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La fortuna in gas al largo della Tanzania

Parlare di giacimenti di gas proprio mentre il mondo sembra molto più interessato alla grafite o al litio sembrerà ad alcuni poco rilevante. Rimane il fatto che il gas, come d’altronde il petrolio, è ancora, e continuerà a lungo ad esserlo, uno strumento fondamentale delle nostra quotidianità. Tanto più per noi europei, alle prese col difficile percorso di separazione dal gas russo, del quale per anni abbiamo goduto senza troppi rimorsi di coscienza.
Perciò l’Africa. E anzi: la Tanzania. Questo paese, assai più famoso per il Kilimangiaro, i suo splendidi parchi naturali e i suoi gorilla, ha scoperto da qualche anno di essere titolare di rilevanti giacimenti di gas offshore che hanno spinto le autorità a varare un National Five-Year Development Plan che si propone di valorizzare questi tesori nascosti. Ovviamente tessendo per l’occorrenza partnership e quindi relazioni politiche.
Il FMI, che al tema ha dedicato un approfondimento qualche mese fa, ci ricorda che già dal 2004/05 la Tanzania ricavava piccole quantità di gas dai suoi giacimenti di Songo Songo e Mnazi Bay, che vengono utilizzate per produrre energia elettrica a scopi industriali della città di Dar es Salaam. Per lo più si produceva cemento.
La svolta è arrivata fra il 2010 e il 2015, quando al largo della costa sono state individuati 47,1 trilioni di piedi cubici di gas (oltre 13 trilioni di metri cubi) custoditi in alcuni blocchi sottomarini fuori dalla costa di Lindi e Mtwara. Shell Exploration and Production Tanzania LTD (Shell) ha fatto le sue scoperte nei blocchi 1 e 4 in collaborazione con Ophir e Pavilion. Equinor Tanzania AS (Equinor), con il suo partner ExxonMobil, ha lavorato sul blocco 2.
Adesso il piano è di commerciare, dopo averlo liquefatto, il gas estratto offshore, proseguendo le esplorazioni e costruendo gasdotti che colleghino le piattaforme alla terraferma. Si parla di investimenti che superano i 32 miliardi di dollari, più del 40 per cento del pil del paese. L’impianto di liquefazione dovrebbe avere una capacità di 15 milioni di di tonnellate l’anno (metric ton) con un arco di vita produttivo di almeno 30 anni. Il mercato di destinazione dovrebbe essere fra Asia ed Europa, lasciando quel che residua all’interno per le produzioni domestiche e le famiglie.
Con l’arrivo del nuovo presidente Hassan sono ripartiti i colloqui con il settore privato per lo sfruttamento di questi giacimenti e la commercializzazione del gas. Nel giugno del 2022 si è arrivati alla firma di un accordo che avrebbe dovuto preparare di un accordo complessivo atteso per quest’anno. Gli interventi preparatori sono molteplici, tuttavia, e difficilmente si arriverà prima del 2025 ad avere una decisione finale sull’investimento. La fase della costruzione dovrebbe durare almeno cinque anni. Quindi la previsione è di vedere crescere gli investimenti diretti esteri i Tanzania fra il 2026 e il 2030 e sviluppare almeno un trentennio di produzione ed esportazione fino al 2059.

Se tutto andrà come da programma, ed è un grande se, le conseguenze economiche della produzione e vendita del gas tanzaniano promettono di generare una piccola rivoluzione nel paese africano, che certo non si segnala per la sua prosperità, malgrado le ricchezze naturali (gas e oro). Le entrate fiscali che il progetto è capace di generare, se bene amministrate, possono essere una notevole occasione per questo stato, in larga parte agricolo e ancora ben distante dalle catene internazionali del valore a causa dei deficit annosi in capitale umano (malgrado il rapido aumento della popolazione) ed infrastrutturale.
Tutto questo ovviamente è facile a dirsi. Quanto al farsi, molto dipenderà dalla capacità del governo di trasformare queste dote naturale in un’opportunità. Speriamo di si.
La transizione (energetica) verso un mondo col 100% di debiti sul pil

