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Gli studenti fanno decollare il debito privato americano


Ormai mancano solo un pugno di miliardi di dollari e poi il debito privato delle famiglie americane sarà tornato ai gloriosi livelli del 2008, quando vale a dire è cominciato il furioso de-leveraging dell’economia.

All’epoca, era il terzo trimestre del 2008 il totale del debito raggiunto dalle famiglie era arrivato a 12,68 trilioni di dollari. A fine 2014 il report redatto dalla Fed (quaterly report on household debt and credit) lo collocava a 11,83 trilioni, in aumento, come ormai accade da diversi trimestri, rispetto a quello precedente dell’1% (+117 miliardi in tre mesi), ma comunque al di sotto del 6,7% dal picco.

Come se ciò fosse rassicurante. Di questo passo il picco le famiglie americane lo supereranno molto presto.

Ma in questo eterno ritorno dell’economia Usa, dove i debiti delle famiglie, come le mucche, ingrassano o dimagriscono secondo l’andamento della carestia, c’è una simpatica differenza rispetto al passato: il tasso di delinquency, ossia di inadempienza in una qualche forma, è in aumento in tutti i settori dei prestiti, ma in particolare in quello dei prestiti studenteschi, dove la delinquency è schizzata alle stelle.

Per darvi un’idea di quanto pesi questa sotto-montagna dei debiti nell’economia americana, basti rilevare che al 31 dicembre 2014 i prestiti agli studenti erano arrivati a 1,16 trilioni, circa il 10% del totale quindi, in crescita di 77 miliardi rispetto a un anno prima.

Il dato si fa interessante se si osserva che che il tasso di delinquency degli studenti è drasticamente peggiorato negli ultimi trimestri. Circa l’11,3% dell’aggregato (1,16 trilioni in totale) è in ritardo di 90 o più giorni o è andato in default. Tale quota è aumentata dell’11,1% rispetto al terzo trimestre ed è ben al di sopra del delinquency rate degli altri settori, ad esempio l’automobilistico, dove si colloca intorno al 3%, più o meno come accade per i mutui, dove, seppure in lieve diminuzione, il delinquency rate si colloca al 3,1% nel quarto trimestre.

In più la Fed sottolinea che è probabile che il delnquency studentesco sia parecchio sottostimato, visto che la metà dell’ammontare è ancora non incluso nel ciclo di pagamento. Ciò implica che il tasso di inadempienza potrebbe essere il doppio.

Viene da pensare che gli studenti stiano in qualche modo compensando con i loro debiti non pagati quelli dei capifamiglia. E mi chiedo come faranno questi ragazzi a iniziare la loro vita autonoma con una fardello così pesante sulle spalle, che renderà loro molto difficile lasciare la casa dei genitori.

Detto ciò, credo sia utile sapere che il tasso di inadempienza globale è passato dal 6 al 6,3% dal terzo al quarto trimestre. Ciò vuol dire che circa 710 miliardi di dollari sono a rischio, dei quali 507 in serio rischio di inadempienza.

Come è facile immaginare, la parte del leone in questo indebitamento la fanno i mutui, circa il 69% del totale dei debiti, che rappresentano un valore pari a 8,17 trilioni, in crescita di 39 miliardi fra il terzo e il quarto trimestre. Ma sono altresì aumentate tutte le altre voci di prestiti: dalle auto alle carte di credito.

E in effetti la novità più interessante, oltre al fatto che gli studenti si indebitano più dei padri, sta nell’andamento divergente fra il debito collegato alle abitazioni e quello non collegato.

Un grafico che riepiloga la montagna del debito delle famiglie da primo quarto del 2004 all’ultimo del 2014 ci mostra come, oltre ad essere cresciuta in valore assoluto (da 8 trilioni agli oltre 11 di fine 2014) è cresciuta anche la quota di debito non collegato alle case, intorno ai due trilioni nel 2004 e più vicino ai tre a fine 2014.

Un altro grafico, che misura la montagna suddividendola nei vari settori dei prestiti, mostra con chiarezza l’incredibile crescita degli prestiti agli studenti, pochi punti percentuali nel 2003 e ormai stabilmente intorno al 10% nel 2014, in assoluto la crescita più significativa del decennio. Così come anche il tasso di delinquency degli studenti, pressoché raddoppiato dal 2003 (dal 6% a quasi il 12%) in poi e in costante crescita, a differenza degli altri. Interessante notare come, dal 2012, ha addirittura superato quello delle carte di credito.

