Etichettato: cosa sono gli IDE

La scomparsa degli investimenti diretti internazionali


Com’era facile immaginare, visti i tempi che corrono, le pulsioni de-globalizzanti che spirano da ogni dove, e in particolare dal ricco Occidente, che pure avrebbe più di una ragione per alimentarle, continuano a erodere la spinta all’internazionalizzazione del capitale rappresentata dagli investimenti diretti esteri (IDE). Lo abbiamo già osservato in passato, ma vale la pena tornarci sopra perché da allora sono disponibili nuovi dati che certificano la sostanzialità di questo rallentamento, ormai non più fenomeno congiunturale, ma filigrana del nuovo tessuto economico che si sta formando sopra quello vecchio. Non è certo un caso che del tema si siano occupati a distanza ravvicinata il Fondo monetario e l’Ocse.

Il primo ha dedicato al declino degli IDE un corposo approfondimento del suo ultimo WEO che ci consente di osservare plasticamente la gelata dei Foreign direct investment (FDI).

L’istogramma blu che rappresenta gli IDE è praticamente scomparso l’anno scorso dai flussi internazionale di capitale, contribuendo quindi in maniera significativa al loro rallentamento.

Quest’ultimo è motivato da diversi fattori. Non è solo l’aumentare delle tensioni internazionali a scoraggiare i flussi di capitale – la guerra commerciale fra Cina e Usa ad esempio – ma ci sono ragioni anche tecniche correlate alla fisionomia che da un decennio a questa parte sta assumendo l’economia internazionale.

I notevoli acquisti di debito governativo effettuato da molte banche centrali, ad esempio, rende di fatto non necessari i prestiti esteri. Oppure la riduzione dei bilanci delle grandi banche internazionali, che ha finito col gravare sugli investimenti internazionali. Dal grafico sopra si osserva bene che l’internazionalizzazione subisce la sua battuta d’arresto più importante nel 2008 senza più riuscire a trovare il livello pre crisi.

Ciò che vale per i flussi finanziari nel loro complesso, è ancora più evidente se fermiamo l’analisi ai FDI. Questi ultimi ancora nel 2017 riuscivano a esprimere una certa vitalità, con tassi di crescita intorno al 3% del pil globale. Parliamo di circa 1,8 trilioni di dollari. Ma nel 2018 questi investimenti scompaiono. “Gli IDE – nota il Fmi – si sono virtualmente fermati”. Cosa è successo?

Nell’opinione del FMi questa scomparsa sarebbe motivata da operazione puramente finanziarie svolte dalle multinazionali, alcune delle quali sono state una diretta conseguenza della riforma fiscale americana che ha incentivato il rientro dei capitali esteri. La pulsione de-globalizzante proviene da Occidente, come abbiamo detto più volte.

In particolare il Fmi osserva che a pesare sugli IDE 2018 è stata la decisione americana di detassare i capitali rientrati dall’estero, potente incentivo per le multinazionali americane che fra il 2011 e il 2017 avevano reinvestito all’estero circa 300 miliardi di profitti in IDE, ossia circa i due terzi dei loro profitti esteri complessivi. Nel 2018 questa compagnie hanno fatto rientrare 230 miliardi. Una cifra che ha ecceduto il totale di IDE effettuati nello stesso anno dalle compagnie americane, portando perciò questi flussi in territorio negativo.

Questi capitali “rimpatriati” sono partiti soprattutto dai grandi centri finanziari. Dalle Bermuda, l’Olanda e l’Irlanda dove si stima risiedano circa 500 miliardi di risorse “quasi tre volte più del reddito dichiarato dalle affiliate statunitensi”, come nota il Fmi.

Questi asset rimpatriati sono stati investiti a quanto pare i strumenti finanziari americani. Ma in ogni caso hanno diminuito notevolmente la quota di IDE (o FDI) all’estero. “Ma il calo degli IDE statunitensi all’estero da solo spiega solo una parte della riduzione degli 1,5 trilioni di IDE delle economie avanzate all’estero tra il 2017 e il 2018”, sottolinea il Fmi.

Il resto infatti arriva dall’eurozona, in particolare dal Lussemburgo e l’Olanda. Qui gli IDE sono passati dai 340 miliardi nel 2017 a -730 miliardi nel 2018. La parte del leone, in questi investimenti, l’hanno fatta le Special purpose entities, (SPE) ossia scatole finanziarie che non producono né occupazione né valore aggiunto, limitandosi a spostare i soldi per far sfruttare ai proprietari i vantaggi fiscale e regolamentari che derivano dalla possibilità di internazionalizzare il capitale, oltre che tutelandone l’identità. Il grafico sopra ci consente di osservare quanto abbia pesato l’azione delle SPE sui deflussi di IDE nei paesi avanzati.

Proviamo a ricapitolare. Dagli Usa e dalla zona euro sono arrivate le spinte più potenti, e per svariate ragioni, a ridurre fino ad annullarli, gli IDE nel corso dell’anno passato. Spinte autarchiche e tentazioni elusive, se non direttamente evasive delle imposta, hanno spinto i grandi capitalisti a spostare il proprio denaro altrove.

