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Servono 15 anni e oltre 2.000 miliardi di investimenti per dare una svolta all’Africa

Mettiamo che Ocse abbia ragione. Che, vale a dire, l’Africa abbia bisogno di investimenti infrastrutturali annui pari a circa il 5% del pil del continente, quindi oltre 150 miliardi l’anno, per arrivare nel 2024 a raddoppiare il suo prodotto interno lordo. Per diventare la nuova Cina, insomma. Rimarrebbe comunque la domanda: da dove dovrebbero arrivare questi denari?

Abbiamo già visto che l’Africa dispone di capitali propri per circa quattro trilioni, che però fanno fatica ad essere mobilitati per le difficoltà e i limiti che ancora affliggono i mercati finanziari africani. Ma queste difficoltà, sottolinea Ocse (Africa’s Development Dynamics 2025 report) si confrontano con un crescente dinamismo dell’economia africana nel suo complesso, che non è ancora al livello asiatico, ma ha già superato altre regioni emergenti.

Nel 2025, secondo l’organizzazione parigina, l’economia africana crescerà del 3,9%, meno del 4,4% dell’Asia, ma quasi il doppio del 2% dell’America Latina. E poiché l’Asia concluderà la sua fase espansiva entro la fine del secolo, stando almeno alle previsioni demografiche che vedono anche l’India in declino nella seconda parte del secolo, rimane solo l’Africa ad avere concrete possibilità di sviluppo. Sempre che, ovviamente, riesca a superare i suoi colli di bottiglia interni. Uno dei quali, appunto, è la dotazione infrastrutturale.

Vedremo in altri post le notevoli differenze nella dotazione di infrastrutture fra le diverse regioni africane. Qui puntiamo l’attenzione sul dato macro e sugli obiettivi di medio-lungo periodo, magari partendo da quelli che si è data l’Africa stessa nell’Agenda 2063. In particolare avere per quell’anno “infrastrutture di livello mondiale che attraversano l’Africa”.

Per riuscire, lo abbiamo visto, serve un flusso di investimenti superiore al 5% del Pil l’anno, con punte del 9 e dell’8% per l’Africa orientale e centrale, dove la mancanza di infrastrutture è ancora più grave. Il 58% di questa enorme quantità di risorse serve a costruire le infrastrutture, il 48% alla loro manutenzione. dettaglio che spesso si tende a trascurare.

Sempre ragionando per aggregati. investire 150 miliardi l’anno fino al 2040 incrementerebbe il pil africano di 2,83 trilioni entro il 2040, praticamene raddoppiando gli attuali 2,8 trilioni, determinando una crescita complessiva (7% l’anno) persino maggiore di quella prevista nell’Agenda 2063. Saremmo, insomma, al livello attuale dell’India.

Questo scenario idilliaco contrasta con la scarsa propensione dei governi africani a investire in infrastrutture, rispetto almeno ad altre realtà. Fra il 2016 e il 2020 il flusso di investimenti infrastrutturali è stato in media di 83 miliardi l’anno, la metà di quanto sarebbe stato necessario. Il 41% di questi flussi sono arrivati dai governi, il 48% dai fondi di sviluppo e l’11% da investitori privati.

In sostanza in questo periodo i governi africani hanno speso in media l’1,3% dei loro pil (34 miliardi di dollari) ogni anno per le infrastrutture. Per fare un confronto, la Cina ha speso il 6,7% e il Vietnam il 5,1%. Negli anni 2019-20 solo quattro governi africani (Tanzania 5%, Zambia 5.6%, Lesotho 5.7% e Comoros 7%) hanno superato il livello del 5% di investimenti infrastrutturali.

Questa tendenza è anche frutto del limitato spazio fiscale di cui molti paesi dispongono. Secondo Ocse negli anni 2019-23 i governi africani spendono in media sette volte più per il servizio del debito che per le infrastrutture. E questo dipende anche dalle notevole differenze di tassi applicati dai diversi prestatori, che oscillano dallo 0,2 al 7,7%.

L’Africa sconta anche un certa diffidenza a causa della percezione dei rischi connessi all’investimento in questo paese. Il costo del capitale per le infrastrutture africane si colloca al 13%, che si confronta con il 10% dell’Asia emergente e con l’8% dei paesi Ocse. Il costo dell’equity è circa 1,6 volte più alto in Africa che nei paesi Ocse. Più rischi, più costi. ovviamente. Ma anche più opportunità, almeno se uno ci crede.

