L’exit comedy della Fed: i vorrei ma non posso della Yellen


Come tutte le commedie che si rispettino, anche quella che ormai da anni manda in scena la Fed, annunciando e poi ritirando temibili rialzi dei tassi ufficiali, va avanti seguendo i canoni classici del colpo di scena e dell’agnizione. Laddove però la finale presa di coscienza dei protagonisti non va oltre un modesto “vorrei ma non posso”, come quello declinato dal nuovo capo della Fed, Janet Yellen, davanti al Congresso americano.

Intervento attesissimo e altrettanto paventato, che arriva a poche settimane dello staff report che il Fmi ha dedicato agli Usa e dove è scritto a chiare lettere che sarebbe meglio se la Fed aspettasse almeno l’anno prossimo a muovere i tassi, adducendo a pretesto tali e tante argomentazioni che l’esiguo spazio di questa pagina non è in grado di contenere.

Perciò figuratevi che salto sulla sedia ho fatto quando ho visto le agenzie di stampa battere la notizia che la Yellen avrebbe detto che le condizioni dell’economia americana sono mature per alzare i tassi già quest’anno, e poi leggere pochi minuti dopo sul Financial Times praticamente la stessa cosa, pur con i distinguo che si devono a una gloriosa testata dell’informazione economica.

Ma poi è davvero così?

Fin dai tempi di Bernanke – correva il maggio 2013 – la Fed ci ha abituato a improvvide dichiarazioni e invenzioni gnoseologiche, tipo il taper tantrum, che sono l’evidente rappresentazione mediatica dell’inconcludenza dell’economia Usa, che va meglio ma non va bene, aumenta gli occupati ma non la partecipazione al lavoro, si è disindebitata ma è ancora carica di debiti. In più ha iniziato il 2015 con un pessimo trimestre, cui certo ha contribuito l’apprezzamento del dollaro, e ora deve vedersela con due crisi regionali niente male: quella greco-europea e quella cinese.

La Yellen, che interpreta magnificamente il ruolo di principale comparsa di tale commedia, non si è discostata granché dal copione. Dopo aver ripetuto le premesse che ho già sintetizzato finalmente è arrivata al punto. Ossia la politica monetaria, sulla quale peraltro pesa un tasso di inflazione ancora molto al di sotto dell’obiettivo del 2% scritto negli statuti della banca americana.

Ed è qui che l’interpretazione della Yellen si fa sopraffina. “Data l’attuale situazione economica – spiega – il FOMC ha giudicato che un alto grado di accomodamento monetario sia ancora appropriato”. Poi però ricorda che “nelle sue più recenti dichiarazioni sempre il Committee ha giudicato che potrebbe essere appropriato aumentare i tassi non appena si fossero osservati nuovi sviluppi positivi del mercato del lavoro e ci fosse una ragionevole fiducia che l’inflazione si sarebbe mossa verso il 2% nel medio termine”.

Se vi sembra fumoso è solo perché non sapete che il FOMC “determinerà il timing dell’incremento iniziale dei tassi decidendo di meeting in meeting: dipenderà dall’assessment dei progressi fatti”. Se, e sottolineo se, direbbe il poeta “l’economia evolverà come ci aspettiamo, le condizioni probabilmente potrebbero rendere appropriato a un certo punto di quest’anno alzare i fed funds e iniziare a normalizzare la politica monetaria”.

Se siete sopravvissuti alla probabilità accoppiata al condizionale, e ancora credete possibile che tale evento avvenga sul serio, allora dovete anche sapere che la Yellen ci tiene ad enfatizzare che “queste sono proiezioni basate su previsioni dell’andamento dell’economia, non dichiarazioni di intenti circa l’innalzamento dei tassi a un certo punto”.

Provo a dirlo con parole mie: se l’economia andrà bene (primo condizionale) è probabile (secondo condizionale) che potrebbe essere appropriato (terzo condizionale) a un certo punto dell’anno alzare i tassi. Ma non è detto che succederà. E’ solo un’ipotesi probabilistica. Più o meno l’equivalente del dire che un giorno, più o meno lontano, alzerò i tassi, forse.

E la chiamano forward guidance.

E soprattutto, pure se succedesse, ‘sto miracolo, è importante ricordare che “la politica monetaria rimarrà probabilmente (altro condizionale, ndr) estremamente accomodativa”.

