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Il conto salato della lowflation italiana


Il debito crescente e l’inflazione declinante hanno finito col diventare una terribile tenaglia che sta stritolando i paesi europei, specie quelli più fragili. A cominciare dal nostro.

Il sostanziale fallimento del deleveraging europeo, determinato da una combinazione di crescita bassa e debito totale in aumento, ha visto aumentare il suoi rischi potenziali da quando l’Europa è stata investita da un robusto calo dei prezzi che la Commissione nelle sue previsioni d’autunno definisce timidamente “disinflazionaria”. La parola deflazione, evidentemente, è un tabù.

Sia come sia, rimane la questione che la disinflazione non accenna a mitigarsi. La Commissione scrive che l’indice dell’inflazione HICP, nei primi tre quarti del 2014 è stato dello 0,5% nell’Ue e ancora meno, lo 0,4% nell’eurozona. Se poi andiamo a vedere il dato disaggregato, si osservano paesi in chiara deflazione. Che poi, ovviamente, sono quelli dove la crisi ha colpito più forte.

Qui, tuttavia, non voglio tanto entrare nel discorso del perché e del percome dell’inflazione europea. Ognuno avrà le sue opinioni e quella maistream la fa dipendere innanzitutto dal costo declinante dei beni energetici e dalla debolezza della domanda. Quello che è più interessante è osservare l’effetto di tale dinamica, che peraltro si stima proseguirà anche nei prossimi anni, sullo stock di debito, e in particolare di quello pubblico che purtroppo non accenna a diminuire.

Quindi dobbiamo innanzitutto osservare lo stato della finanza pubblica in Europa. La buona notizia è che il trend del rapporto deficit/pil per l’intera area continua il suo calo. Le previsioni sono che l’Europa si assesti stabilmente nell’ambito del magico 3%, e l’eurozona addirittura del 2,6, con previsioni che si abbassi ancora da qui al 2016.

Merito del consolidamento fiscale di questi anni, osserva la Commissione soddisfatta. Che però lo è assai meno quando va a guardare il livello globale raggiunto dal debito pubblico.

Prima di osservare questa variabile, vale la pena sottolineare che il consolidamento, sempre riferito all’intera Ue, è avvenuto in parte con l’aumento delle entrate governative (quindi delle tasse), che nel 2010 pesavano circa il 44% del Pil e nel 2013 hanno sfiorato il 46%, e in larga parte con il taglio delle spese, che dopo aver sfiorato il 51% del Pil nel 2009, sono scese al 49% del 2013 e sono previste in calo fino a quasi il 47% nel 2016, mentre le entrate dovrebbero essere sempre nell’ordine del 46%. Ciò dovrebbe disilludere tutti coloro che credono che gli stati europei possano fare politiche fiscali espansive.

E veniamo a debito pubblico. La crescita del debito pubblico nell’intera area è prevista continui per tutto il 2014 e il 2015, quando raggiungerà il picco dell’88,3% nell’Europa fuori dall’euro e il 94,8% nell’eurozona. Ovviamente, il dato aggregato non tiene conto delle profonde differenze fra i vari paesi. Dal 2016 in poi il debito dovrebbe iniziare a declinare, di pari passo col restringersi del deficit.

Dovrebbe, appunto.

I rischi infatti non sono da sottovalutare. Oltre a quello più evidente, ossia che rallenti la crescita, e quindi peggiori a causa dell’effetto “denominatore” il rapporto debito/Pil, adesso si è aggiunto quello che ha sorpreso tutti gli analisti: il calo dell’inflazione.

Quest’ultima ha effetto sul valore del Pil nominale, e quindi replica l'”effetto denominatore” di cui ho già parlato, aggravandolo. Il combinato disposto fra crescita lenta e prezzi declinanti, in tal senso, può essere devastante per l’indicatore debito/pil. Potrebbe succedere che il declino del debito, che dovrebbe seguire al consolidamento fiscale, non sia sufficiente a compensare l’effetto denominatore, col risultato che il rapporto peggiora, con tute le conseguenze che ciò comporta sul versante finanziario.

Sappiamo già che un’inflazione bassa non fa bene al debito, rendendo più oneroso il tasso di interesse implicito. E che proprio in ragione di ciò i governi e i loro banchieri guardino benignamente a un tasso di inflazione moderato. Ma che succede se questo tasso moderato è troppo moderato?

La Commissione ha preso talmente a cuore questa domanda che ha prodotto, sempre nelle sue previsioni autunnali, un pregevole box dove si calcola l’effetto di una disinflazione prolungata sui bilanci pubblici europei.

“Il livello molto basso di inflazione nell’euro area – scrive la Commissione – è una questione particolarmente preoccupante”. E i numeri della simulazione ci spiegano perché.

Al momento la probabilità che l’inflazione nel 2016 sia ancora sotto l’1% viene quotata intorno al 30%. Tale scenario potrebbe verificarsi, ad esempio, se i prezzi dei beni energetici declinassero del 10% dal livello attuale.

Per simulare l’impatto di uno scenario siffatto, la Commissione ha usato il suo Debt sustainability monitor, ossia uno strumento matematico che calcola l’impatto sul debito di un’inflazione che, nella stima predisposta, si assume di 0,5 punti più bassa di quello dello scenario baseline per un periodo di dieci anni.

Ebbene, la simulazione evidenza che uno scenario di disinflazione protratta potrebbe condurre a un rapporto debito/pil più elevato di almeno il 5% per il Belgio, l’Irlanda, la Spagna, la Francia, la Croazia, il Portogallo e, dulcis in fundo, l’Italia.

Ovviamente lo stato di partenza del rapporto debito/pil ha la sua importanza. Per un paese come il nostro, che parte da un livello di debito pubblico più elevato degli altri, l’effetto disinflazione costa ancora più salato.

In particolare la Commissione scrive che nel caso dell’Italia il “contagio” della disinflazione sul debito procederebbe più lentamente “sempre che il paese mantenga un avanzo primario grande abbastanza da mantenere il debito lungo una traiettoria declinante”.

Inutile  ricordare che mantenere un avanzo primario robusto è il pre requisito della stabilità della nostra finanza pubblica. E che ciò vuol dire continuare il consolidamento fiscale che così tante gioie ci ha regalato in questi anni.

Senonché, pure ammettendo che riusciamo a far crescere a sufficienza il nostro avanzo primario, quello che si osserva dalla simulazione è che se l’inflazione si scosta dallo scenario base, da qui al 2025 anziché avere un debito/pil del 107,6%, nel 2025 saremo ancora al 114,5. Quasi sette punti di pil in più di debito. Che valgono, ai valori correnti, oltre 100 miliardi di euro.

La disinflazione, presenterà un conto salatissimo per l’Italia.