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L’irresistibile crescita dell’economia dei servizi

I dati diffusi dal Fmi nell’ultimo WEO pubblicato ad aprile mostrano un’evidenza che dovremmo tenere bene a mente quando ragioniamo di crescita e commercio internazionale: fra il 1985 e il 2024 l’export globale di servizi, come quota del pil, è cresciuto del 150%, rispetto al 60% dell’export di beni.
Quest’ultimo, a differenza del primo, ha subito gli effetti negativi della “slowbalization” seguita alla crisi del 2008, quando tutti gli stati corsero a innalzare barriere alla libera circolazione dei beni, considerata, evidentemente, la fonte di ogni male.
Tale tendenza ha risparmiato i servizi, come si può osservare dal grafico sopra. La crisi del 2008 li ha sfiorati solo marginalmente e il trend di crescita si è riportato rapidamente lungo quello di lungo periodo, a differenza di quanto accaduto per l’export di beni.
Questa informazione ci dice molto della nostra struttura commerciale. La produzione di beni e il loro commercio vale ancora il 70% del commercio globale, ma alcune forze strutturali sembrano favorire il costante emergere dell’export di servizi. Ciò dipende dal fatto che molti dei nostri bisogni si fanno sempre più immateriali. Inoltre, i servizi viaggiano più facilmente lungo il globo. Non hanno bisogno di ferrovie né autostrade, semmai di linee elettriche e digitali. E’ più difficile innalzare barriere per frenarli e, soprattutto, sta cambiando strutturalmente la nostra domanda.
A ogni bene, infatti, ormai si associa più di un servizio, ed è questo a fare la differenza. Pensate a quando acquistate un oggetto on line. Al bene materiale si associa un servizio di spedizione, un servizio di consegna e magari anche un servizio di finanziamento. E tutto questo viene reso possibile dal fatto che esiste una piattaforma che mette insieme tutte queste cose, che quindi a sua volta svolge un servizio.
Inoltre è in corso una profonda evoluzione della domanda di servizi. Fino agli anni 2000 i servizi di trasporto o di spedizione esprimevano complessivamente il 70% della domanda di servizi. Adesso questa quota è scesa al 40%, mentre sono aumentati i servizi finanziari e quelli legati all’Ict. Se torniamo al nostro esempio dell’acquisto di un bene on line, fattispecie insistente nel 2000, due servizi sui tre attivati dall’ordine sono proprio di tipo finanziario e ict. L’unico tradizione è quello di spedizione e consegna.
Un’altra caratteristica che favorisce lo sviluppo dell’economia dei servizi è il fatto che si sono dimostrati più resilienti di fronte alle tensioni geopolitiche. Si daziano più i beni che i servizi, per dirla in parole semplici.
Infine è emerso che il potenziale di crescita dell’economia dei servizi si esprime al meglio nelle economie emergenti, dove hanno pesato per i due terzi della crescita globale negli ultimi tre decenni. Ma questo sviluppo è stato trainato dalla domanda interna più che dalle esportazioni.
Se andiamo a vedere chi siano i protagonisti del mercato dell’esportazione dei servizi, troviamo in prima linea gli Stati Uniti, con alcune piccole economia europee, segnatamente Olanda e Irlanda, a svolgere un ruolo secondario ma rilevante. La Cina, che pure svolge un ruolo molto rilevante nel mercato dell’esportazione dei beni, gioca ancora in serie b in quello dei servizi.
Non è certo un caso. Esportare servizi è più difficile che esportare beni. E questo spiega perché i guadagni da queste esportazioni siano più elevati. In generale i servizi che vengono esportati sono ad alto valore aggiunto e quindi premiano sia chi li offre, sia chi ci lavora.
Per noi italiani, che forniamo servizi turistici, purtroppo questo non vale. Qualcuno dice che il turismo è il nostro petrolio, ma è un petrolio che produce un carburante scarso, una benzina con pochi ottani. “Investimenti in infrastrutture digitali, sviluppo delle competenze e qualità della regolamentazione possono aiutare i paesi a trarre maggior vantaggio dall’espansione del commercio di servizi”, suggerisce il Fmi. E non sta parlando di B&B.