Ed è proprio su crederci, che in economia ci chiama credito, che l’Africa si giocherà il suo futuro. Il recente vertice fra UE e Unione Africana di fine novembre, aldilà dei ribaditi impegni di collaborazione, ha mostrato con chiarezza che l’Europa con i suoi promessi 150 miliardi di prestiti per investimenti è solo una goccia nell’oceano dei bisogni africani. Quanto al resto del mondo, non c’è da sperare che prestino denari se non per averne vantaggi. Detto diversamente, deve essere l’Africa a credere a se stessa prima di tutto e prima degli altri. Non è ancora chiaro se siamo entrati in questa fase.

Una stablecoin compra più titoli Usa del Giappone e degli Emirati

Siamo arrivati così al punto che una sola stablecoin – Tether – nell’ultimo anno e mezzo ha comprato più titoli del Tesoro Usa degli Emirati Arabi e del Giappone, sfiorando il primato della Cina. Il fatto che questa informazione sia contenuta nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della Bce ci dice molto dei rischi che comporta questa curiosa evoluzione dei nostri mercati. Perché uno stato lo sappiamo cos’è e perché compra dei titoli di un altro stato. Ma una stablecoin?

Sappiamo a stento cosa sia. Di Tether si sa ben poco, salvo che è controllata dai proprietari di Bitfinex, un mercato di criptovalute, e si conoscono alcune figure di spicco che la gestiscono. Ma si rimane sempre nella zona opaca, per lo più basata su registrazioni offshore, che caratterizza il mondo cripto, che solo di recente ha iniziato ad essere regolamentato.

Questo mondo è cresciuto vorticosamente, e quello delle stablecoin ancor di più. Complessivamente questi strumenti, che replicano sostanzialmente le valute ufficiali agganciandosi a una di queste, ormai superano i 280 miliardi di capitalizzazione, rappresentando l’8% del mercato cripto. Tether (USDT) e USD coin (USDC), rappresentano il 63% di questa capitalizzazione (184 miliardi) e il 26% (75 miliardi).

Le stablecoin denominate in dollari Usa costituiscono il 99% di tutte le stablecoin in circolazione.

L’uso di queste stablecoin è sempre più frequente nei mercati dove si fanno scambi in criptovalute perché permettono di effettuare i pagamenti senza bisogno di convertire l’asset in una valuta fiat. “Stablecoin come USDT e USDC sono ormai le unità preferite per le negoziazioni sulle piattaforme di trading di criptovalute – scrive la Bce -. Circa l’80% di tutte le transazioni eseguite a livello globale sulle piattaforme di trading cripto centralizzate coinvolge le stablecoin, il che dimostra che sono diventate essenziali per il funzionamento dell’ecosistema di cripto-attività.

E’ ancora controversa l’opinione che questi strumenti siano utilizzati anche fuori dai circuiti cripto, in particolare per i pagamenti trasnfrontalieri. Ma il punto rilevante non è tanto questo. Il fatto che suscita apprensione è che il volume degli acquisti di titoli Usa, che come è noto sono un collaterale fondamentale delle transazioni finanziarie internazionali, abbia finito col dipendere così tanto da questi soggetti.

“Una vendita massiccia di queste stablecoin – sottolinea la Bce – potrebbe innescare una svendita forzata dei loro asset di riserva (ossia i Treasury Usa, ndr), il che potrebbe influenzare il funzionamento dei mercati dei titoli del Tesoro USA. Questo potrebbe rappresentare un rischio significativo se le stablecoin e le loro riserve di asset corrispondenti dovessero continuare a crescere rapidamente, con alcune proiezioni che suggeriscono che la capitalizzazione di mercato potrebbe raggiungere i 2 trilioni di dollari entro il 2028“.

La rischiosità della situazione si comprende più accuratamente se si ricorda l’alto grado di concentrazione di capitalizzazione su due soli soggetti. Ne deriva che “il fallimento di una sola entità potrebbe avere un impatto diffuso, anche in assenza di una crisi sistemica delle stablecoin.”

I tanti che si preoccupano dei disastri che potrebbe provocare l’eccessivo flusso di investimenti sull’AI dovrebbero osservare anche questo particolare segmento di mercato, che promette di diventare sempre più grande. E perciò davvero pericoloso.

