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Ventimila leghe sotto i mari: la metamorfosi dei mercati


Mi figuro i mercati finanziari come una gigantesca idra sottomarina le cui molte teste rimandano a un unico cuore in un pulsare frenetico di liquidità che alimenta l’intero corpo del mostro, celato negli abissi nei quali io, palombaro inesperto, mi avventuro ignaro.

Mentre scendo in profondità mi rimbombano nelle orecchie le parole di Chris Salmon, Executive Director Markets della Bank of England (“Financial Market Volatility and Liquidity – a cautionary note”) secondo le quali “i mesi recenti hanno mostrato il potenziale per brevi e profondi shock” e al contempo che “non è stata veramente testata l’abilità dei mercati finanziari ad assorbire movimenti di prezzo e di flussi che persistano per un prolungato periodo di tempo”. Sicché l’Idra mi appare fragile proprio per il suo essere mostruosa e gigantesca.

Ma sarebbe poca cosa questo mio peregrinare se mi fermassi all’apparenza e, spaventato, mi ritraessi.

Sicché continuo l’immersione fidandomi del mio personalissimo Virgilio che si dimostra ottimo conoscitore degli abissi e perciò degno di fiducia.

Ho già scoperto che la crisi ha segnato una marcata evoluzione nei mercati obbligazionari, delle monete e delle commodities (FICC markets), dovuta al fatto che i market makers, ossia gli intermediari, sono diventati più riluttanti a impiegare denaro nell’attività del warehousing risk.

Ciò ha determinato una concentrazione di tali rischi in pochi operatori, con ricadute imprevedibili sulla liquidità ogni qual volta si verifichi uno shock. Il tema merita un approfondimento, e per farlo mi servirò di un altra ricerca della BoE pubblicata nell’ottobre scorso (“How fair and effective are the fixed income, foreign exchange and commodities markets?”) che ci consente di scrutare più da vicino le varie teste dell’idra.

Ma prima giova notare un altro cambiamento intervenuto intanto nel corpo della bestia, passata pressoché sottotraccia nel dibattito pubblico sul funzionamento dei mercati: l’evoluzione della loro micro-struttura.

In particolare Salmon nota come l’uso di piattaforme elettroniche sia sensibilmente aumentato nei mercati FICC. “Tali piattaforme – spiega Salmon – sono efficaci in tempi ‘normali’ ma hanno la potenzialità di contribuire alla discontinuità dei prezzi nei periodi di stress”. Tendono insomma ad essere pro-cicliche ed esibiscono una curiosa particolarità: tendono a impallarsi quando il gioco si fa duro. “Ci sono stati diverse analisi che hanno evidenziato la temporanea non disponibilità di tali piattaforme nell’immediatezza del verificarsi della circostanza che il franco svizzero abbia rinunciato al suo peg con l’euro”.

Per farvela semplice, l’Idra, ormai elettronica, in un momento di stress estremo si addormenta, con la conseguenza che i movimenti di prezzo si esasperano.

Tale circostanza aggiunge preoccupazione ulteriore al timore che ci si stia avviando più o meno inconsapevolmente verso un periodo di instabilità senza sapere se il mostro è davvero attrezzato per reggerla. “I partecipanti al mercato devono vegliare”, ammonisce Salmon in chiusura del suo intervento. Ma non si capisce in che modo debbano farlo.

Se andiamo a vedere la metamorfosi in atto nei mercati FICC, che come ci ricorda la BoE, sostengono pressoché ogni transazione nell’economia globale, notiamo come le ragione di preoccupazione siano via via crescenti per i regolatori. Ma per capirlo serve fare un piccolo passo indietro.

Cominciamo dalle dimensioni. I mercati FICC sono semplicemente enormi. Il solo mercato delle valute muove ogni giorno circa 5 trilioni di dollari. Il mercato delle obbligazioni, corporate o governative, ormai viaggia intorno ai 100 trilioni e il settore dei derivati OTC quota ormai 700 trilioni in valore nozionale e 18 trilioni a valori di mercato. “Per questo è vitale – nota la BoE – che funzioni bene e nel migliore interesse di tutti”.

Noto che nell’anno 2000, quindi appena 15 anni fa, il settore obbligazionario pesava solo 40 miliardi.

