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Il credito bancario internazionale arriva a 36 trilioni


La cornucopia del credito bancario internazionale continua a erogare montagne di risorse al pozzo senza fondo della domanda internazionale, un terzo della quale arriva dai governi, banche centrali comprese. Gli ultimi dati pubblicati dalla Bis quotano uno stock che ormai ha raggiunto i 36 trilioni di dollari, ossia 36.000 miliardi, che solo nel primo quarto di quest’anno ha generato flussi per 646 miliardi, la gran parte dei quali nelle economie avanzate (AEs +460 miliardi). Le notevole accelerazioni osservate in Giappone, Eurozona e Usa sono state parzialmente compensati dai minor flussi osservati in UK, mentre i flussi verso gli emergenti (EMEs) sono tornati a crescere vigorosamente, guidati dalla domanda della regione Asia-Pacifico.

Questa crescita rigogliosa, recupera quasi completamente lo shock vissuto su base annua – il confronto con il primo quarto del 2020 segna ancora uno -0,6% – quando i flussi crollarono per 1,1 trilioni. Le AEs giocano il ruolo più importante, in questa partita. L’aumento del primo quarto di quest’anno, infatti, segue quello 351 dell’ultimo quarto del 2020, a conferma del fatto che la pandemia, almeno dal punto di vista dei prestiti internazionali, sembra davvero dietro l’angolo.

Ma ovviamente si sbaglierebbe a lasciarsi trascinare dall’ottimismo. L’esperienza insegna che questi flussi sono tanto generosi quanto volatili, esposti ossia ai capricci degli umori degli investitori internazionali. Questa montagna di credito è come una valanga pronta a rovinare a valle non appena la temperatura finanziaria si riscaldi.

Intanto però si cumula. E in buona parte grazie alla domanda sostenuta del settore ufficiale, ossia governo e banche centrali, che nel primo quarto del 2021 ha raggiunto il 27% dei flussi complessivi, dal 22% del trimestre precedente. Il settore pubblico è sempre più affamato di risorse, e questo appetito finisce col gonfiare il volume degli asset bancari, ossia gli attivi bancari corrispondenti ai passivi del settore ufficiale, che dal dicembre 2019 al primo quarto 2021 sono passati da 67 trilioni a 79, una crescita del 18%. Il 70% di questo incremento ha per lo più natura domestica. Quindi arriva dai settori pubblici nazionali.

Complessivamente i crediti verso il settore ufficiale, per lo più espressi in bond pubblici e riserve di banca centrale, sono arrivati a 21,4 trilioni nel IQ2021 dai 14,4 trilioni di fine 2019: una crescita del 48% che, pur trovando terreno fertile nella pandemia, è intervenuta in un contesto già abbondantemente esposto. Il settore pubblico alimenta da anni il credito bancario. Adesso, semplicemente, è salito di livello (grafico sopra al centro).

Ultima notazione merita l’andamento valutario, ossia la denominazione di questi crediti. Negli ultimi quattro trimestri considerati dalla Bis, gli andamenti sono stati alquanto altalenanti, ma è emersa una chiare preferenza per il dollaro – i crediti in valuta Usa sono cresciuti del 4% su base annua, mentre quelli in euro dell’1% e quelli in yen (fuori dal Giappone) sono calati del 7% – a conferma del fatto che nei momenti di crisi il mondo compra dollari e nient’altro. Una delle tante spie dell’egemonia statunitense, mai fuori moda.