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Il fascino intramontabile dei depositi bancari


L’ultimo rapporto presentato da Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane conferma che nel nostro paese, a un livello invidiabile di ricchezza finanziaria netta, corrisponde un livello di conoscenza finanziaria molto carente. Siamo ricchi almeno quanto inconsapevoli di come la ricchezza si amministri, insomma. E questo probabilmente è uno dei motivi che spiegano il livello molto elevato di risparmi che rimangono chiusi nei depositi bancari o postali. Una tendenza peraltro che gli italiani hanno in comune con i nostri cugini europei.

Non solo. Questa tendenza si è persino rafforzata nell’ultimo decennio.

A partire dal 2015, inoltre, la crescita dei depositi è stata del 24% nel nostro paese, e addirittura superiore al 30% nell’eurozona.

Il grafico sopra ci comunica un’altra informazione interessante. All’aumento delle posizioni liquide ha corrisposto un sostanziale calo degli acquisti obbligazionari, “vittime” probabili dell’ambiente finanziario a tassi praticamente azzerati, mentre si è osservata una certa crescita dell’azionario, dei fondi e dei prodotti assicurativi. L’età dei tassi bassi, insomma, se da un lato ha spinto molte persone a rimanere liquide, ha anche alimentato una certa richiesta di rendimento, che ha trovato soddisfazione negli investimenti più rischiosi.

In questa dinamica si potrebbe leggere l’autentica novità di questi ultimi anni che la pandemia sembra avere incoraggiato: la passione per le criptovalute, che ha avuto modo di alimentarsi anche grazie a un utilizzo più massiccio del trading on line, probabilmente incoraggiato dai vari lockdown.

Queste tendenze si inseriscono all’interno di un andamento del reddito tutto sommato soddisfacente, visto che la pandemia ha aumentato la quota del risparmio, pure se al tempo stesso ha fatto crescere la fragilità finanziaria. Nel 2021 il nostro paese ha visto crescere il reddito, dopo il brusco calo sofferto nel 2020, ma rimane sempre fanalino di coda in Europa per aumento complessivo negli ultimi anni: dal 1990 siamo gli unici fa i grandi paesi ad avere avuto una dinamica negativa dei redditi. L’italiano medio ha perso il 3,7%, l’americano medio ha guadagnato il 46,7%.

Questo trend non può non avere effetti sulla fragilità di molte famiglie, anche se nel confronto europeo quelle italiane sono quelle messe meno peggio.

Probabilmente a compensare l’andamento insoddisfacente dei redditi è l’ammontare di ricchezza, che si colloca ancora a un livello mediamente elevato, grazie non solo ai patrimoni immobiliari ma anche a quelli finanziari, nonché in virtù di un livello di debiti ancora molto basso.

Con i suoi quasi quattro trilioni di ricchezza finanziaria, le famiglie italiane sono ben posizionate nella classifica europea, mentre il livello medio di debito le posiziona nella parte bassa della distribuzione.

Questa è la torta che le famiglie italiane sono chiamate a gestire. E nel tempo hanno imparato a farlo sicuramente meglio, visto che è sempre più frequente il ricorso ai professionisti per le proprie scelte di investimento.

Nel paese dei correntisti – ma anche degli amanti di bitcoin- non stupirà osservare che la percentuale di coloro che sanno orientarsi su concetti semplici di finanza, come il rapporto fra rischio e rendimento o l’interesse composto, sono ancora una minoranza. Ma ben patrimonializzata.

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Trading ad alta frequenza: da Skynet a Terminator


Qualcuno scrisse tanto tempo fa che la prima macchina intelligente sarà l’ultima cosa costruita dall’uomo. Nel senso che qualunque macchina intelligente troverebbe del tutto logico sbarazzarsi del proprio creatore, caotico e imperfetto.

Questo pensiero millenaristico ha accompagnato generazioni intere di scrittori di genere che sull’equazione intelligenza artificiale=fine dell’umanità hanno costruito storie fortunatissime. Terminator, per esempio, l’androide spedito nel passato dalla perfida intelligenza artificiale Skynet per uccidere ancora bambino il suo più fiero oppositore del futuro. Skynet, lo ricorderete, era una macchina diventata improvvisamente consapevole di se, la cui prima pulsione fu lo sterminio degli umani. La distruzione sistemica.

Skynet m’è tornata in mente qualche giorno fa mentre leggevo un paper della Consob sul tradig ad alta frequenza, ossia la pratica orma sempre più diffusa nelle borse di lasciar fare a sofisticatissimi algoritmi il lavoro degli uomini, essendo i primi (gli algoritmi) notoriamente più affidabili, veloci, e, soprattutto, non soggetti al fastidioso obbligo di doverci parlare.