La sfida è globale, nota la BoE: gli strumenti dei mercati FICC sono scambiati continuamente nei centri finanziari di tutto il mondo, “ma il Regno Unito è particolarmente interessato acché questi mercati funzionino bene perché quote sostanziali di questi mercati sono basati qui”.

In particolare, nota la BoE, “il Regno Unito è la sede del 70% delle transazioni di bond internazionali e del 50% del trading su derivati OTC e del 40% del trading valutario”. Inoltre “Londra è il centro principale per il trading in energia, oro, argento e altri metalli preziosi”.

Gran parte di queste operazioni sono svolte da banche straniere basate in UK che impiegano 160.000 persone solo a Londra. Secondo una stima i ricavi derivanti dai mercati FICC in Europa, 45 miliardi nel 2014, sono stati fatti per i due terzi a Londra. Il che consente al Regno Unito di conservare la sua supremazia quanto a ricavi esteri per servizi finanziari, pari a 70 miliardi nel 2013, pressoché il doppio di altri mercati.

Assodato che l’Idra elettronica parla British English, è interessante capire come mai nel tempo il mostro si sia reso protagonista di comportamenti assai disdicevoli. Da manipolazioni dei benchmark (ricorderete tutti lo scandalo Libor) o in generale del mercato dei prezzi, fino ad arrivare alla restrizione pilotata di fornitura fisica dei beni per portare in alto i prezzi. E chissà perché mi viene in mente il petrolio.

Ma non si capirebbero tali comportamenti se non si andasse ancora più a fondo.

Strizzo la mia bombola d’ossigeno, ormai allo stremo come me. Mi attende l’ultima tappa.

Mi dirigo verso il cuore di tenebra della bestia.

(2/segue)

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Borse, i croupier si comprano il casinò


C’è da fidarsi a giocare in un casinò dove i croupier si sono comprati il banco? Me lo chiedo da quando è diventata ufficiale la notizia dell’acquisizione del Nyse-Euronext da parte dell’ICE per 8,3 miliardi di dollari, una di quelle notizie che le persone normalmente disinteressate di finanza neanche notano e che i giornali confinano nelle pagine più esoteriche.

Eppure la notizia ha un’importanza che trascende la sua pur specifica settorialità, anche perché si inserisce in una tendenza ormai dominante nel mondo dei mercati (exchanges): quella di autofagocitarsi.

E’ un fatto: le borse di tutto il mondo, ma in particolare quelle americane ed europee, sono alle prese con una febbre da fusioni/acquisizioni che non ha precedenti nella storia del capitalismo. Già solo questo fatto dovrebbe suggerire che c’è in ballo qualcosa di più  del solito spirito animale da profitto.

La storia del mercato delle borse, i casinò del nostro tempo, è avara di notizie fino alla fine degli anni ’90. Le borse sono o statali o possedute da alcuni gruppi di investitori indipendenti. Si segnala, nel 1998, la creazione di Eurex, una borsa specializzata in derivati, nata con la fusione fra la tedesca Deutsche Terminboerse (DTB) e la svizzera Swiss Options and Financial Futures Exchange (SOFFEX), e poi, un anno dopo, la fusione fra le borse canadesi di Vancouver e Alberta, che dà origine al TSX Venture Exchange.

Le prime avvisaglie del grande risiko planetario si hanno nel 2001, quando le borse di Amsterdam, Bruxelles e Parigi si uniscono e danno vita a Euronext, una borsa paneuropea che poco più di un anno dopo comprerà anche il Liffe, il mercato londinese dei derivati, e la borsa di Lisbona. Degna di nota, sempre nel 2001, la nascita dell’ICE, un mercato specializzato in derivati energetici saldamente controllato da alcune banche d’affari, alcune delle quali molto attive proprio nel commercio di derivati energetici, e da alcuni fondi.

Poi, silenzio per quasi cinque anni. E’ solo a partire dal 2006 che riparte il Grande Gioco. E a riaprire le danze è di nuovo il Nyse, che si fonde con Archipelago holding, una compagnia specializzata in elettronica delle comunicazioni. Scelta non casuale, visto che l’infrastruttura, nel tempo del trading automatico, diventa l’asset privilegiato di una borsa che voglia essere davvero competitiva. E ancora il Nyse, sempre nel 2006, completa il suo capolavoro fondendosi con l’europea Euronext con un merge da 14 miliardi di dollari che crea una borsa che pesa, in termini di capitalizzazione, circa 26 miliardi di dollari. Il 2006 si conclude con la fusione delle due storiche borse di Chicago specializzate nel commercio di derivati, il Chicago Mercantile Exchange (CME) e il Chicago Board of Trade (CBoT).

