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Il declino cognitivo dell’Occidente

L’Ocse ha pubblicato un interessante rapporto sugli andamenti delle competenze dell’istruzione di base nei paesi dell’area fra gli adulti dal quale si evince una tendenza, che riguarda molti di loro, al declino di queste competenze. Parliamo di leggere e far di conto in maniera efficace, ossia ciò che la scuola dell’obbligo elargisce gratuitamente in tutti questi paesi almeno dal secondo dopoguerra.

L’indagine ha una importanza particolare ai giorni nostri, quando discutiamo forsennatamente, spesso senza neanche aver chiaro il perimetro del discorso, di intelligenza artificiale che minaccia chissà quali sfracelli nel mercato del lavoro e che si ipotizza richiederà un notevole miglioramento delle competenze dei lavoratori, non certo il loro degradarsi.

Questo almeno in teoria. Perché se guardiamo alla pratica più recente, osserviamo che negli Stati Uniti, fra il 1980 e il 2012 il numero dei lavoratori impegnati in occupazioni che richiedono comportamenti sociali – tipicamente i servizi alla persone – sono cresciuti molto più di quelli che richiedono attitudini analitiche, che da un ventennio sono praticamente a crescita piatta, mentre le occupazioni routinarie, quelle sulle quali l’automazione ha svolto i suoi effetti più rilevanti, sono crollate.

Ma poiché nessuno può sapere cosa accadrà domani, contentiamoci intanto di vedere cosa è accaduto fino ai giorni nostri. L’indagine è stata svolta su un campione di 160 mila adulti dai 16 ai 65 anni residenti in 31 paesi che rappresentano una popolazione di 673 milioni di persone. In pratica l’élite del mondo.

Queste le principali conclusioni: “Nonostante gli sforzi significativi compiuti dai governi e dalle parti sociali per rafforzare i sistemi di istruzione e formazione degli adulti nell’ultimo decennio, l’indagine rivela un panorama delle competenze decisamente disomogeneo, con un numero crescente di persone impreparate per il futuro”.

Tolti Finlandia e Danimarca, dove le competente alfabetiche degli adulti nell’ultimo decennio sono migliorate, negli altri paesi dell’area queste sono rimaste stagnanti o sono declinate Quanto a quelle numeriche, otto paesi le hanno viste in miglioramento, con sempre la Finlandia e Singapore ad ottenere i piazzamenti migliori.

Le buone notizie finiscono qui. Nell’area risulta che un quinto degli adulti è in grado solo di capire testi semplici e usare l’aritmetica di base. Le competenze alfabetiche delle donne sono diminuite più di quelle degli uomini, che se la cavano anche meglio con i numeri.

Capire perché quest’ultimo decennio sia stato sostanzialmente un decennio perduto per migliorare il nostro capitale umano non è certo esercizio facile. Ocse si limita a tirare in ballo il sistema scolastico e gli altri strumenti che istituzionalmente hanno il compito di presidiare le competenze di base. Ma è davvero sufficiente?

Ammesso che siano solo le scuole a fornire tali competenze, non dovremmo interrogarci anche sui comportamenti che hanno effetti regressivi sull’apprendimento? Si può anche frequentare la migliore scuola del mondo, ma se poi si adottano comportamenti che vanificano il lavoro fatto a scuola – ad esempio passando le ore del proprio tempo libero a fare scrolling sullo smartphone – siamo certi che questo non finisca con l’impattare sulle nostro competenze di base? Il declino cognitivo di gran parte dei paesi occidentali dell’ultimo decennio è in qualche modo correlato con lo sviluppo e l’uso compulsivo dei device digitali?

Purtroppo queste domande per il momento non hanno risposta. Anche solo provarci richiederebbe analisi dei dati ed approfondimenti che il rapporto Ocse non propone, quindi bisognerà ricercarli altrove. Ocse però ci fornisce un’informazione che ci aiuta a dipanare la grande nebbia che circonda ancora questa materia. Il declino peggiore delle competenze lo ha vissuto quel 10% di persone che era già male attrezzato. Chi sapeva meno, sa ancora meno di prima, al contrario di quanto accaduto al top 10% che sapeva di più. Esiste, insomma, un tema di diseguaglianza anche delle competenze, che poi diventa ovviamente anche economica, visto che è ampiamente documentata la correlazione positiva fra livelli di istruzione e livello di reddito.