Nel caso vi fosse sfuggito, e ammesso che vi interessi, pochi giorni fa il Fmi ha rilasciato il suo Fiscal monitor, tutto dedicato alla transizione energetica, dove si legge che entro il decennio il mondo arriverà ad esprimere un debito globale pari al 100 per cento del pil.
E che sarà mai, direte. Noi italiani l’abbiamo superato da tantissimo tempo e viviamo benissimo. Benissimo: oddio. Salvo tormentarsi per ogni manovra finanziaria, sperare nella compiacenza delle banche centrali e degli investitori internazionali, vivere il batticuore dello spread, stiamo benissimo in effetti. E allora di cosa dovrebbe preoccuparsi il mondo?
Preoccuparsi magari no, ma occuparsi magari del fatto che le due maggiori economie globali, ossia Usa e Cina contribuiscono talmente a questa crescita del debito che se le escludiamo dal computo il rapporto debito/pil, stimato in crescita dell’1 per cento l’anno fino al 2030, crescerebbe della metà. Detto diversamente: siamo tutti ostaggi del mal di pancia sino-americani, che trovano abbondantemente di che alimentarsi in un contesto di crescita che rallenta e di costo del debito che sale, il che non è certo un buon viatico per la sostenibilità di un debito crescente. E da quando le banche centrali hanno smesso di tenere i tassi bassi la sostenibilità è diventata un affare assai più complicato di prima.
In questo mondo, che si avvia verso un debito complessivo pari al prodotto, si inserisce con la forza di un meteorite la transizione energetica, di cui sappiamo nulla tranne che sarà costosissima. Ed è per questo che, scrive Vitor Gaspar, direttore del dipartimento fiscale del FMI, nella sua introduzione al rapporto, “il settore privato ha un ruolo cruciale da giocare”.
Il che è sicuramente vero. Ma chi ha memoria lunga e qualche annetto sulle spalle, ricorderà che il privato è bravissimo a socializzare le perdite, piuttosto che i guadagni e che i suoi calcoli economici difficilmente coincidono col benessere collettivo.
Nulla vieta, ovviamente, di provare a incoraggiarli, questi benedetti privati, a darci una mano nel nostro viaggio verso un mondo meno inquinato. Ma sempre l’esperienza ci insegna che le transizione energetiche – ad esempio quella dal carbone (che ancora si usa) al petrolio (che si userà ancora a lungo) sono stati guidati dalla fame di profitto, non certo dalle preoccupazioni ambientali. La fame di energia ha quasi condotto al disboscamento dell’Europa, alcuni secoli fa.
Perciò ben vengano i privati, ma serve anche un piano b, specie quando il debito globale si avvicina verso il livello di guardia. Il Fmi sta spingendo i suoi numerosi membri a migliorare il proprio sistema fiscale, da dove si presuppone debbano arrivare i fondi per pagare il biglietto del viaggio verso un mondo più fresco. Ma i singoli paesi sono già spremuti abbastanza (valga sempre il nostro come esempio).
Al tempo stesso si parla ancora di global saving glut, ossia di eccesso di risparmio che adesso, coi nuovi tassi sarà molto felice di finanziare a caro prezzo i governi. Forse se questi risparmiatori potessero investire su strumenti sovranazionali – modello next generation Ue, per intenderci – potrebbero pure rinunciare a qualche decimo di rendimento per lasciar dormire più tranquilli i propri capitali. I privati magari collaborano più volentieri se sono sicuri di guadagnarci, anche meno se rischiano meno. Ma per convincerli serve un progetto complessivo, davvero sovranazionale, che coinvolge le principali economie del pianeta. E questo è un lavoro per i governi, non certo per i privati.
La guerra contro l’Europa passa anche dai corridoi economici

