al contrario di quanto accade per gli emergenti, più o meno riconosciuti come tali, i flussi non sono aumentati per gli emergenti ufficiali che però stanno in Europa, che hanno visto decrescere l’esposizione di tre miliardi fra marzo e giugno e del 5% anno su anno. Oltre a Russia (-11 miliardi) e Ucraina (-2 mld), infatti, l’esposizione è diminuita anche nei confronti dell’Ungheria (-3 mld, pari a -13%), mentre la Turchia ha spuntato la stessa cifra di un anno fa, quindi è in stasi.

Insomma, il mondo bancario presta sempre più soldi alla Cina. Forse perché i rischi cinesi non entrano negli stress test.

Diplomazia dei prestiti esteri: L’impero di Nylonkong

Che si vada verso un Medievo di fatto, se non di diritto, è stata una felice intuizione del filosofo russo Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, che ne discusse in un testo (“Nuovo Medioevo”) pubblicato nel lontano 1923 a Berlino, dove preconizzava la fine della modernità e l’inizio di un tempo dove “tutti gli aspetti della vita andranno a collocarsi sotto il segno della lotta religiosa, esprimeranno principi religiosi estremi”.

Uno di questi “principi religiosi estremi” è senza dubbio il denaro, che ha creato una diplomazia assai potente e parallela a quella che i giuristi chiamano global polity, ossia la congerie di organizzazioni, statali, sovrastatali e interstatali che regolano le sorti della globalizzazione, idea neo-medievale anch’essa, a ben vedere.

La diplomazia del denaro, che viene declinata con gli investimenti esteri, a cominciare da quelli di portafoglio, ci racconta in conclusione di un nuovo Impero assolutamente coerente con lo scenario del “Nuovo Medioevo”, che ovviamente ha anche una sua capitale: Nylonkong.

La scoperta di Nylonkong si deve ai redattori di Time, e risale al 2008. Coniarono questa fortunata crasi delle capitali dei tre continenti economici che costituiscono l’Impero: New York per gli Usa, Londra, per l’Eurasia occidentale, Hong Kong per l’Oriente, la migliore declinazione possibile della vecchia capitale d’Oriente, Costantinopoli. La lingua ufficiale dell’Impero, quindi, è l’inglese, anche se a Hong Kong (che comunque è un ex territorio britannico entrato nell’Impero inglese ai tempi della guerra dell’oppio) si parla il Mandarino. Il lavoro principale dell’Impero è muovere quantità incredibili di denaro che, come un ponte fatto d’oro, sovrasta e incanta l’Asia e il resto d’Europa, lasciandone tracce assai visibili nei paradisi fiscali più conosciuti.

Le Cayman, ad esempio, anche questo territorio inglese, tanto per cambiare, dove gli Usa, a metà 2013, avevano portato 870 miliardi di dollari di investimenti esteri di portafoglio, oltre dieci volte tanto rispetto ai 71 miliardi del 2001.

Non inganni la circostanza che Nylonkong sia tripartita. La connessione di interessi che lega le tre capitali è talmente fitta che non esagerato parlare di unità nella trinità. La città stato di Hong Kong, che evoca lontani tempi andati, declina il suo spirito in skyline simili allo stato-città di New York, con la vecchia Londra in mezzo, quasi fosse una stazione di servizio dove far ristorare gli inesausti spalloni internazionali. Sosta dalla quale trae notori benefici.

Anche qui, basta far parlare la statistica.

Se si somma il totale degli investimenti di portafoglio delle tre nazioni si superano i 12 trilioni di dollari, che come una morbida ragnatela, avvolgono l’Impero. Le tre città s’imprestano vicendevolmente, si prestano soccorso e condividono affari, costringendo il resto del mondo a mercanteggiare denaro secondo le loro regole. Non a caso le tre città hanno assunto lo status di principali centri finanziari del mondo, traendone ognuna l’evidente beneficio di un Pil pro capite elevatissimo, malgrado le numerose milioni di abitanti che esse ospitano.