Qual è la soluzione? La scuola evidentemente non basta. “Nonostante l’ampia espansione dell’istruzione, i livelli medi di competenza non sono aumentati di conseguenza”. Questo vuol dire che la scuola non funziona, o che non funziona quello che facciamo dopo la scuola?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Cartolina. Cara casa

Costa ancora molto caro abitare nei paesi avanzati. Meno di un anno fa, tranne che nel Regno Unito, ma ancora parecchio: in media i prezzi dell’housing, categoria che racchiude genericamente le spese necessarie per avere un tetto sulla testa, sono cresciuti di quasi il 4 per cento quest’anno, poco meno di un anno fa. L’ingresso nel teatro delle economie più ricche, insomma, si paga parecchio e anche un posto nelle poltrone più lontane dal palco impatta notevolmente sui redditi degli spettatori. Questo è sicuramente uno dei problemi più urgenti che le nostre società si troveranno ad affrontare nel futuro più prossimo. La lotta all’inflazione, che ancora striscia fra noi, non è pensabile si possa condure a buon fine quando avere un tetto sulla testa arriva a consumare la metà e più del reddito di una persona. Servono abitazioni a prezzi sostenibili, oppure redditi capienti abbastanza da sostenerli. Ma non si vedono le une né gli altri.

Cartolina. Rischio sovrano

E davvero istruttivo osservare come il passare del tempo allenti la nostra sensibilità al rischio, di fatto amplificandone la tolleranza. Poco più di dieci anni fa i paesi il cui debito sovrano era considerato a rischio contenuto erano un terzo del campione selezionato, pescato fra paesi a basso reddito. Oggi si sono ridotti a poco più del 10 per cento del campione. Quindi quelli che una volta erano considerati sicuri oggi lo sono meno. E questo spiega perché sia arrivato a superare il 15 per cento la quota di paesi il cui debito è ad alto rischio. In questo costante addestramento al pericolo sfugge sempre l’evidenza del fatto che quando si sceglie di affrontare il rischio, perché magari non si ha scelta, è inevitabile che il rischio diventi sovrano. Quindi dello stato. Ossia di tutti.

La sfida della crescita della comincia dal mercato del lavoro

Le ultime crisi economiche e le successive riprese hanno reso chiaro uno dei trend principali col quale dovremo confrontarci nelle prossime decadi: la crescente difficoltà nell’incontro fra domanda di lavoro delle imprese e offerta di lavoro dei lavoratori.

Questo trend ne incorpora molti altri, dei quali si può dire è una sorta di precipitato: l’invecchiamento della popolazione, cui corrisponde un crescente disallineamento fra le competenze possedute e quelle richieste, derivazione, quest’ultima di un altro trend ancora: quello del progresso tecnico che sta cambiando le qualità necessarie per avere un’occupazione, specie se ben retribuita. Pensate ad esempio agli sviluppi dell’IA.

Non è certo una novità. Chi ha letto la mia Storia della ricchezza ricorda certamente che più volte nel tempo si sono succeduti periodo di grandi cambiamenti che hanno richiesto notevoli sforzi adattativi. Oggi semmai dobbiamo fare i conti con la velocità di questi processi, da un lato, e con la loro profondità: non siamo mai stati così veloci a scambiare informazione e neanche mai così vecchi. Una cosa che suona come una curiosa contraddizione.

I fatti, che Ocse ha riepilogato nel suo ultimo Outlook sull’economia, sono semplici. Il prodotto pro capite (grafico che apre questo post) declina da tempo in tutte le economie. Segno che i trend di cui abbiamo parlato solo all’opera. Le imprese fanno sempre fatica a trovare i lavoratori che servono loro, e questo vale per tutti i settori. Chi più chi meno ha sofferto di carenza (shortage) di manodopera.

Anche le imprese, interpellate con un survey, hanno confermato direttamente queste difficoltà.

E i problemi maggiori si sono osservati nella ricerca del personale più qualificato, che poi è quello pagato meglio.

Chiaro che la chiave per sbloccare questa situazione stia nel miglioramento del capitale umano: non a caso fra le policy suggerite da Ocse primeggiano quelle dedicate all’istruzione.