Il 2007 è un altro anno di battaglia. Eurex compra l’International Securities Exchange (ISE), un mercato americano specializzato in opzioni, mentre il Nasdaq, rivale storico del Nyse, si compra per 3,7 miliardi di dollari il Nordic markets and technology group OMX, dopo il tentativo (fallito) di comprarsi la borsa di Londra, il London Stock Exchange. Quest’ultima si fonde con la nostra borsa italiana nel giugno dello stesso anno, un’operazione da 1,5 miliardi di euro.

A gennaio del 2008 si segnala un’altra grande operazione: il CME compra il mercato energetico Nymex, specializzato in derivati del petrolio, per 8,9 miliardi di dollari, dando vita al più grande mercato di derivati del mondo, con una capitalizzazione di circa 60 miliardi di dollari.

La crisi del 2008, con relativo spauracchio, mette fine al risiko. A parte un paio di operazione fra Dubai e l’Australia, i mercati si pacificano fino al febbraio del 2011, quando la Deutsche Börse rivela di aver avviato colloqui con il gigante Nyse-Euronext per arrivare all’ennesima fusione capace di creare un gigante ancor più grosso. Sui colloqui arriva la tegola di un’altra proposta targata Nasdaq e ICE, che, in aprile, mettono sul piatto 11,3 miliardi di dollari di offerta proprio per il Nyse-Euronext, che però rifiuta per ben due volte la proposta (salvo accettarla pochi giorni fa malgrado sia di tre miliardi più bassa). La proposta abortisce il 16 maggio, dopo che il dipartimento di Giustizia americano fa notare che una fusione fra Nasdaq, ICE e Nyse, avrebbe “sostanzialmente eliminato la competizione”. A settembre, intanto, la BaFin (la Consob tedesca) approva il piano di fusione fra borsa tedesca e Nyse. Sembra che la fusione si farà, ma sul deal pesa il giudizione dell’Ue, che manifesta preoccupazioni sulla posizione dominante che la fusione potrebbe provocare nel mercato dei derivati.

Si arriva al 2012. La Commissione europea, a febbraio, pone il veto sulla ventilata fusione fra Deutsche Börse e Nyse. Il sogno della superborsa tedesco-americana tramonta. A giugno si segnala l’acquisizione da parte dell’Hong Kong Exchanges and Clearing del London Metal Exchange, conteso al CME e all’ICE, e a settembre l’acquisizione della più grande borsa canadese, il TMX Group, da parte di un consorzio di banche, brokers e fondi pensione (il Maple Acquisition Corp) che sborsano 3,8 miliardi di dollari. In Giappone, sempre ad agosto, si completa la fusione fra il Tokyo Stock Exchange e l’Osaka Securities Exchange, che crea il terzo più grande mercato borsistico del mondo per valore e azioni quotate. Ma il fuoco d’artificio del 2012 rimane l’acquizione del Nyse-Nuronext da parte di ICE: il mercato più giovane del mondo si mangia quello più vecchio. Un segno dei tempi, sicuramente.

Questa lunga cavalcata ci dice alcune cose:

1) La Grande Crisi sembra giovare al fiorente mercato delle borse, per il quale si mettono sul piatto decine di miliardi di dollari;

2) A comprare le borse sono gli stessi che poi ci lavorano, ossia banche, broker, fondi: i cosiddetti investitori istituzionali, che stanno investendo risorse ingentissime per garantirsi il controllo dei mercati internazionali, in particolari quelli dei derivati, regolamentati e non;

3) L’abbondante liquidità messa a disposizione dagli Stati per fronteggiare la crisi iniziata nel 2008 ha fornito munizioni senza fine a questi investitori, che stanno consolidando i loro investimenti sui mercati per renderli sempre più tecnologicamente integrati e veloci;

4) La gestione delle borse garantisce dei ritorni eccezionali ai proprietari, visto che guadagnano su ogni operazione (comprese le proprie).

Rimane la domanda: c’è da fidarsi a giocare in un casinò dove i croupier sono i proprietari?