Cartolina. I nuovi europei

Sono sempre più numerosi i partecipanti al mercato del lavoro europeo nati all’estero. Erano l’8 per cento nel 2014, sono arrivati al 12,6 per cento nel 2024. Un aumento del 50 per cento in dieci anni, che probabilmente fa il paio con la diminuzione delle nascite di nuovi europei. O quantomeno c’è da augurarselo. A meno che non si voglia fare dell’Europa una sorta di non luogo, a metà fra un ospizio a cielo aperto, fiscalmente oppressivo, e un villaggio vacanze. Qualcuno, a sentire certi discorsi, sembra che accarezzi davvero quest’idea. Ma finché arriveranno nuovi europei, dovranno rassegnarsi. L’Europa rimarrà viva. O quantomeno vivibile.

Cartolina. Negli anni Trenta

L’Europa, mai così unita e mai così divisa, trova nella spesa militare l’ennesimo campo nel quale esercitare il suo talento a far tutto e insieme il suo contrario. I paesi orientali e quelli nord orientali, più vicini all’orso russo, l’hanno quasi raddoppiata, nel corso di un decennio, mentre quelli dell’Ovest crescono piano piano. Prendono tempo. Alla fiera dell’Est si vendono molte armi e manca ancora il contributo più rilevante, quello della Germania, che vedremo nel suo generoso svolgersi entro la fine del ventennio. Per allora anche l’Europa dell’Ovest farà sentire il peso dei propri bilanci. Negli anni Trenta, complice la paura e un disperato bisogno di inventarsi qualcosa per sfuggire alla depressione economica, l’Europa, ad Est ma anche Ovest, sarà un immenso mercato armato. Come un secolo fa.

L’import Usa dalla Cina torna al livello del 2001

Nel mondo che cerca di tornare indietro anziché provare ad andare avanti è sicuramente considerata una buona notizia che la quota di importazioni statunitensi dalla Cina sia ormai al 9%, lo stesso livello del 2001. Ossia prima che la Cina entrasse nel Wto e cominciasse la Grande Globalizzazione dei primi anni Dieci terminata con il crollo finanziario provocato dalla crisi subprime.

Il dato è contenuto in un bel paper pubblicato dal NBER che farà la gioia dei teorici del decoupling – il disaccoppiamento – fra Usa e Cina. Ma questo dato ci dice molto poco circa la possibile direzione futura degli Usa, che di questo risultato sono stati artefici molto volenterosi. “Gli Stati Uniti non si sono ancora disaccoppiati o deglobalizzati dal resto del mondo, nonostante abbiano ridotto i loro legami commerciali diretti con la Cina”, scrivono gli autori.

Inoltre, “i 20 principali partner commerciali degli Stati Uniti rappresentano ancora una quota simile delle importazioni totali degli Stati Uniti a luglio 2025, come prima della guerra commerciale del 2017”. In sostanza c’è stata una riorganizzazione, ma nessuna rivoluzione. La globalizzazione prosegue, ma per altre vie.

Questa “Grande riallocazione”, inizia nel 2018-2019 quando la prima amministrazione Trump introduce dazi unilaterali contro la Cina, alzando le tariffe medie di circa 20 punti percentuali. Nel 2020-2021 la pandemia di Covid-19 amplifica la percezione di vulnerabilità delle supply chain globali, alimentando discorsi su reshoring, nearshoring e friendshoring.

Tra il 2021 e il 2024 l’amministrazione Biden mantiene gran parte delle misure protezionistiche, consolidando il nuovo assetto. Infine, nell’aprile 2025, la seconda amministrazione Trump annuncia un nuovo pacchetto di dazi, accelerando ulteriormente il processo di decoupling. Il risultato è un progressivo spostamento delle importazioni USA dalla Cina verso altri partner, in particolare Vietnam, Messico, Taiwan e Corea del Sud, con un incremento di circa 2 punti percentuali. Questa riallocazione non ha comportato una riduzione complessiva delle importazioni Usa. Anzi: sono cresciute in media del 5,7% annuo tra il 2017 e il 2024. Si tratta quindi di una diversificazione, non di una ritirata dall’economia globale.

