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Le piattaforme digitali e la nascita del diritto globale


Un bell’intervento del vice direttore generale della Banca d’Italia ci ricorda un grande tema del nostro tempo sul quale si ragiona sempre troppo poco: quello del rapporto fra sviluppo tecnologico e sviluppo del diritto internazionale.

Un tema che si è reificato con la nascita delle grandi piattaforme digitali che operano sulla rete, che sono globali per vocazione, evolvono a ritmi molto accelerati e generano una costante tendenze all’arbitraggio, non solo fiscale ed economico, ma giuridico tour court. Il diritto internazionale non riesce ovviamente ad evolvere né alla stessa intensità, né velocità.

E questo apre uno scenario che molto facilmente si può popolare di mostri, nel senso latino di monstrum, ossia creature straordinarie, che però non sono unicorni o grifoni, ma entità che abitano la cloud mentre forniscono servizi di qualsiasi tipo, magari persino emettendo una moneta.

“In futuro, è ragionevole attendersi che l’interconnessione e l’interdipendenza si svilupperanno anche tra piattaforme diverse grazie alla crescente interoperabilità tra architetture informatiche differenti facilitata, ad esempio, dalle API”, spiega il nostro oratore.

Non so voi. A me l’idea di sistemi digitali che si interconnettono e diventano interdipendenti a livello globale, mi fa sorgere una domanda forse scontata ma che richiede una risposta chiara: chi ci difende da queste entità qualora ne sorga la necessità? In quale regime giuridico operano?

Attenzione a sottovalutare il problema. Avere un ecosistema legale che protegge i diritti, a cominciare da quelli dei consumatori, è una necessità fondante per qualunque economia che funzioni. Trascurare questo dettaglio, significa generare un far west digitale che genera enormi profitti all’inizio ma che rischia di rovinare alla fine. Si rischia insomma di uccidere la gallina dalle uova d’oro.

“La governance delle piattaforme è spesso frammentata e difficile da ricondurre ad unità perché condizionata da nuove forme di interdipendenza finanziaria, operativa e reputazionale tra i vari partecipanti, pur in assenza di uno specifico rapporto di tipo giuridico o economico”, sottolinea ancora. Comprereste, alla lunga, un’auto usata da uno di questi soggetti?

Questo spiega perché i regolatori, a cominciare dalle banche centrali fino alle diverse autorità di vigilanza, siano alle prese con un sostanziale ripensamento dei loro sistemi di monitoraggio per provare a capire in che modo questo sviluppo tecnologico impatti sulla stabilità globale, sia finanziaria che monetaria.

Il fatto che alcune di queste piattaforme gravitino attorno al sistema dei pagamenti non può lasciar tranquilli chi questo sistema lo deve in qualche modo gestire e rendere sostenibile. C’è in gioco molto più che la semplice governance di processi. Siamo di fronte a una domanda precisa che promana da queste entità e ha a che fare con il ruolo che la moneta ha finito con l’incarnare nella nostra società: quello di bene collettivo emesso in larga parte da soggetti privati, ma vigilato a livello pubblico.

Il problema, quindi, è che “stiamo invece marciando velocemente verso un mondo dove: la componente digitale favorisce e valorizza l’interazione e l’interdipendenza di una pluralità di soggetti posti in connessione tramite modalità nuove (smart contract, software as a service, etc.); le transazioni possono essere effettuate e registrate ricorrendo a modelli di governance decentralizzata come la DLT/blockchain; la tecnologia “lega” le componenti oggettive (strumenti, infrastrutture tecniche e organizzative) e soggettive (le diverse tipologie di operatori coinvolti) degli ecosistemi in nuovi prodotti e servizi, espressione “sintetica” di ciascun contributo”.

Il mondo, per dirla più semplicemente, sta evolvendo da un’infrastruttura analogica basata su un paradigma di governo semplice – Tesoro, Banca centrale, intermediari finanziari commerciali – verso un’infrastruttura digitale dove l’insieme dei “fornitori tecnologici”, come li chiama il nostro banchiere, quindi chi opera nell’hardware, nel software e nelle reti, “condiziona dell’ecosistema, attraverso la resilienza della componente infrastrutturale, sia la sua governance”. E quando sono troppi a governare processi complessi, è chiaro che i rischi aumentano. Innanzitutto per gli incubent.

Che fare quindi? Adeguare il diritto: sicuramente. Facile a dirsi, ma difficile stare al passo dell’innovazione. E’ chiaro che servirà uno sforzo ampio per studiare contromisure. E in tal senso, le misure di regolazione finanziaria, che sono più elastiche rispetto a quelle emanate dai parlamenti sono uno strumento utile.

Ma prima di ogni cosa bisogna investire sulla consapevolezza. Non solo degli specialisti. Il punto di caduta di questa innovazione rimane il consumatore, ossia chi utilizza le piattaforme. Un buon modo per aumentare la resilienza del sistema, probabilmente, è riuscire a sviluppare l’expertise di ognuno di noi in chiave prudenziale. E’ un vaste programme, come direbbe qualcuno. Per questo conviene iniziare subito.