Facile a dirsi, ma assai meno a farsi. A ciò si aggiunge, dulcis in fundo, che queste frizioni sul mercato del lavoro intervengono in un contesto di redditi reali che crescono molto debolmente, e quindi sfavoriscono l’investimento dei lavoratori sul proprio capitale umano. Se guadagno poco ho più difficoltà a investire sull’istruzione dei miei figli, ad esempio, o anche sulla mia formazione.

E così il cerchio si chiude, e l’esito è quello che abbiamo visto in apertura: il prodotto pro capite diminuisce, perché l’offerta di lavoro non è adeguata, anche perché magari si partecipa anche meno al mercato per le più svariate ragioni. Da qui bisogna ripartire per capire come uscire da questo guado.

L’Ocse ci racconta di un’economia stabilmente instabile

L’economia internazionale vive ormai da anni nell’occhio del ciclone, viene da pensare leggendo l’ultimo outlook che Ocse ha dedicato agli andamenti globali. Tutto intorno al ciclone infuriano le tempeste più svariate e ciò malgrado la barca va, come si diceva una volta. La parola che caratterizza questo outlook è, infatti, “stabilità”.

Stabilità, nelle previsioni di crescita, nei commerci, nei tassi di inflazione, ma nell’instabilità. Perché lo stesso rapporto non evita certo, anzi li sottolinea, di parlare degli infiniti rischi annidati in queste previsioni, che se fossero azzeccate dovrebbero regalarci sonni tranquilli.

Ecco i paesi del G20 bordeggiare intorno al 3%, che sembrerà poco solo agli incontentabili, che trascurano di osservare il crescere delle tensioni internazionali e delle complessità che ne conseguono. Il commercio, ad esempio. La logica suggerisce che ha tutto da perderci, quando la tensione fra i paesi sale. E tuttavia, anche qui, prevale la parola magica: stabilità.

Superato l’anno nero del 2023, già dall’ultimo quarto di quell’anno il commercio ha ricominciato a crescere stabilmente, soprattutto grazie ai servizi. Le previsioni esibiscono ampi chiaroscuri, i dati sulle spedizione marittime su container continuano a crescere, ma gli andamenti degli ordini osservati nell’ultima parte dell’anno sono meno incoraggianti. E tuttavia, al netto di situazioni isolate, il totale (che fa la somma, come diceva Totò) è quasi rassicurante. La crescita del commercio è prevista piatta, che è un altro modo per dire stabile, anche se con qualche cambiamento all’interno dei paesi che la esprimono. In soldoni: la Cina perde quota a vantaggio dei paesi europei dentro Ocse,

Sfogliando il rapporto si possono trovare elencati le innumerevoli incertezze che circondano queste previsioni. Ma il fatto che siano buone, nonostante tutto, è già di per sé un chiaro segnale dello sfasamento continuo che subiamo fra percezione e calcolo ragionato. Un buon motivo per non prendere troppo sul serio quello che pensiamo. Specie quando pensiamo al peggio.

Cartolina. Un’altra sindrome giapponese

Poiché siamo convinti che il Giappone abbia molto da insegnarci, dotato com’è di una notevole capacità di anticipare alcuni trend dell’economia, ci preme segnalare un’altra interessante sindrome giapponese, che si aggiunge a quella dei tassi rasoterra, inaugurata ancor prima che la Fed lanciasse il suo QE, e della crescita stagnante, che noi europei osserviamo da almeno due decadi e il Giappone almeno da tre: il crollo dei tassi di risparmio. Celebri per la loro capacità di risparmio, i giapponesi si sono scoperti prodighi come cicale. Risparmiano sempre meno, mentre cresce sempre più il loro debito pubblico, sindrome quest’ultima ormai ampiamente diffusa. Se vi fischiano le orecchie è solo un segno dei tempi.

Cartolina. Case turche

Mi domando sinceramente curioso come sia vivere, o meglio abitare, in un paese dove i prezzi delle abitazioni arrivano a crescere a ritmi annuale che sfiorano il 60 per cento, per poi collassare fino a sfiorare il -20 per cento nello spazio di pochi mesi. Mi chiedo come sia fare un mutuo per comprare una casa che costava, mettiamo, 100, e trovarsi, dopo un anno con una casa che vale meno della metà, sapendo persino di doverla ripagare. Mi interrogo come farà il sistema finanziario di questo paese, che come ogni sistema finanziario avrà pesanti esposizioni sul mattone, a digerire uno scossone del genere senza lasciare qualche banca per strada, e come farà l’economia cosiddetta reale, sulla quale il peso del mattone non è meno rilevante. Mi rispondo che è molto facile saperlo: basta osservare l’economia turca.