Sfogliando ancora il report della Fed, noto un’altra caratteristica curiosa. Il picco di consumatori in bancarotta (nell’ultimo quarto del 2014 sono risultate in calo del 19%) si è avuto nell’ultimo quarto del 2005, quando si sfiorò il milione di persone. Strano a vedersi, perché quel trimestre segnò un’impennata rispetto ai precedenti e poi ci fu una drastica diminuzione. Già nel primo trimestre 2006 i consumatori in bancarotta erano crollati intorno ai 200 mila e non supereranno i 500 mila nemmeno nei giorni terribili fra il 2008 e il 2009, quando al contrario aumentarono i casi di foreclosure, quindi di problemi legati agli immobili.

Mi chiedo come mai le bancarotte private siano state così numerose nei primi anni Duemila, quando l’economia andava bene, e siano state così poche nella seconda metà dei Duemila, quando è andata così male.

E soprattutto mi chiedo cosa succederà quando la Fed alzerà i tassi a questa montagna di debiti.

Se fossi uno studente americano sarei molto preoccupato.

 

 

 

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Le banche prestano sempre più soldi alla Cina


Ciò che salta all’occhio, nell’ultimo rapporto della Bis sulle statistiche bancarie internazionali, è che la fame di rendimento, non accennando a diminuire, ma anzi rafforzandosi man mano che calano i profitti del capitale, ha fatto ripartire alla grande i flussi interbancari anche verso i prenditori estremi. Ossia quei paesi emergenti, Cina in testa, che pure nel prevedibile turmoil che si sta preparando, risultano essere i più fragili e i meno attrezzati, e per la stessa ragione gli stessi che oggi offrono i rendimenti più interessanti per gli inesausti mercanti dei capitali.

Tolto il caso, questo più che estremo, di Russia eUcraina, che vedono calare l’esposizione bancaria nei loro confronti, i passaggi di denaro fra le banche dell’Occidente e quelle d’Oriente sono tornati positivi, dopo una contrazione durata diversi trimestri e che solo di recente ha invertito il suo flusso.

In particolare, il tasso annuale dei prestiti transfrontalieri è aumentato, a giugno 2014, dell’1% rispetto a giugno 2013, ed è la prima volta dal 2011 che succede. Il che è già una notizia. In soldoni (è il caso di dirlo) l’esposizione è aumentata di 391 miliardi, portandosi così il totale dei prestiti transfrontalieri a 29,9 trilioni di dollari. “La ripresa dei prestiti – nota la Bis – ha coinciso col continuo rafforzarsi dell’appetito per il rischio”.

Che sia buona o meno, poi, questa notizia è una questione di punti di vista. Perché a tale dato se ne accompagna un altro: tale attività è particolarmente pronunciata nei canali off shore. I dati Bis fotografano un crescente affluire di denaro a fondi di investimento nei paradisi fiscali, Cayman in testa, che sono cresciuti del 10% rispetto a inizio anno, e sono arrivati a totalizzare 1,8 trilioni di dollari.

La qualcosa è di per sé un segnale di come la fame di rendimenti, in un contesto in cui è sempre più difficile spuntarne di positivi a causa delle politiche monetarie a tasso zero, spinge i facoltosi a utilizzare mezzi sempre meno convenzionali per guadagnare, anche eludendo il fisco magari.

E poi c’è la questione emergenti. I flussi verso queste economia si sono ristabilizzati dopo l’episodio del taper tantrum di maggio 2013. In particolare, nel secondo quarto 2014 il grosso degli afflussi si sono concentrati sull’Asia e segnatamente in Cina, dopo sono arrivati oltre 65 miliardi di prestiti esteri nell’ultimo trimestre, sul totale di 97 arrivati agli emergenti, portandosi la crescita percentuale dell’esposizione verso questo paese di nuovo al livello del 2009.

Questi afflussi portano l’esposizione bancaria verso l’estero della Cina a 1,1 trilioni di dollari, pressoché il triplo dei 312 miliardi di debito del Brasile, che pure è il secondo della classifica, seguito dal 200 miliardi di India e Corea. Se guardiamo le statistiche su basi consolidate, quindi escludendo le transazioni intraufficio – l’esposizione della Cina rimane comunque elevatissima, a quota 813 miliardi, a fronte dei 456 del Brasile e dei 381 del Messico. “Questo rappresenta una notevole evoluzione degli anni recenti – commenta la Bis – visto che fino al 2009 la Cina non risultava nemmeno nella top five dei paesi verso i quali le banche dichiaravano esposizioni estere”.