Il tremendo riaccendersi del conflitto medio orientale dovrebbe ricordarci che questa è l’ennesima tappa della guerra contro l’Europa che alcuni regimi, non certo amanti della libertà, stanno conducendo ormai da anni. Questi regimi pensano che l’Europa sia debole e divisa, la considerano il ventre molle dell’Occidente, e colpire Israele, per il tramite di brigate terroristiche, è il modo più semplice per ricordarlo al mondo. Un disegno il cui abbozzo ha iniziato a delinearsi con l’aggressione all’Ucraina e che adesso sale di livello.
Che sia in corso una guerra silenziosa contro l’Europa non dovrebbe essere una sorpresa. E pure se questo blog non discute di questioni politiche e militari, vale la pena ricordare questa evidenza perché finisce col coinvolgere, com’è logico che sia in un contesto di realtà sinestetica, anche gli argomenti che di solito prediligiamo, ossia i grandi temi dell’economia. E fra questi, come sa bene chi segue questo blog, c’è ovviamente lo sviluppo di grandi corridoi di collegamento, ossia l’infrastruttura stessa della globalizzazione.
L’immagine che apre questo post raffigura il corridoio IMEEEC, India – Middle East – Europe Economic Corridor, la grande arteria che dovrebbe collegare l’India al Medio Oriente e, appunto, all’Europa. Come si vede dalla mappa, Israele ha un ruolo strategico nella proiezione del corridoio verso il Mediterraneo. E tanto dovrebbe bastare a immaginare quali conseguenze potrà avere sulla sviluppo di questa infrastruttura la tragedia che stiamo vivendo.
Ma se non dovesse bastare, allora vale la pena ricordare che questo corridoio è stato al centro del discorso della presidente von del Leyen al G20 del settembre scorso. l’IMEEEC, insieme al Trans African Corridor, è stato presentato come il progetto di punta della strategia europea e occidentale per lo sviluppo della Partnership for Global Infrastructure Investment (PGII), al centro dei colloqui del G20 indiano, al quale anche il nostro governo ha offerto un pieno supporto. Per l’Italia, snodo fondamentale fra Asia e Africa, partecipare a progetti del genere non è meno che vitale.
In quei giorni, fantasiosi titolisti coniarono l’etichetta di via del cotone, per significare l’alternativa occidentale alla via della seta cinese. Poi, finiti i brindisi e ingialliti i titoli. Il dossier è finito sepolto fra le cronache.
L’attacco terroristico contro Israele lo riporta alla nostra attenzione. Fra mille altre cose, ci fa ricordare che un corridoio economico è qualcosa di più che una semplice infrastruttura. E’ un progetto di convivenza. Una promessa di sviluppo. E far scoppiare una guerra nel bel mezzo del suo immaginarsi significa semplicemente che non si vogliono queste cose. Che qualcuno non vuole queste cose. L’Europa farebbe bene a prendere nota.
Cartolina. Transizione fiscale

A ogni transizione energetica ne corrisponde una fiscale, e viceversa. Gli occidentali dovranno spendere infinite risorse per trovare il modo di fare a meno di petrolio, carbone e gas, e chissà se riusciranno. D’altro canto, i produttori dovranno trovare infinite risorse per sostituire i ricavi che derivano loro dalla vendita di petrolio, carbone e gas. La transizione fiscale dal nostro mondo al prossimo chissà perché solleva meno preoccupazioni di quella energetica. Forse perché, in fondo, pensiamo che il denaro non sia un problema. E forse è davvero cosi. Solo che bisogna ripensarlo.
Cartolina. Il Grande Debitore

Per una di quelle cose che succedono, il Fmi ha scelto il colore rosso per identificare il paese che guida la classifica dei debitori internazionali. Il rosso d’altronde è il colore del debito e insieme del pericolo. Ma anche dell’obbligo di fermarsi al semaforo. Suona perciò come un appello a fermare questa corsa. Non sembra tuttavia che il famoso Grande Debitore sia intenzionato. D’altronde se lo può permettere, essendo fra le altre cose il fornitore della moneta più usata al mondo. Sicché questo paese realizza il sogno di tutti i debitori meno grandi di lui, ma anche la loro vendetta. Non solo ottiene sempre più credito, ma viene anche ringraziato.
L’inflazione e l’economia della percezione