Un aspetto interessante del paper riguarda la natura dei beni coinvolti. I prodotti ad alta intensità di capitale e competenze provenienti dalla Cina sono calati costantemente. A partire dal 2021 la riallocazione ha coinvolto anche beni che richiedono input specializzati e relazioni di lungo periodo con i fornitori. Inoltre, si è estesa ai prodotti caratterizzati da rapporti durevoli tra acquirente e fornitore. Nonostante i costi di cambiamento, molte aziende hanno deciso di riorientare le catene di fornitura.

Rimane il fatto saliente: gli Stati Uniti non si stanno isolando dal mondo. Le importazioni complessive sono cresciute e la rete di partner commerciali rimane ampia. Ciò che è cambiato è la dipendenza dalla Cina, ridotta drasticamente. La diversificazione, tuttavia, è rimasta confinata ai principali partner già consolidati. Non si osserva un’espansione significativa verso paesi nuovi o fuori dai cluster industriali esistenti. In altre parole, la globalizzazione continua, ma con nuovi equilibri geopolitici.

Gli autori sottolineano che la riallocazione è un fenomeno strutturale, non ciclico. Tuttavia, restano diverse incognite. La politica commerciale Usa rimane incerta e rende difficile pianificare investimenti di lungo periodo. Spostare produzioni non elimina i rischi, ma li redistribuisce: Vietnam e Messico potrebbero trovarsi sotto pressione in caso di shock futuri. I dazi hanno aumentato i prezzi di molti beni importati, con effetti sul potere d’acquisto dei consumatori. Infine, la riallocazione riflette un allineamento lungo linee geopolitiche, con blocchi commerciali sempre più definiti.

La Great Reallocation segna un punto di svolta nella storia del commercio internazionale. In meno di otto anni, gli Stati Uniti hanno ridotto la loro dipendenza dalla Cina riportandola ai livelli di inizio secolo. Tuttavia, il paese rimane profondamente integrato nelle catene globali, con una rete di partner diversificata. Le domande aperte riguardano il futuro della globalizzazione. Si assisterà a una frammentazione in blocchi regionali, con supply chain più corte e geopoliticamente allineate? I paesi emergenti come Vietnam e India riusciranno a consolidare il loro ruolo senza dipendere eccessivamente dalla Cina? Gli Stati Uniti manterranno una politica commerciale aggressiva o cercheranno nuove forme di cooperazione? La risposta a queste domande definirà il prossimo capitolo della globalizzazione.

La domanda di auto in Europa ancora sotto il livello del 2018 e il futuro è stagnante

Nel lungo declino del settore automobilistico, che ha molte ragioni ma poche soluzioni, i dati raccolti dalla Bce nel suo ultimo bollettino economico ci dicono alcune cose che può essere utile riepilogare a uso e consumo degli osservatori.

La prima, quella più dolorosa: la domanda di aiuto espressa dalle immatricolazioni è ancora 20 punti sotto il livello del 2018. La produzione addirittura 30. Sono numeri che raccontano di un terremoto strutturale che solo in parte viene spiegata dai gusti dei consumatori che nel frattempo sono mutati. Si comprano più auto ibride e qualche veicolo elettrico in più, in gran parte grazie ad incentivi. Ma i vecchi motori a combustione ormai rappresentano appena il 40% delle immatricolazioni, quando erano più del 90 nel lontano 2018. A furia di sentirsi ripetere che non dovevano comprare queste auto, insomma, i consumatori si sono convinti. E poiché il settore auto rappresenta ancora il 10 per cento del valore aggiunto della manifattura, adesso stiamo piangendo le classiche lacrime di coccodrillo.

Ma questo non basta a farsi un’idea chiara di quello che sta succedendo. Ad esempio è utile osservare che a luglio 2025 il 53 per cento dei soggetti intervistati aveva detto di aver acquistato un’auto di seconda mano nei trenta giorni precedenti a fronte del 47 per cento che aveva comprato un’auto nuova. E questa maggioranza di consumatori che ha acquistato un’auto usata ha comprato per il 70 per cento motori a combustione. Vuol dire che se ne infischiano dell’ambiente? Forse, più semplicemente, si sono fatti due conti e hanno un vincolo di portafogli. Chiunque oggi si avvicini al mercato delle auto nuove, infatti, si trova davanti a prezzi che spesso superano di gran lunga il reddito annuale netto medio di una persona.

