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La debolezza dei servizi frena l’export e la crescita italiana

L’ultimo rapporto annuale Istat conferma ciò che sapevamo già: il settore dei servizi del nostro paese è assai meno capace di generare valore, e quindi crescita, di quello dei nostri cugini europei di taglia pari alla nostra.

Nonostante il buon risultato del 2023, il settore non riesce ancora ad esprimere una dinamicità paragonabile a quella di altri paesi che somigliano al nostro. La Spagna, ad esempio, che con l’Italia condivide un certo sbilanciamento verso il settore turistico, che genera un valore aggiunto inferiore di settori a più alto grado di conoscenza. E tuttavia nel lungo periodo la Spagna è riuscita a triplicare il proprio export di servizi, a fronte del raddoppio italiano.

Se guardiamo al contributo delle singole componenti, osserviamo nel nostro paese una quota costante dei servizi “professioni intellettuali”, rimaste praticamente ferme nel decennio considerato (grafico sopra a destra), mentre in Germania, dove l’export di servizi è quadruplicato, sono aumentate significativamente,. Andamento simile per l’Ict, praticamente piatto in Italia e raddoppiato in Germania, che pure non ha certo una Silicon Valley da poter vantare.

Fra le ragioni di questa lentezza, “la stagnazione della domanda interna di queste categorie di servizi, già ridotta per le caratteristiche del sistema produttivo”. Quindi non solo abbiamo un problema di domanda interna, che riguarda un po’ tutta la produzione, ma anche un fisionomia del sistema produttivo poco capace di attivare l’offerta di servizi ad alto valore aggiunto.

C’è molta della nostra storia, in questa diagnosi. Ma non vuol dire che sia un destino. A patto di aver la capacità di immaginare un futuro diverso.

Cartolina. Diseguaglianze mortali

Fra le tante informazioni interessanti che trovo sfogliando l’ultimo rapporto annuale Istat, vi propongo quella sui dati di mortalità che trovate riepilogata sopra. Non perché la morte sia un fatto interessante, ma perché il modo in cui si muore racconta la vita di una società. L’ordinata del grafico misura il numero di decessi per 10 mila abitanti e poiché i dati si fermano al 2021, la componente Covid (istogramma viola) è ancora molto rilevante. Nel 2021 la mortalità era di 28,9 persone per ogni 10 mila residenti, e il dato che salta all’occhio è che 11,7 di queste 28,9 persone (abbiate pazienza per la statistica che decimalizza) muoiono di tumore. Se mettiamo le malattie cardiovascolari (5,2) e respiratorie (1,1), il totale fa 18. Quindi due terzi dei decessi dipendono da malattie non trasmissibili, che in qualche modo coinvolgono anche lo stile di vita. Nel grafico si osserva anche altro. La mortalità, ad esempio, è cresciuta molto più al centro e al Sud che al Nord. E a Sud risalta notevolmente il dato di Napoli, dove il dato delle morti di tumore è più alto che altrove e anche quello dei decessi per malattie cardiovascolari. Non vengono fornite spiegazioni per questa particolarità napoletana. Ma ecco la scoperta: la diseguaglianza non riguarda solo i redditi o la ricchezza. C’è anche dell’altro, sotto il nostro cielo.

Cartolina. Gioventù digitale

Guardo e riguardo la tabella che Istat ha compilato osservando lo stile di vita dei nostri giovani, i nostri nativi digitali. Li scopro più a rischio di eccesso di peso, più votati al consumo occasionale di alcol, sempre meno interessati alla vita sociale e politica. Sono forti con i computer – e vorrei vedere – e ormai comprano molte cose on line, stanno parecchio sui social ma non mangiano benissimo: meno del 15 per cento mangia le canoniche quattro porzioni di frutta e verdura raccomandate dai medici, pure se si è ridotto il consumo di bevande gassate, e fanno colazioni alquanto povere. Molti non la fanno proprio. In compenso si fuma di meno. Almeno le sigarette di tabacco, Perché dal 2020 si è diffuso l’utilizzo di sigarette elettroniche. Fanno anche un po’ più di sport con continuità, rispetto ai giovani di vent’anni fa e si ritengono più soddisfatti. Nel 2023 oltre la metà di loro esprime un voto fra 8 e 10 per la vita nel suo complesso. Bisogna capirli. Saranno pure digitali. Ma rimangono giovani.