Ma ancor più del dato aggregato, è l’esame dei flussi che ci racconta come il denaro spieghi la sua incredibile potenza nei vasti dominion imperiali.

Hong Kong, ad esempio, dedica oltre un terzo dei suoi investimenti di portafoglio, quasi mille miliardi di dollari (966, per la precisione) alla madrepatria cinese. Parliamo di oltre 300 miliardi, che è più di trenta volte di quanto fossero nel 2001. Da notare come tali investimenti siano raddoppiati dal 2009. Ma salta all’occhio come il paradiso fiscale dei cinesi, che il Fmi individua come una delle principali basi d’appoggio dello shadow banking cinese, non disdegni di localizzare 207 miliardi alle solite Cayman, dove evidentemente gli interessi cinesi e quelli americani s’incrociano amorevolmente sotto l’egida benedicente del capitale.

Ma ancora più degni di nota gli investimenti di Hong Kong in Australia, che dopo la madrepatria, le Cayman e il Lussemburgo (il nostro paradiso fiscale) si classifica in quarta posizione fra i luoghi di interesse degli investimenti della città-stato con una trentina di miliardi di dollari, persino più della Corea del Sud (17 miliardi).

Sarà merito della solidarietà anglofona, come lascia supporre anche il corposo flusso di investimento che l’Australia attrae dal Regno Unito  (94 miliardi) e, ovviamente, dagli Stati Uniti (336 miliardi).

Ciò spinge la longa manus dell’Impero fino all’estremo del Pacifico e ne sintetizza bene  la pervasività. L’Australia, dal canto suo, ricambia affettuosamente, visto che la gran parte dei suoi investimenti di portafoglio (536 miliardi) si distribuiscono fra Stati Uniti (per lo più sul mercato azionario) e Gran Bretagna.

La posizione geografica delle tre capitale, inoltre, è squisitamente strategica. La città stato asiatica è il ponte ideale con il Giappone, antesignano della deriva asiatica del capitalismo americano. Il Giappone, infatti, è uno dei più grandi compratori di asset americani fin dagli anni ’80. Ma non solo. Oggi, dei suoi 3.224 miliardi di investimenti di portafoglio all’estero (giugno 2013) l’America ne assorbe 1.042, la Gran Bretagna 183,278 e l’Australia un’altra ventina. Un po’ più della Francia e della Germania. Noi italiani appena 3,3 miliardi, al livello dell’India e dell’Indonesia.

Le solite Cayman un altro centinaio, concentrati nel mercato azionario.

E’ in questo sposarsi per interesse, intrecciando legami finanziari nei quali le banche anglossasoni sono insieme officianti e controparti, che l’Impero trova la sua ragion d’essere, di fronte alla quale i goffi tentativi europei, culminati nell’eurozona, sono un pallida emulazione. L’Asia e l’America sono l’enorme tenaglia rispetto alla quale l’eurozona è poco più di una nocciolina. Una provincia dell’Impero. Un luogo di villeggiatura.

Tralasciamo per un attimo i flussi finanziari, in fondo sono solo soldi. Assai più importante per capire quanto siano intime le tre città osservare la ragnatela di collegamenti sotterranei che le compagnie di telecomunicazioni hanno steso sotto gli oceani e che tessono le connessioni di Nylonkong.

La sola Hong Kong è il punto di snodo di dieci cavi sottomarini (FLAG Europe-Asia (FEA), SeaMeWe-3, FLAG North Asia Loop/REACH North Asia Loop, APCN-2, Asia-America Gateway (AAG) Cable System, Tata TGN-Intra Asia (TGN-IA), Asia Pacific Gateway (APG), Asia Submarine-cable Express (ASE)/Cahaya Malaysia, EAC-C2C, Southeast Asia Japan Cable) che la collegano a maglia stratta con l’Asia che conta e a maglia larga, ma molto performante, con i centri angloamericani.

Nell’età di internet questi collegamenti valgono più dell’oro. Sono le strade ferrate della modernità.

E sarebbe bene chiedersi chi li gestisce e a chi appartengono.

Ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

(4/fine)

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