Tale attitudine riguarda un’altra categoria di paesi che formalmente non si possono considerare emergenti, ma che in fondo ormai lo sono diventati. Ossia i paesi dell’Europa meridionale. Basti considerare che sia la Grecia, ma anche l’Italia (+35 miliardi), hanno visto crescere gli afflusi nel secondo trimestre 2014, ed è in netta ripresa anche l’Irlanda (+11 miliardi). Questi paesi hanno assorbito parte dei 223 miliardi di dollari affluiti nell’eurozona nel secondo trimestre, la più grande espansione registrata dal 2008.

Vale la pena notare anche un’altra circostanza. La quota più sostanziale di tali prestiti nel trimestre, pari a 205 miliardi sul totale di 391, è andata a prenditori non bancari, che hanno visto crescere la quota di prestiti del 3% anno su anno. Col che tale categoria di debitori ha raggiunto quota 12,3 trilioni di dollari di denaro di restituire.

Al contrario di quanto accade per gli emergenti, più o meno riconosciuti come tali, i flussi non sono aumentati per gli emergenti ufficiali che però stanno in Europa, che hanno visto decrescere l’esposizione di tre miliardi fra marzo e giugno e del 5% anno su anno. Oltre a Russia (-11 miliardi) e Ucraina (-2 mld), infatti, l’esposizione è diminuita anche nei confronti dell’Ungheria (-3 mld, pari a -13%), mentre la Turchia ha spuntato la stessa cifra di un anno fa, quindi è in stasi.

Insomma, il mondo bancario presta sempre più soldi alla Cina. Forse perché i rischi cinesi non entrano negli stress test.

Diplomazia dei prestiti esteri: Italia nella morsa franco-tedesca


C’è, nella narrazione delle cronache diplomatiche, un costante pudore riguardo alle corrente più profonde che legano un paese a un altro. Pronti a spiare dal buco della serratura, scrutando persino maniacalmente i sopraccigli dell’uno o dell’altro premier, o le pettinature delle first lady, i giornalisti fanno costante opera di ablazione sui motivi più autentici, perché derivano dalla storia, in ragione dei quali le diplomazie compilano le loro agende.

Eppure se si avesse voglia di scrutare i fatti prosaici, gli investimenti di portafoglio per dirne uno, si scoprirebbe che la diplomazia delle cronache e quella, più sottile ma altrettanto pervasiva, del denaro sovente seguono percorsi paralleli, per non dire coincidenti.

Faccio un esempio. Il nostro neonato premier ha concluso il suo primo giro di visite estere, incontrando, nell’ordine, Hollande (15 marzo), la Merkel (16 marzo), e poi tutti insieme appassionatamente nel Consiglio europeo (20 marzo), concedendosi un siparietto a tre prima del summit.

Il mainstream informativo ha congetturato sulla circostanza che la visita ad Hollande fosse propedeutica a quella con la terribile cancelliera per arrivare a una posizione comune (“cambiare verso all’Europa”) forti delle comune radice latina. E giù le solite veline.

La diplomazia dei prestiti, invece la racconterebbe così: Renzi è andato da Hollande perché l’Italia (dopo l’Olanda, ma capite bene la differenza) è il paese verso il quale si concentra la quota più rilevante di investimenti di portafoglio francesi.

Per la cronaca, secondo i dati del Fmi, a metà del 2013, tali investimenti francesi in Italia quotavano 301,291 miliardi di dollari, il 12% del totale degli investimenti di portafoglio francesi nel mondo (pari a 2.583 mld di dollari). Sottolineo che di questi 301 e passa miliardi ben 279 sono investiti in obbligazioni. I più svegli avranno già capito quali.

Ce n’è abbastanza per giustificare una prima visita al proprio “azionista estero” di riferimento?

La Merkel subito dopo, va da sé. In fondo i tedeschi (secondo semestre 2013) avevano investimenti di portafoglio in Italia per 214 miliardi di dollari, un filo sotto quelli francesi.