Se infatti guardiamo alle ragioni che hanno spunto verso il mercato dell’usato osserviamo che tutti, anche i più benestanti e addirittura più loro che i meno abbienti, temono i rischi di svalutazione cui sono esposte le auto nuove in un mondo che non sa cosa deve fare da grande. Mentre i meno abbienti fanno semplicemente più fatica a trovare credito. E questo ovviamente dipende anche dagli importi che si richiedono.

Riguardo al futuro, le prospettive sono ancora meno incoraggianti. “La maggior parte degli intervistati dell’indagine non aveva intenzione di acquistare un’automobile entro l’anno successivo; l’incertezza economica e finanziaria e la preferenza per modalità di trasporto alternative hanno contribuito a questa intenzione, soprattutto per le famiglie a basso reddito”. Come dar loro torto? In un’economia dove ancora crescono i prezzi dei beni alimentari, mentre i redditi stagnano, bisogna pur darsi delle priorità. Solo l’11 per cento degli intervistati, infatti, ha comunicato di voler acquistare un’auto l’anno prossimo.

“È probabile che la ripresa della domanda di autovetture nell’area dell’euro si confermi debole in futuro, considerando il persistere di criticità”, conclude la Bce. Non solo. “Il limitato interesse delle famiglie per i veicoli esclusivamente elettrici indica che probabilmente il passaggio all’elettrificazione continuerà a essere graduale”. I politici faranno bene a rassegnarsi. I cittadini già lo hanno fatto.

Cartolina. La spesa salutare

Un uomo statunitense che aveva 60 nel 2021 aveva una speranza di vita di 20,6 anni un terzo dei quali con problemi di salute capaci di complicargli la vita. Per una donna la speranza di vita aumenta fino a 23,4 anni, ma con le stesse limitazioni. In Giappone le donne arrivano a 28,3 anni di speranza di vita e gli uomini a 24,3. Ciò malgrado gli Usa spendano per la sanità parecchio più del Giappone. O forse proprio per questo: spendono di più perché la gente si ammala di più. Col che torna in mente la saggezza di Ippocrate. Quella che immaginava il medico come colui che doveva prevenire la malattia, non curarla. Forse se perseguissimo questa filosofia spenderemmo di più in istruzione e meno in sanità. Ma sarebbe una spesa davvero salutare.

Il Grande Bellissimo Bill Act che fa esplodere il debito pubblico Usa

Un corposo paper pubblicato di recente dal NBER ci mette nella condizione di comprendere meglio non solo il percorso di sostanziale insostenibilità del debito pubblico statunitense, ma anche di osservare il notevole peggioramento nella sua traiettoria che il recente “One Big Beautiful Bill Act” (OBBBA) firmato nel luglio scorso dal presidente americano apporterà alla contabilità governativa.

Secondo le stime del Congressional Budget Office (CBO), la legge aumenterà il deficit federale di circa 4.1 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni. Se le disposizioni temporanee contenute nella legge verranno rese permanenti, il deficit potrebbe salire fino a 5.5 trilioni di dollari entro il 2034. Queste cifre tengono conto sia degli effetti diretti delle misure fiscali che delle conseguenze indirette sull’economia e sui tassi d’interesse. Questo in un contesto di squilibrio permanente fra ricavi e spese federali cresciuto molto nell’ultimo ventennio.

Nel merito, La legge innalza il tetto del debito pubblico di 5 trilioni di dollari e rende permanenti molte delle agevolazioni introdotte dal Tax Cuts and Jobs Act (TCJA) del 2017. Tra queste: riduzione delle aliquote dell’imposta sul reddito; aumento della deduzione standard; eliminazione dell’esenzione personale; maggiore soglia di esenzione per l’imposta di successione; estensione del credito d’imposta per i figli. Inoltre, viene ampliata la deduzione per le imprese individuali (sezione 199A) e aumentato il limite per la deduzione delle imposte statali e locali a 40.000 dollari per famiglie con reddito inferiore a 500.000 dollari, valido dal 2025 al 2028.

Il provvedimento prevede anche diverse misure a favore delle imprese (ammortamento completo per investimenti qualificati e costi di ricerca e sviluppo; maggiore flessibilità nella deduzione degli interessi passivi; modifiche alle regole sui crediti d’imposta esteri). Fino al 2028, l’ammortamento completo si applicherà anche agli investimenti in strutture produttive. Inoltre sono state inserite anche alcune proposte lanciate dal presidente in campagna elettorale, come la riduzione delle tasse su mance, straordinari e le agevolazioni fiscali sui prestiti auto.