Dai flussi osservati nei paesi emergenti, rimasti più o meno stabili, non sembra che queste risorse siano finiti dalle loro parti. Quindi è probabile che siano stati allocati in qualche altro parcheggio finanziario. La cosa interessante è che la tendenza è proseguita anche nella prima del 2019. Ma questo merita un approfondimento a parte.

(1/segue)

La guerra commerciale mette a rischio gli investimenti internazionali


Poiché viviamo un tempo nel quale una fantasia vagamente sconclusionata governa al posto del principio di realtà, non dovrebbe sorprenderci che molti stiano lavorando al sabotaggio del commercio internazionale. Costoro peraltro trascurano di osservare che tale attivismo minaccia seriamente di sabotare lo strumento principale della globalizzazione, ossia gli investimenti diretti esteri (IDE) che i paesi fanno l’uno l’altro per una pluralità di ragioni che riepiloga bene la Bce nel suo ultimo bollettino. Per evitare fraintendimenti, è meglio illustrare subito che gli IDE sono definiti tali quando “un’impresa possiede almeno il 10 per cento di una società situata in un altro paese”. Generalmente “questi investimenti sono condotti da multinazionali che investono all’estero mediante impieghi in nuovi progetti (greenfield investments), ossia l’apertura di
sussidiarie all’estero, o mediante attività di fusione e acquisizione”. Sulla utilità degli IDE la Bce non ha dubbi: “Gli IDE sono in grado di apportare numerosi benefici al paese ricevente”, per una serie di ragioni che vanno dalla promozione della concorrenza all’aumento della produttività e alla diffusione dell’innovazione tecnologica. In particolare, e questo ci riguarda più da vicino, “l’evidenza empirica conferma l’impatto positivo degli IDE sui paesi dell’UE”.

Vale la pena arrivare subito a una delle conclusioni riportate nell’articolo perché è la plastica rappresentazione di come il principio di realtà contrasti ormai sempre più vistosamente con le nostre fantasie o le nostre percezioni. Un’analisi econometrica svolta dalla Bce mostra che “in media, l’ingresso nell’UE ha aumentato del 43,9 per cento i flussi di IDE in entrata provenienti da altri paesi dell’UE, mentre non ha avuto impatti significativi sulla capacità di attrarre IDE provenienti da paesi non appartenenti all’UE”. Se poi guardiamo all’area euro, il risultato è ancora più rilevante: “L’adozione
dell’euro ha aumentato del 73,7 per cento gli IDE provenienti da altri paesi dell’area dell’euro. L’effetto ulteriore ascrivibile all’appartenenza all’area valutaria comune è stimato pertanto al 20 per cento circa”. In sostanza, partecipare a un’area comune, specie se integrata a livello valutario, stimola l’internazionalizzazione del capitale per una serie di ragioni legate all’eliminazione di rischio di cambio o di liquidità. E di conseguenza contribuisce a diffondere quei benefici che gli IDE portano con sé. Non è certo un caso che l’espansione della crescita nell’ultimo ventennio abbia generato anche quella degli IDE che sempre più si rivolgono verso le economie emergenti.

Altrettanto interessante è osservare che gli stessi paesi emergenti sono diventati una fonte crescente di investimenti diretti, col che completandosi quel processo di internazionalizzazione del capitale che ha cambiato le regole del gioco dell’economia: si pensi alle complesse catene di valore che oggi stanno dietro a una merce, o agli intrecci finanziari che stanno dietro i flussi commerciali di beni e servizi.

L’idea che si possa sanzionare il commercio senza mutare la delicata filigrana finanziaria tessuta intorno al mondo e gli investimenti esteri che ne conseguono è alquanto ingenua, ma purtroppo diffusa. Favorire il proprio commercio internazionale, utilizzando le leve dei vantaggi competitivi che l’internazionalizzazione porta con sé, è una delle tante ragioni che spingono le multinazionali a fare investimenti in altri paesi. Nel momento in cui gli stati iniziano a guerreggiare con i dazi, questo incentivo viene meno. Molti di temperamento autarchico argomenteranno che si può vivere benissimo ognuno a casa propria anche senza scambiarsi nulla, né beni né capitali. Ma bisognerebbe anche domandarsi se ciò sia coerente con la storia e con onestà intellettuale se la circostanza che gli IDE siano cresciuti dal 22 al 35% del pil fra il 2000 e il 2016 abbia giovato o no all’aumento del benessere globale.

Prima di rispondere però può essere utile proporre un’altra osservazione, ossia quanto siano permeabili i principali paesi del mondo agli IDE. “All’interno dell’Ue – spiega la Bce – le restrizioni agli IDE in entrata sono, al netto di due eccezioni, minori rispetto alla
media dell’OCSE”. Ai tanti che temono le invasioni di capitali stranieri in Italia, farà piacere che facciamo parte di queste eccezioni.

L’Italia infatti è abbondantemente sopra la media Ue e appena sotto quella Ocse per il numero delle restrizione agli investimenti diretti esteri. Peggio di noi, all’interno dell’eurozona fa solo l’Austria. Dovremmo interrogarci se aprirci maggiormente al capitale straniero possa contribuire alla salute della nostra economia. Ma a quanto pare è una domanda difficile, di questi tempi.