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Il blog va in vacanza. Ci rivediamo a settembre con la nuova stagione: New Lines

Il mondo sta diventando più piccolo proprio mentre aumenta la grandezza delle nostre ambizioni. Sognamo agenti artificiale che ci sostituiscano e al tempo stesso tagliamo i fili che ci tengono avvinti l’uno all’altro, ossia lo strumento che ha permesso questa inusitata evoluzione della nostra hybris. Oggi, che l’omunculo sembra possibile, finiamo col ritornare a ieri.

Questa straordinaria contraddizione non è semplicemente un frutto dei tempi, nei quali una massa crescente di anziani, nostalgici, ricchi ed impauriti, regge di fatto le sorti del mondo. Ma è il segnale di un’inversione del sistema di dominio che da due secoli e più ha segnato la nostra storia conducendo, fra disastri inconcepibili e progressi altrettanto stupefacenti, all’epoca più ricca della storia dell’umanità: al dominio della forza economica.

Ne riparleremo in una delle prossime pubblicazioni. Qui daremo solo un accenno perché serve a capire come sia possibile che la potenza egemone stia rinunciando volontariamente al controllo dei mari dove, ricordiamolo, passa il 90 per cento del commercio internazionale. Il disastro di Hormuz, che segna l’apice della crisi statunitense, che è politica, sociale e diventerà anche economica, significa soltanto che le rotte orientali, che hanno permesso la globalizzazione degli ultimi trent’anni, sono arrivate al punto di rottura.

Se fosse solo un problema tecnico, ossia la necessità di trovare una rotta alternativa, non sarebbe poi un così grosso problema. La storia è piena di rotte abbandonate che preparano l’avvento di nuovi collegamenti. La vecchia Via della Seta era una rotta centrale nel commercio antico e medievale e non ne avremmo mai più parlato se la Cina non l’avesse ritirata fuori inseguendo il suo progetto di internazionalizzazione economica. Fuori tempo massimo, viene da dire. L’economia era già entrata in crisi, quando Pechino ha tirato fuori questo coniglio dal cappello.

Attenzione, non stiamo parlando di una crisi economica, intesa come crash congiunturale. Ossia di un evento consueto nella storia dell’economia. Ma della crisi dell’economia come strumento di organizzazione del dominio. L’epoca del dominio dell’economia sulle società risale almeno agli inizi del XIX secolo. Quando Carl Schimtt scrive “Le categorie del politico”, quindi nella prima metà del secolo XX, questa consapevolezza è ampiamente teorizzata e codificata. I teorici del liberalismo del primo ventesimo secolo citati dal politologo tedesco non hanno dubbi in proposito: l’economia era la forza che doveva guidare il mondo – un pensiero che già Benjamin Constant aveva espresso un secolo prima – per far cessare l’epoca delle guerre.

Un’illusione pericolosa, già allora. Due conflitti mondiali hanno reso chiaro che le altre forze che reggono il dominio, a cominciare da quella militare, non sono cose che si possano estirpare dalla trama della storia scrivendo un saggio. Il secondo dopoguerra è il racconto del tentativo – fallito – di usare l’economia come strumento di dominio promettendo la botte piena – ossia una società securizzata dalla rendita – e la moglie ubriaca, quindi sazia. La nostra crescente denatalità e il nostro declino cognitivo sono la cartina tornasole di questo fallimento.

L’epoca del cosiddetto neoliberismo, iniziata a partire dagli anni ’80 del secolo scorso è semplicemente la ciliegina sulla torta. Un refrain dei sogni del XIX secolo che ha finito col generare la stessa situazione della fine di quel secolo: una Belle époque che ha semplicemente scatenato il desiderio di vedere altre forze all’opera.

Nulla racconta meglio di questa transizione dell’innamoramento del popolo italiano, che da Berlusconi, eroe della forza economica, passa a Vannacci. Dal miliardario al generale. Quindi, dalla forza economica alla forza militare.

Siamo, quindi, nel mezzo di un movimento strutturale. Le popolazioni occidentali, che continuano a volere la botte piena e la moglie ubriaca, non credono più che sia la forza economica lo strumento capace di garantirgliele. Sognano il generale, visto che il miliardario ha fallito. E quindi riportano il mondo nel tempo delle guerre. Quelle vere, però. Non quelle dissimulata dal rassicurante mondo della concorrenza economica. La chiusura di Hormuz, che è tutto il contrario della logica economica, si può capire solo partendo da qui.

Senonché le transizioni non sono mai semplici. Una popolazione istupidita da decenni di intrattenimento e dal desiderio di sicurezza comprato dal debito pubblico può arrivare a desiderare la guerra, come è accaduto negli anni Dieci del XX secolo, ma non è affatto detto che sia capace di affrontarla. Mancano, semplicemente, le energie. Siamo troppo vecchi e pieni di paura.

Perciò il vecchio mondo cercherà disperatamene di sopravvivere, affidandosi a chiunque sarà in grado di fargli credere che ha la ricetta per fermare l’orologio della storia. Non si capisce il populismo, stavolta, se non si parte da qui.

Questo ci conduce alla nostra nuova stagione che inizierà a partire da settembre. Andremo in cerca delle nuove linee intorno alle quali è plausibile si costruiranno le relazioni internazionali internazionali di domani. Parleremo quindi di rotte commerciali, che sono le linee di cui si occupa l’economia. Ma non solo. Questo blog, come sa chi lo segue da tempo, non è un semplice blog di economia. E’ il tentativo di usare l’economia come lente attraverso la quale provare a indovinare la storia.

La storia è stata sempre il punto di caduta della nostra ricerca e quindi le nuove linee che andremo a cercare sono quelle verso le quali, ragionevolmente, ci sta spingendo la storia.

L’economia è stata l’autostrada della storia degli ultimi due secoli – Marx è stato il profeta di quest’epoca – ma questo tempo ormai è al tramonto. La nostra ricchezza diventa sempre più abbondante ed effimera. Pronta a scomparire, come questo blog. Basta un semplice black out.

Ci rileggiamo a settembre.

Buone vacanze, se le fate.