Dal lato dei costi, il governo ha pensato bene di recuperare risorse eliminando o riducendo i crediti d’imposta per l’energia pulita e veicoli elettrici introdotti con l’Inflation Reduction Act del 2022. Inoltre, revoca fondi non spesi destinati a programmi ambientali gestiti da alcune agenzie federali e viene anche incentivato l’uso commerciale delle terre pubbliche e l’aumento della deforestazione.

Sul versante della spesa sociale si segnalano tagli per 990 miliardi su Medicaid, altri 187 in meno sui buoni alimentari e 320 sui prestiti studenteschi. Altri tagli per parecchie decine di miliardi sono concentrati su alcuni dipartimenti. Al contrario viene aumentata di 150 miliardi la spesa per la difesa e di 131 miliardi la sicurezza interna.

In sostanza è un provvedimento che rappresenta una svolta significativa nella politica economica statunitense. Con un mix di tagli alle tasse, riduzioni della spesa sociale e incentivi alle imprese. E’ prevedibile che le sue implicazioni sul debito pubblico e sull’equità sociale saranno oggetto di dibattito nei prossimi anni. Ma molti osservatori sono convinti che gli effetti che si faranno sentire ben oltre il 2034. E anche i mercati, probabilmente.

Il digitale è l’ultima frontiera dello sviluppo africano

Nella lunga ricognizione che abbiamo iniziato sullo stato di saluta delle infrastrutture strategiche africane il digitale è sicuramente l’ultimo arrivato, ma il primo in un’economia che si vuole sempre più smaterializzata. Il che sembra a dir poco ironico per un continente che manca di molte cose essenziali, o ne è molto poco dotato.

Ma che si tratti di una necessità, quella di dotare l’Africa di una infrastruttura digitale di ultima generazione, non lo dicono solo il buon senso e la demografia, che vede una marea di giovani africani. Lo illustrano anche con chiarezza anche i corposi investimenti che il capitale internazionale, ma anche quello africano, stanno dedicano alla costruzione di queste infrastrutture, a cominciare dalla dotazione di cavi sottomarini, che il grafico che apre questo post riassume.

Ma prima di parlare di cavi ci sono ovviamente le reti mobili. L’ultimo rapporto dell’Africa Finance Corporation (AFC) ci racconta che ormai la copertura di reti mobili ha raggiunto il 90% della popolazione, anche se la copertura 5G è ancora quasi assente, ma al tempo stesso permangono gravi ritardi nell’adozione digitale. Solo quattro africani su dieci sono on line a causa di una persistenza mancanza di mezzi. Nel senso che non ha abbastanza soldi per comprare un device pagare una connessione. Non solo. Ci sono grosse carenze nell’alfabetizzazione digitale e permangono diversi vincoli regolatori nei mercati di riferimento che complicano non poco la diffusione delle tecnologie.

Il risultato è che esiste un profondo divario fra le aree rurali e la città, dove si concentra la gran parte del traffico digitale e quindi la crescita del settore. Un pattern che abbiamo già osservato guardando anche al resto della dotazione infrastrutturale. L’Africa rischia di trasformarsi in un’enorme ciambella con dentro l’enorme buco delle aree rurali.

I cavi infatti, com’è ovvio, arrivano nelle zone costiere, dove sorgono anche i data center. Da lì in poi bisogna stendere chilometri di fibra terrestre e al tempo stesso potenziare la rete mobile, trovando anche il modo di attrezzare la popolazione con gli strumenti necessari per cavalcare questo sviluppo.

Al momento Nigeria, Egitto e Kenya stanno emergendo come hub digitali, ma AFC stima che servano almeno sette miliardi l’anno di investimenti per colmare il divario all’interno del continente. Uno sforzo quanto mai necessario. “La collaborazione pubblico-privato in materia di DPI (ad esempio, ID digitale, pagamenti elettronici) e condivisione delle infrastrutture (ad esempio, fibra su linee elettriche o ferrovie) offre opportunità scalabili e ad alto impatto. Questi modelli riducono i costi, ampliano la portata dei servizi e stanno guadagnando terreno in tutto il continente”, scrive l’AFC.