“Le aspettative sul futuro dell’inflazione giocano un ruolo cruciale nella guida dell’inflazione, poiché influenzano le decisioni sul futuro che possono influenzare i prezzi e le retribuzioni oggi”. Così, col tono di chi dice una cosa ovvia, il Fmi, commentando uno dei capitoli del suo ultimo Outlook Report, certifica quello che a molti di noi ovvio non risulta affatto: l’ingresso definitivo del mondo nell’economia della percezione.
E’ dai tempi di Keynes che si ragiona sul ruolo delle aspettative in economia, ma mai come ai giorni nostri l’ombra del futuro, ossia qualcosa di cui non sappiamo nulla, condiziona la forma del presente. Questa distorsione temporale, che ne implica una anche spaziale, ha trasformato l’economia, da disciplina solida, per quanto triste, affidata a ragionieri e imprenditori animali da spiriti belluini, in un affare da meteorologi della contabilità. Moderni aruspici del profitto o del livello generale dei prezzi, che si affidano alle visceri di un algoritmo abitato da statistiche, ossia dal passato. Guardiamo il passato per immaginare un futuro che forma il nostro presente, nel più classico dei corto circuiti. E’ una perfetto meccanismo di stritolamento dell’immaginazione.
Questa deriva non è certamente possibile fermarla: viene alimentata costantemente dal proliferare di report, review, bollettini, Def e Nadef vari, di cui questo blog è una pallida testimonianza. Però, e anche per questo servono queste righe, va osservata e soprattutto compresa quanto alle sue caratteristiche. Se vogliamo liberarci dalla schiavitù di un futuro pre-confezionato da misteriose aspettative formalizzate con strumenti di cui si ignorano i fondamenti epistemologici e che si accettano come un semplice atto di fede, dobbiamo innanzitutto conoscerlo.
Nel merito, queste aspettative sull’inflazione hanno iniziato a vedersi al rialzo dal 2021 crescendo man mano che l’economia si surriscaldava. Adesso sono viste al ribasso ma rimangono abbastanza bloccate nella parte core, ossia al netto di energia e cibi freschi. Il fatto rilevante è che queste aspettative sono diventare un driver importante nella crescita dei prezzi.

Ed ecco la novità. L’ombra del futuro diventa densa e appiccicosa, come i prezzi che finisce per esprimere. Questa evenienza complica non poco il lavoro delle banche centrali, visto che alcune simulazioni mostrano come “l’inasprimento delle politiche monetarie ha un effetto frenante minore sulle aspettative di inflazione a breve termine e sull’inflazione quando una quota maggiore di persone osservano l’economia guardando al passato”. Ossia quello che facciamo di continuo. Per dirla diversamente, le banche centrali devono spingere di più sul pedale della restrizione per compensare il fatto che guardiamo con la testa rivolta all’indietro.
Abbiamo creato la trappola perfetta: quella delle aspettative basate sul passato che condizionano il presente. Nessuno ha una minima idea di come uscirne.
Il Fmi torna in Africa dopo 50 anni e celebra la nuova globalizzazione

La celebrazione del meeting annuale del Fmi in Marocco, fra il 9 e il 15 ottobre, non passa inosservata. La ragione l’aveva illustrata la Managing Director del Fondo, Kristalina Georgieva nel corso di un incontro con il governo della Costa d’Avorio, una delle economie africane che di recente ha mostrato un certo dinamismo, proprio la settimana precedente l’inizio del meeting: l’ultima volta che il Fmi si era fatto vedere in Africa era il 1973, a Nairobi, in un mondo in bianco e nero, e non solo politicamente, alle prese con le turbolenze della fine dei Trenta Gloriosi.
L’Africa all’epoca era ancora un corpo incerto, frammentato fra retaggi post-coloniali e attrazioni gravitazionali tipiche della guerra fredda. Oggi invece l’Africa diventa, sono parola di Georgieva “un’importante connessione con il Fmi”. Non solo perché in questi 50 anni il mondo ha cambiato pelle più volte, ma perché, come direbbero gli ottimisti, il meglio deve ancora venire.
E questo meglio, ammesso che costoro abbiano ragione, non può che includere l’Africa per evidenti ragioni demografiche, politiche, economiche e, non ultime, geografiche. “In questo continente – ha detto Georgieva – possiamo vedere come sotto una lente d’ingrandimento, le sfide che il mondo deve affrontare. Vediamo anche il suo grande potenziale. L’Africa ha risorse abbondanti e creatività ed energia illimitate. Ed è la patria della popolazione più giovane e in più rapida crescita del mondo”. Ottimi motivi per passarci una settimana insieme ai ministri delle finanze e ai banchieri centrali di 190 paesi. Un’occasione più unica che rara per l’Africa per rinverdire la propria agenda.
Detto diversamente “un’economia mondiale prospera nel XXI secolo ha bisogno di un’Africa prospera”. Le economie avanzate stanno invecchiando, osserva ancora, ma dispongono di ampi capitali da investire. Si tratta di trovare il modo di trasformarli nella chiave capace di avviare il motore africano, per “iniettare più dinamismo nell’attuale, anemica, crescita globale”.
Chi ha un po’ di memoria ricorderà di aver sentito parole simili agli inizi del nuovo secolo, con la Cina al posto dell’Africa, in tanti discorsi, quindi magari li leggerà con un po’ di sano scetticismo. Però i numeri stanno dalla parte dell’Africa come ieri stavano a vantaggio della Cina e adesso si orientano verso l’India. Un mondo globale ha bisogno di pesi massimi per spostare la sua massa a una velocità superiore a quella dell’inerzia. L’Africa è il peso maggiore. Ciò implica però che sia anche il più difficile da far muovere. Anche perché l’Africa è ancora un’espressione geografica dove infiniti poteri devono cooperare, dentro e fuori, per trasformarla in una realtà concreta. E’ una sorta di palestra della cooperazione internazionale. E quindi della buona volontà e della pazienza.
Così almeno a raccontarla dal verso giusto. Se invece la si volesse guardare dal lato cieco della semplice convenienza di corto respiro, beh: l’Africa ha già dato e continua a dare. Nessuno ne trarrà maggior giovamento di quello che ne trae adesso. Ossia non si andrà oltre la “crescita anemica” di cui parla Georgieva. E solo questo rende interessante l’esperimento.
Un buon modo per iniziarlo è aiutare gli africani a sviluppare la loro African Continental Free Trade Area, che nei calcoli del Fmi sarebbe in grado non solo di far crescere di dieci punti il reddito pro capito mediano, ma di creare la più grande area di libero scambio al mondo. Il motore africano potrebbe finalmente avviarsi. E una volta partito, chissà dove potrà condurre l’Africa. E il resto del mondo di conseguenza.
Il Fmi sta provando a fare la sua parte, oltre che tornando in Africa dopo 50 anni, istituendo il Resilience and Sustainability Trust (RST), un fondo dotato di 40 miliardi di dollari per prestiti agevolati a paesi in difficoltà, sei dei quali sono proprio africani. Uno strumento fra i tanti che il Fmi ha a disposizione per svolgere il suo mandato. Ovviamente il Fondo si propone come interlocutore privilegiato nei confronti dell’Africa. “Non vedo l’ora – conclude Georgieva – che i nostri membri accettino in terzo componente africano nel nostro board”. Più Africa nel Fmi, per avere più Fmi in Africa. Non fa una piega.
La nuova globalizzazione parte dall’Asia e punta in Africa