La montagna della previdenza Ocse supera i 63 trilioni

Gli asset degli strumenti previdenziali nei paesi Ocse sono cresciuti significativamente l’anno scorso, secondo quanto riporta l’ultimo market report dell’istituto parigino. Una buona notizia, favorita dalla crescita significativa dei mercati finanziari, che ci racconta molto delle nostre società sempre più anziane, dove le strategie per garantire delle erogazioni a chi termina la propria vita professionale saranno sempre più dirimenti per le sorti di una popolazione, quella anziana, che si avvia a diventare maggioranza relativa praticamente ovunque.

E’ interessante sottolineare che, malgrado la crescita registrata rispetto al 2022, il monte della previsione Ocse, in termini nominali, è ancora sotto il livello del 2021 del 5%. Alcuni soggetti istituzionali, sia privati che pubblici, negli Usa e in Europa, hanno dovuto affrontare notevoli perdite, nel corso del 2022 a seguito dei rialzi dei tassi di interesse e il conseguenza calo dei mercati finanziari, generalmente da quanto accaduto in realtà pensionistiche più piccole, dove nel 2023 il livello del 2021 è stato invece superato.

Il trend di lungo periodo, e questa è sicuramente una informazione rilevante, rimane in crescita, malgrado le varie crisi che dal 2008 in poi hanno messo a repentaglio il mondo finanziario. Gli asset, sempre nei paesi Ocse, sono più che triplicati, passando dai 28,8 trilioni del 2003 ai 63,1 trilioni del 2023. Un risultato ottenuto in parte grazie ai risultati ottenuti dagli investimenti, in parte grazie alle politiche governative che hanno mutato le regole d’ingaggio della previdenza spingendo la gente a rimanere di più al lavoro o promuovendo la previdenza complementare.

Quali che siano le ragioni, vale la pena osservare che in molti paesi ormai gli asset pensionistici superano di parecchio il pil, candidandosi ad essere attori di primo piano dei mercati finanziari dai quali insieme traggono linfa per il loro sostentamento – e quindi il rispetto delle loro obbligazioni – e determinano molti destini.

Si osserva, infine, il continuo spostamento dalle prestazioni definite verso i sottoscrittori, ossia la certezza di ricevere certe somme una volta in pensione, alle contribuzioni definite, ossia la certezza di sapere quanto si versa ma non quanto si ricaverà. A molti sembrerà un fatto curioso, ma per i fornitori di pensioni non è niente meno che il migliore dei mondi possibili.

Il Sud-Est asiatico può diventare la linea di faglia dell’economia digitale

Gli apostoli della società (e dell’economia) digitale, quelli che ci almanaccano continuamente su un futuro sempre più immateriale, dovrebbero leggere un bel paper diffuso dalla Hinrich Foundation che si ricorda una verità tanto banale quanto avvilente per gli spiritualisti contemporanei: il mondo di Internet ha radici che affondano robustamente nella realtà fisica.

“La moderna Internet – ci ricorda il paper – è spesso immaginata come un mezzo disincarnato. Il “cloud” è, in realtà, creato da pile su pile di server in magazzini caldi e bui. Mentre in passato era stato facile trascurare il ruolo dei data center, delle linee elettriche e dei cavi sottomarini nel consentire l’economia moderna, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la crescita esponenziale nella creazione di dati e il crescente valore strategico dei dati significano che non è più sostenibile ignorare la fisicità del mondo virtuale”.

Benvenuti nella realtà, dunque, dove sabotare un cavo sottomarino, come è avvenuto di recente nel Baltico, mette a repentaglio i nostri preziosissimi dati. E dove servirà sempre più energia, molto fisicamente prodotta, per alimentare questi server affamati. Tanto più domani quando l’ennesima mitologia imperante, quella dell’intelligenza artificiale, chiederà il pagamento del suo prezzo. Che ovviamente, essendo artificiale, è squisitamente energetico.