Ma alla base di questo sviluppo ce n’è un altro che osserveremo in un altro posto: quello delle infrastrutture energetiche. “L’energia è la spina dorsale invisibile del futuro digitale dell’Africa. Data center, torri e piattaforme cloud richiedono energia stabile, pulita e a basso costo. L’attuale deficit energetico dell’Africa, e la dipendenza dal gasolio, aumentano i costi e limitano l’espansione. Ma con il settore ICT che ora è il principale acquirente di energie rinnovabili a livello globale, il potenziale di energia pulita dell’Africa rappresenta un vantaggio competitivo”.

Il digitale, insomma, è l’ultima frontiera dell’Africa, per la semplice ragione che porta con sé lo sviluppo di una serie di infrastrutture complementari e accessorie. L’energia, intanto, Ma costruire una infrastruttura energetica significa avere una infrastruttura di trasporto e disponibilità di beni e servizi quindi stare dentro le catene commerciali del valore.

Per dirla semplicemente, una volta che tutti gli africani saranno on line, l’Africa avrà fatto il suo balzo in avanti. E dopo chissà.

Le conseguenze economiche della Brexit dieci anni dopo

Sembra ieri, ma sono passati quasi dieci da quel 2016 che segnò il divorzio fra UE e UK all’apice dell’ondata populista che stava investendo il nostro vecchio sub-continente. Sembra ieri, ma cosa è successo nel frattempo?

Le cronache politiche e finanziarie che arrivano dal Regno Unito raccontano di una crisi strisciante che ormai è comune a tutti i grandi paesi europei. Guardate la Francia, o magari la Germania. La crisi esistenziale non risparmia nessuno, e noi ancora meno. Se dedichiamo qualche riga al caso britannico non è per maramaldeggiare. Ma per vedere se il presupposto che condusse a quel referendum disgraziato, ossia che da soli si prosperi e in compagnia si appassisca, oggi, che sono passati quasi dieci anni anche se sembra ieri, risultano sensati oppure no.

I dati li abbiamo estratti da un bel lavoro pubblicato di recente dal Nber, cui rimandiamo per ogni approfondimento. Qui ci limitiamo a proporre alcuni punti che speriamo diano un’idea precisa di cosa è accaduto in questo lungo arco di tempo. Non tanto perché crediamo che i populisti si faranno convincere dalla ragione dei numeri, che già da allora gli dava torto, ma come testimonianza a futura memoria di come non ci sia ragione che tenga, quando prevalgono gli istinti belluini.

Vediamo qualche cifra. Il paper ha svolto sia valutazioni micro che macro economiche per paragonare l’andamento dell’economia britannica con alcuni paesi comparabili, tentando anche un esperimento controfattuale per stimare l’andamento dell’economia britannica senza Brexit.

“Stimiamo – scrivono gli autori – che all’inizio del 2025 l’economia del Regno Unito fosse circa l’8% più piccola di quanto sarebbe stata senza Brexit, sulla base dei dati macro, e del 6% più piccola utilizzando i dati micro a livello aziendale”. Investimenti e occupazione sono andati anche peggio. “Si stima che gli investimenti siano stati inferiori del 12-18%, l’occupazione del 3-4% e la produttività del 3-4% rispetto a quanto sarebbe stato se il Regno Unito non avesse votato per l’uscita dall’UE”.

Come se non bastasse, “la Brexit ha generato un aumento significativo, generalizzato e duraturo dell’incertezza” e questo ha avuto un effetto depressivo sugli investimenti e si ipotizza abbia pesato anche sulla produttività “limitando l’innovazione e la spesa in forme di investimento potenzialmente in grado di migliorare la produttività”.

Ciò in ragione del fatto che “il tempo e le risorse che le aziende hanno dedicato alla preparazione alla Brexit sono stati fortemente correlati a una minore produttività”. Problema ancor più grave degli effetti della riduzione degli scambi commerciali con l’UE.

“L’esperienza del Regno Unito con la Brexit – concludono – presenta anche alcuni parallelismi con la recente introduzione di nuovi dazi sulle merci in ingresso negli Stati Uniti nel 2025. Esistono pochi altri esempi di aumento delle barriere commerciali tra i principali paesi sviluppati e, come la Brexit, gli annunci sui dazi hanno creato incertezza su quali potrebbero essere i futuri accordi commerciali e su come potrebbe essere il processo verso una soluzione a lungo termine. Nel caso della Brexit, l’impatto economico sul Regno Unito è stato sostanziale”. Chi ha orecchi intenda. Sempre che voglia usarli.