Un interessante bollettino pubblicato dalla Bis di Basilea conferma una tendenza già osservata da altri, che perciò inizia a diventare un fatto concreto: non c’è nessuna deglobalizzazione. Semmai una nuova globalizzazione.
Questo sorgere inizia già a mostrare alcune caratteristiche che gli economisti della Banca sintetizzano con una semplice parola: allungamento. Le catene del valore (Global value chain), ossia i collegamenti che portano una merce o un servizio da un punto a un altro, dal produttore al consumatore potremmo dire, si sono appunto allungate.
Semplificando molto, il succo è che i due centri che fino a ieri l’altro hanno animato in gran parte la globalizzazione, ossia USA e Cina, oggi vedono interporsi nuovi soggetti, per lo più in Asia. Fra i due litiganti, come sempre gode un terzo. Ma questo non vuol dire che si siano interrotte le comunicazioni fra i due grandi centri dell’internazionalizzazione. Anche litigare è una forma di comunicazione. E se si mette in mezzo un terzo ciò che accade è che aumenta il rumore di fondo, quindi serve più tempo per fare le stesse cose di prima. E questo non è necessariamente un problema: le cose comunque si fanno.

Questo, in pratica, esemplifica il grafico sopra. Notate che le relazioni che implicano due passaggi fra fornitore e consumatore sono assai più fitti di quelli che ne implicano uno solo. Fenomeno analogo, anche se meno inteso, si osserva se guardiamo non più alla geografia dei collegamenti, ma ai settori industriali.