Il trading ad alta frequenza high-frequency trading è un sottoinsieme del trading algoritmico su cui di recente si è concentrata l’attenzione degli studiosi per metterne in luce i rischi di potenziali crash sistemici, visto che elaborano i dati del mercato in tempo reale e generano montagne di ordini, fino a 5.000 al secondo, capaci di amplificare i trend al rialzo o al ribasso. Non sarà l’intelligenza artificiale della quale si  vagheggia, ma è comunque una sua buona approssimazione. L’attività di questi robot telematici raramente supera l’intraday e, dal punto di vista operativo, si accontenta di rosicchiare esigui margini di profitto per ogni singola operazione, potendo contare sul loro numero rilevante.

Il paper della Consob contiene alcuni dati utili a comprendere la rilevanza del fenomeno nel nostro tempo. La commissione calcola che il ricorso al trading ad alta frequenza coinvolge una percentuale che oscilla fra il 10 e il 40% del totale degli scambi, a seconda dei paesi. In particolare, nella borsa italiana si calcola che il 20% degli scambi sul mercato azionario siano da attribuirsi a questi algoritmi. Una percentuale che arriva al 35-40% di tutti gli scambi nella Deutsche Boerse e al 40% di quelli della piattaforma Chi-X. Il mercato di Londra, il London Stock Exchange, quota un 33% di scambi automatici, mentre le borse americane ne fanno un uso più moderato. I particolare il Nasdaq di ferma al 13% e il Nyse al 23%. Sulla piattaforma Turquoise gli scambi robotizzati sono intorno al 21%. Dati, avverte la Consob “la cui affidabilità è compromessa dalle citate notevoli problematiche connesse alla identificazione degli HFTr”.

Di fatto non conosciamo l’esatta quantità di denaro che questa “intelligenza” artificiale fa circolare ogni giorno sui mercati. Sappiamo però che il segreto dei codici di questi algoritmi è uno dei meglio custoditi dagli operatori finanziari che ne fanno uso e che questa pratica di negoziazione è cresciuta esponenzialmente fra il 2007 e il 2011, ed è quindi destinata a crescere ancora. La Consob rileva che l’incremento maggiore in questi ultimi anni si è registrato negli Stati Uniti.

Ciò non vuol dire che sia destinata a crescere la trasparenza che circonda questo tipo di operazioni. Solo pochi paesi hanno adottato misure per identificare con certezza chi fa uso di trading algoritmico. In Europa, ad esempio, Francia, Italia e Portogallo non hanno al momento nessuna capacità di riconoscerli, al contrario di Danimarca, Irlanda, Finlandia e Svezia. Piccoli mercati, specie in confronto a quello londinese, che finora si è dimostrato possibilista, ma non ha ancora preso posizione.

Quello che però si può conoscere con ragionevole certezza è l’impatto che tali sistemi di negoziazione hanno sui mercati. “La diffusione dell’HFT – scrive la Consob – e, più in generale, del trading algoritmico può avere impatti di carattere sistemico nella misura in cui le strategie utilizzate dai trader che si basano su algoritmi risultano maggiormente correlate rispetto a quelle utilizzate dai normali trader. Si possono verificare, infatti, fenomeni di profonda e repentina destabilizzazione di uno o più mercati innescati da uno shock che colpisce un singolo algorithmic trader (AT) o HFTr: ad esempio un danno operativo (come il malfunzionamento dell’hardware) che a sua volta, influenzando le strategie degli altri AT/HFTr, può avere ripercussioni sull’intero mercato fino ad interessare
anche altre trading venue, data l’intensa operatività cross market di tali operatori”. Chi ricorda il crash americano del 1987, ricorderà anche che si disse che era stato provocato proprio dalla prima messa in opera di automatizzazioni degli scambi. “In condizioni di mercato estremamente incerte – sottolinea ancora la Consob – la diffusione del
trading ad alta frequenza può portare ad amplificare le pressioni ribassiste fino a generare situazioni di estremo disordine negli scambi”. E come esempio cita il “flash crash” del 6 maggio 2010, quando i mercati azionari Usa hanno perso il 10% in pochi minuti per poi recuperare in giornata. “In quella circostanza – scrive la Consob – gli HFTr hanno avuto un ruolo decisivo nell’amplificare tale movimento, pur non avendone rappresentato la causa scatenante”.

In generale, la letteratura sul fenomeno sottolinea come dall’uso di tali strumenti provengano più ombre che luci. Il trading ad alta frequenza ha effetti potenzialmente negativi sull’efficienza, sulla liquidità, sull’accesso ai mercati, e sulla trasparenza. Il rischio che gli HFTr possano manipolare i mercati è molto alto.

Chiaro che gli enti regolatori si diano un gran daffare per emanare direttive e regolamenti che aiutino a prevenire i disastri. Ma, come sempre accade nella finanza, l’innovazione è sempre più veloce della burocrazia. Negli Stati Uniti, per dire, il fenomeno non ha ancora ricevuto nessuna regolamentazione. Ciò malgrado il crash del 2010, che ha prodotto corpose relazioni, ma nessun provvedimento.

Skynet ormai si evolve senza limiti. Chissà se i mercati conosceranno il loro Terminator.