Il grafico che apre questo post non ha bisogno di molti commenti. I data center, dove abitano anche i carissimi Bitcoin e i loro fratelli, sono sempre più smaniosi di conquistare spazi fisici e risorse energetiche. Quanto a queste ultime, i dati dell’IEA, relativi al 2022, osservano che data center, Criptovalute e intelligenza artificiale hanno assorbito l’1,5% del consumo globale di energia. Sembra poco, ma per il 2026 si prevede che questa quota raddoppierà.

Questo costringe le grandi compagnie tecnologiche a pianificare investimenti sempre più massicci per fare fronte a questi appetiti. Il paper calcola che Amazon prevedeva di investire 75 miliardi quest’anno, quando erano 48 miliardi nel 2023, in gran parte proprio per alimentare i suoi data center, mentre Microsoft e Google, i grandi creatori di cloud globali, non sono da meno.

D’altronde, come dar loro torto? Secondo i dati raccolti dal paper, dal 2010 a oggi il numero degli utenti Internet in tutto il mondo è più che raddoppiato e il traffico sulla rete è aumentato di 25 volte. Si stima che ogni giorno 125 mila nuovi utenti si aggiungano al coro degli internauti, il cui consumo di dati passerà dai 9,2 giga mensili del 2020 ai 28,9 dell’anno prossimo.

I data center globali dovrebbero arrivare a 5.700 quest’anno per toccare gli 8.400 entro il 2030. Un’industria che secondo alcuni osservatori arriverà a superare i 600 miliardi di dollari di valore nel 2029. I consumi elettrici di queste idrovore energetiche sono visti in crescita costante. Il gestore elettrico cinese, ad esempio, prevede che la domanda di energia dei propri data center raddoppierà entro il 2030 rispetto al 2020.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, questa fame energetica è destinata a crescere. Il paper calcola che al momento una qualunque ricerca su Google richieda 0,3 Watt per ora di consumo (Wh). Una richiesta a ChatGpt ne richiede 2,9. Pensateci quando chiedete al vostro computer un consiglio sui regali di natale.

In questa moderna corso all’oro digitale, la geografia e la politica minacciano sempre più di far valere le proprie istanze. La fame di dati, infatti, trova nella zona asiatica, dove abitano miliardi di persone, il suo bengodi. Solo che, in quella regione, esistono diverse complessità che nemmeno i superportafogli delle Big Tech riescono ad appianare.

Posare cavi sottomarini nella zona del Sud Est asiatico, dove sta sorgendo il paradiso dei Data center, si sta rivelando sempre più difficile visto lo stato di latente conflittualità che da anni si consuma sul Mar cinese meridionale. E lasciamo da parte il discorso su Taiwan.

Si stima che sotto gli oceani ci siano 1,4 milioni di cavi sottomarini, sui quali viaggia il 99% del traffico internet globale con transazioni finanziaria quotidiane che superano i 10 trilioni di dollari. Proprio nella regione del Sud Est Asiatico si prevede la maggiore concentrazione, fra il 2024 e il 2026, di investimenti per la posa di cavi.

Come se non bastasse, la grande fame energetica sta spingendo i giganti del web a ricorrere a strategie non convenzionali di approvvigionamento, come l’energia nucleare, che aggiungono un’altra variabile difficilmente prevedibile all’equazione: il rischio ambientale in sostanza si amplifica. L’IEA stima che questa regione avrà bisogno di centinaia di miliardi di investimenti, circa 426 miliardi, per incontrare la proprio futura domanda energetica.

Dulcis in fundo, c’è la questione degli spazi fisici e del consumo di acqua, visto che i server devono essere continuamente raffreddati. I data center consumano enormi quantità di suolo. E se questo può addolcire il sonno dei proprietari di immobili commerciali, alle prese con un mercato a dir poco complicato, al tempo stesso rischia di trasformare le città in deserti popolati da server. “I più grandi data center possono coprire milioni di piedi quadrati”, sottolinea il paper. Quanto all’acqua, si parla di consumi per milioni di galloni ogni anno. Tutti problemi che in un territorio come quelli del Sud Est asiatico, fortemente abitati, possono generare diverse complessità sociali.

Singapore ad esempio, uno dei più grandi luoghi di concentrazione dei data center in Asia, con 70 di queste strutture già operanti nel 2019, ha deciso una moratoria proprio per limitare l’impatto ambientale durata fino al 2022 e di recente ha varato una roadmap per consentire la creazione di datacenter green basati sulle energie rinnovabili.