L’estrema prudenza con la quale la materia viene recitata dalla Fed mi convince di alcune circostanze. La prima è che in fondo non deve essere poi così innocuo, come pure la Yellen prova a farci credere, questo minimo rialzo dei tassi, se deve essere presentato con questo gran dispendio di parole.

La seconda è che l’economia americana, e quella globale di conseguenza, non deve essere poi così in salute se non riesce a sostenere un mezzo punto di rincaro del denaro.

La terza è il combinato disposto delle prime due: i mercati fanno paura.

Persino agli Usa.

(3/segue)

Leggi la prima puntata    Leggi la seconda puntata

 

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  1. hdrera

    un europeo che dà dell’inconcludente agli americani fa ridere i polli. il colmo. gli europei sono i primi nell’universo per inconcludenza.

    riguardo la politica degli annunci FED è esattamente il contrario di ciò che dice sgroi. questi annunci alle espansioni o alle contrazioni includono il popolo e lo rendono consapevole di ciò che il governo andrà a fare. il popolo è incluso nell’economia e ha il tempo di adattarsi alle scelte con anticipo. si consuma se la fed spinge e si mette fieno in cascina quando la fed annuncia un restringimento. avendo il tempo appunto di poterlo fare. l’economia si muove in “sincrono”.

    in europa e in italia invece vi raccontano che tutto va bene, i ristoranti sono pieni investite, spendete e spandete che l’italia riparte alla grande e poi vi fregano cambiando le leggi retroattive facendovi gli agguati. a quel punto è ovvio che nessuno si fida di nessuno e il popolo non reagisce più in “sincrono” alle manovre del governo e tutta la società va in crisi.

    come può funzionare un paese dove nessuno si fida di nessuno e tantomeno del governo? l’economia si basa proprio sulla fiducia.

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  2. _beneathsurface

    Mirabile sintesi della recente politica monetaria USA.
    Maurizio, però, ti devo tirare le orecchie su un punto: la FED ha abbandonato da mesi la forward guidance per un approccio più “data dependent”, e ne ha dato comunicazione ufficiale, ed è proprio per questo che ora si spertica in discorsi col condizionale, i periodi ipotetici e congiuntivi a gogò.
    Una politica che sul blog dove pubblico ho criticato fin da allora.
    Anche io come te cindivido da un anno l’idea che gli USA non aumenteranno i tassi prima di inizio primavera del 2016, esattamente per le ragioni che citi. E soprattutto l’aumento, che ci sarà in ogni caso e non credo ritarderà oltre settembre 2016, non sarà dovuto a nessuno dei dati a cui oggi la FED sembra dare tanta importanza.
    Come tu ben sai, il sistema pensionistico americano è per oltre la metà a prestazione definita, e sai anche di quanti trilioni di dollari stiamo parlando. Otto anni di tassi zerovirgola non sono oltremodo sostenibili.
    Questo il cinico e mercantilistico problema degli USA (e in futuro dell’eurozona).

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    • Maurizio Sgroi

      Salve,
      Quella sulla forward guidance era una battuta che credo si inserisca bene nel contesto dell’exit comedy.
      Per il resto forse lei ha ragione. Ma non so se il problema saranno i fondi pensione, che in tutto il mondo patiscono i rendimenti bassi, o la constatazione che senza tassi bassi la sostenibilità del debito sarà definitivamente compromessa. Ragioni opposte che finiscono col condurre alla paralisi.

      Grazie per il commento

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    • berilla

      cosa ve ne frega della forward guidance se poi arrivano i QE? avete studiato sui libri degli anni 50. sarebbe il caso di aggiornarsi.

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      • Maurizio Sgroi

        Salve,
        Non ho capito il senso della sua osservazione. Ma è sicuramente un mio limite. In effetti ho studiato sui libri degli anni 50, ma del xix secolo.
        Grazie per il commento

        Ps la forward è una conseguenza del qe, non il contrario:)

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  3. hdrera

    questo dimostra che ancora con avanti e indietro, causa e conseguenza. come chi ragionava con l’inizio e la fine del mondo e la terra piatta. non è colpa vostra ma dell’ambiente in cui vivete che ragiona anche esso ancora in quel modo.

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