La Bis ha confrontato questi collegamenti osservati nello scorso settembre, con quelli esistenti a dicembre 2021. Il risultato ha condotto ad alcune conclusioni. La prima è che “la dipendenza dai fornitori transfrontalieri è diminuita notevolmente”. Da cui si deduce un aumento dei collegamenti indiretti. I famosi terzi che godono. Quindi sono aumentate anche le distanze che si devono percorrere per concludere gli scambi. E questo ha ovviamente un impatto sulla logistica e sui costi dei trasporti che finisce col ripercuotersi sui costi di produzione e quindi quelli finali. Queste osservazioni, inoltre, confermano una tendenza di lungo periodo osservata in Asia, ossia una “maggiore integrazione regionale delle catene di approvvigionamento”.
Se prima la Cina spediva gli smartphone direttamente in California, per fare un esempio, adesso magari ci sarà un prodotto che fa tappa in Vietnam prima di arrivare alla destinazione finale. Ciò implica che i collegamenti fra Cina e Vietnam devono svilupparsi. Detto diversamente: la nuova globalizzazione potrebbe risultare in un numero di connessioni che aumentano rispetto al passato, ossia in una accresciuta densità di relazioni, che però ancora non sembra si sia concretizzata.
Forse la vedremo alla fine di questi processi di riallineamento. Un’altra evidenza utile da sottolineare è che “le imprese asiatiche hanno in genere un numero significativamente maggiore di partner commerciali all’interno dell’Asia che all’esterno dell’Asia, il che indica un maggiore grado di coesione della rete”. La globalizzazione sta fiorendo in Asia, insomma. Questo solleva la domanda se non sarà l’Asia il centro propulsore di questa nuova globalizzazione.
I due grafici ci dicono anche altre cose, spiega la Bis. “Il grafico 1 mostra la preponderanza delle imprese manifatturiere asiatiche e l’elevato grado di integrazione regionale del commercio in Asia. Le imprese degli Stati Uniti (in blu) e dell’Europa (in verde) compaiono in cluster separati, il primo con stretti collegamenti con l’Asia ma anche come cluster “atlantico” separato in alto a sinistra. In termini di industrie, il grafico 2 mostra il grande peso dei settori della tecnologia dell’informazione (IT) e automobilistico all’interno del manifatturiero”.
Quindi Asia, non più solo Cina, grandi produttori del mondo. Computer e automobili, grandi produzioni del mondo. Se considerare che un’auto somiglierà sempre più a un computer in movimento, comprendete perché i governi del mondo sono così in ansia quando si parla di transizione energetica e minerali critici.
L’allungamento delle catene di produzione porta con sé un’altra domanda, stavolta connessa al calcolo economico, che predilige per ovvie ragioni di costi le catene corte rispetto a quelle lunghe: arriverà il momento in cui i produttori (e i consumatori) vorranno di nuovo accorciare i tempi (e quindi i costi) degli approvvigionamenti?
Nessuno può saperlo. Ed è proprio la risposta a questa domanda che contribuirà a decidere il destino dell’Africa, che si trova proprio nel mezzo fra Asia e Usa-Occidente. Nel frattempo può essere utile ricordare che già molte auto si producono in Africa, e che il continente è pieno di minerali critici. Chi ha orecchi intenda, diceva il filosofo.
Cartolina. La spesa asociale

Non preoccupa tanto avere una spesa sociale che superi il 30 per cento del prodotto, piuttosto la constatazione che non è abbastanza, per la semplice ragione che non sembra mai troppa. Lo certifica lo stato di dichiarata infelicità che traspare dalle nostre cronache, che per quanto distorte dal desiderio di generare attenzione, raccontano di un’Italia sempre più bisognosa e al tempo stesso incapiente abbastanza da soddisfare, questi bisogni. E tuttavia non sembra che il governo lesini risorse. Al contrario. Sorge il dubbio che questa generosità, anziché alleviare la pena, l’aumenti. E’ tutto un vicendevole scrutarsi, nel nostro paese, quasi che si cerchi, nel privilegio dell’altro, la colpa del nostro dissesto finanziario, senza mai guardare in casa propria. La spesa sociale, sicché, si è trasformata. Anziché collante del nostro congiungerci in una società, è divenuta il dissolvente che la frammenta. Una spesa asociale.
Cartolina. L’inflazione dei sussidi

Gli economisti del Fmi ci avvisano che i sussidi, come quelli concessi da molti paesi europei per l’energia, rischiano di provocare uno di quei classici effetti opposti a quelli voluti. Ossia di diminuire l’inflazione oggi e peggiorarla domani, tramite il canale delle aspettative, perché gli operatori economici pensano già oggi a quando i sussidi non ci saranno più e quindi si portano avanti aumentando subito i prezzi. Lo so, c’è da smarrirsi. Viviamo immersi in un costante paradosso temporale dove il futuro forma il presente mentre guardiamo al passato. Chiaro che siamo confusi. Una certezza però la possiamo coltivare. L’inflazione dei sussidi, ossia il loro costante proliferare, quella non finirà mai.