E tuttavia, se non si riesce ad assicurare un accesso uniforme e costante alla rete, il bel sogno del mondo connesso ad alta velocità, con tutte le varie implicazioni che stiamo iniziando faticosamente a comprendere, rischia di mostrarsi per quello che è: un grosso problema da gestire. Ma non ditelo a ChatGpt.

Il dilemma europeo fra stabilità finanziaria e crescita

L’ultimo rapporto della Bce sulla stabilità finanziaria conferma quello che sapevamo già, semmai rafforzandolo con nuove informazioni: l’Europa sta bordeggiando un crinale che si affaccia su numerosi rischi. Per alcuni si può far poco, visto che li importiamo dal contesto internazionale. Per altri si potrebbero immaginare delle politiche di prevenzione e mitigazione, ma ciò presupporrebbe una capacità di intervento “sistemica” all’interno dell’Ue della quale però non si vedono tracce.

Il che rende difficile affrontare il dilemma che si presenta davanti ai nostri occhi: quello che un’area, quella dell’eurozona in particolare, che sta nuovamente rivelando le sue difficoltà a crescere, dopo l’effimera accelerazione del dopo Covid, che però conserva ancora una buona stabilità finanziaria che i prossimi passi della Bce, quel taglio di tassi che tutti auspicano e prevedono, sembrano destinati a rafforzare.

Ma a quale prezzo? Il grafico che apre questo post racconta illustra meglio di mille parole le caratteristiche dell’economia europea. Nell’ultimo anno il grosso della crescita è arrivato dall’export netto, componente tradizionale del pil europeo, ma estremamente problematica in un contesto di commercio internazionale sempre più complicato e di fronte a una prospettiva di dazi in arrivo dagli Usa che rischiano di replicare il copione già visto nella prima presidenza Trump. Notate che l’export netto ha contribuito negativamente alla crescita fra il 2016 e il 2019, gli anni in cui Trump era alla Casa bianca.

Un altro elemento che desta qualche preoccupazione è il livello dei consumi privati, vero tallone d’Achille dell’area. Nell’ultimo anno, il contributo al pil di questa componente è stato persino inferiore a quello osservato fra il 2016-19, di per sé non certo eccezionale. Nell’ultimo anno la spesa del governo ha persino contribuito di più di quella dei privati ala crescita. E questo, in un contesto fiscale sempre più sfidante, dovrebbe preoccupare chiunque. Il crollo di scorte e investimenti, nell’ultimo anno, ha fatto il resto, affossando la crescita europea. Le aziende hanno svuotato i magazzini e tagliato gli investimenti. Il che ci dice molto circa le loro aspettative.

A fronte di questo quadro, che si confronta con uno scenario futuro a tinte fosche – non bastasse la prevedibile politica commerciale Usa, metteteci dentro anche la crisi dell’automotive – la Bce osserva che le famiglie europee hanno aumentato i propri tassi di risparmio.

Dopo il picco Covid, quando il risparmio era in qualche modo obbligato, i risparmi delle famiglie superano ancora il livello storico. La qualcosa fa benissimo alla stabilità finanziaria, visto che mette le famiglie nella condizione ideale per ripagare i propri debiti e per fornire liquidità al sistema, ma non aiuta certo la crescita. Tanto più osservando che le survey svolte dalla Bce indicano che i tassi di risparmio delle famiglie rimarranno elevati almeno per i prossimi 12 mesi.

Questo rischia di frenare ulteriormente la domanda privata. E “se le famiglie limitassero i propri consumi – scrive la Bce -, ciò potrebbe aggravare gli attuali rischi al ribasso per la crescita, con ripercussioni sulle imprese e sulla loro solidità e quindi anche sul mercato del lavoro”.

Bassa domanda privata, spesa del governo strangolata dallo spazio fiscale ridotto, commercio estero strozzato dai dazi. All’Europa rimangono notevoli flussi di risparmio, che peraltro tendono ad essere utilizzati all’estero. La stabilità finanziaria per un po’ reggerà. Ma se non arriva ossigeno dalla crescita il dilemma si risolverà da solo come il classico nodo gordiano: con un taglio secco. Che in economia si chiama recessione.