Etichettato: come si selezionano i politici in usa

La democrazia americana non è quella di Tocqueville

Chissà che direbbe oggi Tocqueville, che credeva l’America immune dal “vizio” europeo delle caste e delle varie aristocrazie, se leggesse un paper illuminante pubblicato dal NBER che mostra come la formazione delle élite non sia affatto una prerogativa europea ma il prezzo che le società pagano per poter funzionare. Con l’aggravante che, in America come in Europa, queste élite non sono affatto facilmente permeabili. Al contrario: tendono per natura a permanere, per la semplice ragione che chi vi appartiene trasmette i vantaggi che ne derivano ai suoi successori, che fanno blocco con quelli come loro.

Il risultato è chiaro: chi viene dal basse può venire cooptato, ma il meccanismo democratico non è affatto, di per sé, una garanzia che ci riesca. Perché, e il caso americano osservato nel paper lo dimostra chiaramente, se non arrivi a diventare un candidato a un’elezione, perché il percorso è troppo accidentato o semplicemente costoso, ecco che nessuno ti voterà, anche se teoricamente godi di questo diritto.

In America succede esattamente questo. I componenti del Congresso, che gli autori hanno monitorato a partire dal lontano 1830, sono un’élite ed entrarci è terribilmente difficile. All’interno di questa élite il criterio meritocratico funziona, nel senso che tende a selezionare quelli più capaci, ma rimane un’élite chiusa, caratterizzata da requisiti di reddito e istruzione ben lontani da quelle del comune cittadino.

Per dirla con una semplificazione, quella americana è un’aristocrazia politica, basata principalmente sul denaro, che viene in qualche modo selezionata da una democrazia popolare. E fino a un certo punto: basta ricordare come si elegge il presidente. Ma l’offerta, che si propone a questa democrazia, è alquanto ristretta. L’allargamento del diritto di voto, per dirla diversamente, non ha generato un eguale aumento della possibilità di essere eletti.

In sostanza, lo studio smonta il mito della mobilità sociale applicato alla politica, utilizzando una mole di dati che va dal 1830 al 1950. In ogni singola generazione osservata, chi arriva al Congresso viene quasi sempre dalle famiglie più ricche e istruite d’America. E la situazione, invece di migliorare con l’espansione della democrazia, è peggiorata.

Gli autori hanno seguito 6.077 membri del Congresso nati tra il 1830 e il 1950 e deceduti entro il 2026, collegandoli — insieme ai loro padri e fratelli — ai censimenti federali completi degli Stati Uniti, dal 1850 al 1950. Per farlo hanno usato FamilySearch.org, la piattaforma genealogica gestita dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, che ospita alberi genealogici costruiti collettivamente da milioni di utenti nel corso di decenni.

Il primo dato che colpisce riguarda il 1940, il primo censimento a registrare in modo sistematico redditi e anni di istruzione individuali. Quasi il 60% dei futuri parlamentari tra i 18 e i 40 anni aveva già almeno 16 anni di scolarità — l’equivalente di una laurea — contro appena il 5% degli uomini della stessa età nella popolazione generale. Più del 12% dichiarava redditi da lavoro superiori ai 5.000 dollari (il tetto massimo registrabile nel censimento dell’epoca), contro meno dell’1% della popolazione.

Nell’Ottocento, quando i censimenti non registravano redditi ma la ricchezza dichiarata, il quadro è identico: i futuri parlamentari possedevano da tre a quattro volte più ricchezza immobiliare, e circa tre volte più beni personali, rispetto ai loro coetanei più simili per background demografico.

Per coprire l’intero periodo 1850-1950 — dato che redditi e ricchezza non sono registrati in modo continuo — gli autori si affidano anche a punteggi socioeconomici basati sull’occupazione dichiarata al censimento, sviluppati dalla letteratura di storia economica recente. Su quattro misure diverse, il quadro non cambia: in ogni epoca, su ogni indicatore disponibile, i futuri parlamentari sono economicamente fuori scala rispetto alla popolazione.

Se i futuri parlamentari sono economicamente privilegiati, lo sono anche — e forse soprattutto — le famiglie da cui provengono. I padri dei membri del Congresso nel 1940 guadagnavano circa il doppio del padre medio americano ed erano più di cinque volte più propensi ad avere una laurea. Vivevano in case di valore più che doppio rispetto alla media e avevano una probabilità 30 volte maggiore di avere in casa due o più domestici — un indicatore di status elitario che pochissime famiglie americane potevano permettersi (solo lo 0,1% della popolazione contro il 3,4% dei padri di parlamentari).

Nell’Ottocento la storia si ripete: i padri dei futuri parlamentari possedevano oltre 8.000 dollari in ricchezza immobiliare e beni personali, contro circa 4.000 dollari dei controlli più rigorosamente abbinati. Circa un padre su tredici rientrava nell’1% più ricco della popolazione.

La politica americana, insomma, non è un ascensore sociale aperto a chiunque: solo chi nasce già in una famiglia privilegiata ha, in pratica, accesso al Congresso. All’interno di questa ristretta cerchia di famiglie fortunate, non è il fratello qualunque a fare politica, ma tipicamente il più brillante o il più intraprendente. Gli autori la definiscono una forma di “meritocrazia esclusiva”: selezione positiva sul talento, ma dentro un recinto di provenienza sociale già estremamente ristretto.

Negli oltre 130 anni e 80 legislature analizzate, il divario tra i padri dei parlamentari e i padri dei gruppi di controllo non si è mai ridotto in modo sostanziale. Anzi, per la gran parte del periodo osservato è cresciuto.

Questo è controintuitivo, perché nello stesso arco di tempo l’America ha attraversato trasformazioni profonde pensate esplicitamente per rendere la politica più aperta e democratica: l’estensione del voto ai non proprietari, agli uomini afroamericani dopo la Guerra Civile, alle donne nel 1920, ai giovani nel 1971; la diffusione della scuola superiore e poi dell’università di massa; e soprattutto quattro grandi riforme dell’era progressista pensate per spezzare il controllo delle élite di partito sulla selezione dei candidati.

Come mai riforme pensate per democratizzare l’accesso alla politica non hanno scalfito la composizione sociale del Congresso? Gli autori suggeriscono una spiegazione plausibile: queste riforme agivano tutte al momento del voto, nel seggio elettorale. Ma è molto probabile che i candidati provenienti da contesti meno privilegiati vengano scartati molto prima, nelle fasi di selezione interna ai partiti, nella raccolta fondi, nei costi enormi — economici e sociali — che comporta anche solo decidere di candidarsi.

Quello che i dati raccontano con chiarezza, in ogni caso, è che il sistema attraverso cui gli americani scelgono i propri rappresentanti è cambiato radicalmente in centocinquant’anni — regole del voto, ampiezza dell’elettorato, meccanismi di nomina dei candidati. Le famiglie da cui provengono quei rappresentanti, invece, sono rimaste sorprendentemente le stesse.

Checché ne dicesse Tocqueville, insomma, che osservava l’America all’inizio della sua storia, le caste e l’aristocrazia esistono anche lì, anche se hanno origini e modalità di formazione diverse da quelle europee. Forse per la semplice ragione che anche gli americani, in fondo, sono europei.