Quanto al siparietto italo-franco-tedesco prima del vertice, somiglia a una di quelle barzelletta con un italiano, un francese e un tedesco. La diplomazia dei prestiti ci racconta infatti che l’Italiano deve 301 miliardi ai francesi, che però ne devono 371 ai tedeschi, visto che la Francia (dopo il Lussemburgo, ma questa è un’altra storia) è il secondo partner degli investimenti di portafoglio esteri tedeschi.

Perciò l’italiano va dal francese per chiedere sostegno a chi a sua volta viene sostenuto da quello nei confronti del quale l’italiano chiede sostegno. Una barzelletta, appunto. Ed è in questa commedia del genere “io lo so che tu lo sai che lei lo sa” che si consuma la cronaca politica.

La diplomazia dei prestiti ci racconta anche un’altra amena storiella. Ossia quella che si ricava scrutando l’andamento dei prestiti francesi all’Italia dell’ultimo decennio.

Chi frequenta la storia sa bene che l’Italia intrattiene con la Francia un rapporto privilegiato almeno dai tempi di Cavour. E sa bene che la diplomazia dei prestiti non è certo una mia invenzione, ma un genere, purtroppo poco frequentato dagli storici di professione. In un certo senso la Francia, da più di cent’anni ha un atteggiamento diciamo “paterno” nei nostri confronti.

Con l’arrivo dell’euro l’Italia è diventata destinataria della grande generosità francese, replicandosi un po’ quello che ha fatto la Germania con la Spagna.

A voler pensar male, viene quasi il sospetto che il mitico asse franco-tedesco abbia trovato una sua saldatura nel dividersi pacificamente alcune zone d’influenza – la Francia l’Italia, la Germania la Spagna – rafforzando i legami già esistenti col denaro facile.

Vi do solo alcuni dati. Nel 2001 gli investimenti esteri francesi in Italia ammontavano a 73,5 miliardi. Con l’arrivo dell’euro, appena tre anni dopo, nel dicembre 2004, erano già 233 miliardi, per crescere senza sosta fino al top di 336 miliardi a fine 2009. Due anni dopo, a fine 2011, erano crollati a 254. Un bel dimagrimento. Ma poi la nostra riconosciuta responsabilità ha fatto ripartire i prestiti fino al livello attuale.

La cosa divertente è che se guardiamo gli investimenti esteri di portafoglio tedeschi in Francia le cifre sono soprendentemente simili e al tempo stesso divergenti. A gennaio 2001 erano 74 miliardi di dollari. Cominciano a crescere con l’arrivo dell’euro e due anni dopo erano raddoppiati a oltre 155 miliardi.

Con la crisi però le cose cominciano a divergere. Mentre l’Italia vede scomparire i suoi prestiti esteri (mal comune a tanti PIIGS), specie quelli franco-tedeschi, la Germania aumenta la sua esposizione verso la Francia, che esplode proprio con l’inizio della crisi. D’altronde è notorio che il debito francese piace alla gente che piace.

Infatti la crisi degli spread alla Francia le fa un baffo. Magari perché hanno giovato alla bisogna i 272 mld che la Germania aveva investito oltralpe a fine 2009, che diventano 295 nel 2010, 301 nel 2011 e addirittura 371 nel 2013. La Francia è diventata la nuova Spagna dei tedeschi.

Solo che la Francia non è la Spagna, e la storia è lì a testimoniarlo. Difficilmente i tedeschi potranno far con la Francia la voce grossa, godendo i francesi di un inestimabile spread politico sul quale contano i PIIGS per frenare il dispotismo euro-asiatico.

Ed ecco qui il nostro premier neonato che va da Hollande e poi dalla Merkel, ossia dal suo creditore francese che è debitore del suo altro creditore tedesco e prova a uscire dal cul de sac nel quale ci ha infilato un quarantennio di politiche scellerate. Ma che solidarietà possiamo aspettarci da una Francia che sta praticamente quasi peggio di noi? Secondo voi Hollande sarà portato a dare ragione a Renzi o alla Merkel?

In fin dei conti, quello che diplomazia dei prestiti svela, con disarmante chiarezza, è che noi italiani siamo debitori per oltre 500 miliardi, la gran parte investiti in nostri titoli di stato, all’asse franco-tedesco.

Che ormai non è più un asse, ammesso che lo sia mai stato.

Per noi è una morsa.

(2/segue)

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