Rimbalzo del commercio nel primo trimestre 2024 nei paesi Ocse

Il primo quarto del nuovo anno regala un dato positivo al commercio internazionale dopo un 2023 chiuso in rosso al termine di un anno che ha visto gli scambi in costante declino.

Le esportazioni di merci, scrive Ocse nella sua ultima ricognizione statistica, sono cresciute dell’1,9% nel primo trimestre, guidate dalla forte crescita dell’export cinese, mentre le importazioni di merci sono diminuite dello 0,2%, in parte per il calo dei corsi energetici.

Sul versante dei servizi, Ocse stima una crescita dell’export del 2,2%, sempre nel primo trimestre 2024, e delle importazioni del 3,5%, in buona parte guidata dalla crescita dei viaggi internazionali.

Un dato positivo, quindi, che però nasconde alcune debolezze. Se confrontiamo l’incremento degli scambi del primo trimestre 2023 con quello del 2024 ci accorgiamo subito che il rimbalzo dell’anno nuovo è stato più lento di quello vecchio. Una rondine non fa primavera, insomma, e solo i prossimi trimestri ci diranno se il 2024 avrà una tendenza positiva e in che misura.

Gli Usa si confermano i grandi motori sia della crescita delle esportazioni di merci (+1,4% grazie a maggiori vendite di beni di consumo e prodotti agricoli) che di quella di servizi (+1,6% grazie a viaggi e servizi finanziari.

L’Ue ha visto crescere l’export di merci dello 0,9%, grazie alla vendita di prodotti chimici, e l’import declinare, sempre grazie al raffreddamento dell’energia. In Uk sia l’import che l’export di merci si sono contratti, mentre in Asia acciaio e macchinari hanno fatto crescere del 6,6% l’export cinese. La Corea, invece ha potuto contare sulla forte richiesta di semiconduttori e computer.

Per quanto riguarda i servizi, sul fronte delle importazioni si osserva l’aumento del 4,1% degli Usa, guidata da viaggi, trasporti e servizi finanziari, la buona performance britannica e, in Asia, quella dell’India, che ha visto crescere esportazioni e importazioni del 2,4 e del 6,6%. Anche la Cina ha visto crescere l’export di servizi del 9,9% e l’import, guidato dalle spese di viaggio, del 6,6%.

Il quadro, insomma, è molto articolato. Se ne trae l’immagina di un commercio internazionale che prosegue, malgrado le evidenti tensioni, un po’ sfruttando l’inerzia delle catene di fornitura, un po’ quella della lunga consuetudine agli scambi internazionali. Le previsioni rimangono moderate. Un po’ come le nostre ambizioni.

Retribuzioni e scolarizzazione vanno di pari passo

Poiché suscita sempre un certo scandalo l’andamento depresso delle retribuzioni italiane, è il caso qui di approfondire una delle ragioni, chiaramente indicate da Istat nel suo ultimo rapporto annuale, che ha stavolta a che fare con l’offerta di lavoro, più che con la domanda.

Quanto a quest’ultima, le statistiche ci dicono che le imprese chiedono lavoro sempre più a tempo determinato o a tempo parziale, il che certo non aiuta la progressione dei redditi. Ma se concentriamo l’attenzione sulla qualità dell’offerta, sempre Istat ci dice che una delle ragioni della dinamica retributiva poco soddisfacente, almeno a livello aggregato, è il livello di istruzione dei lavoratori, che in Italia, malgrado evidenti miglioramenti, continua ad essere basso, in confronto con i nostri cugini europei di pari taglia.

Come si può osservare dal grafico sopra, nel 2022, in Italia aveva conseguito al più la licenza media il 37 per cento dei 25-64enni (era il 55,9 nel 2002), un valore poco superiore rispetto alla Spagna (35,8 per cento), ma più che doppio rispetto a Francia e Germania (16,7 e 16,8 per cento).

Se guardiamo all’istruzione terziaria, ossia dopo il diploma, si nota che l’Italia ha fatto progressi nelle lauree triennali, ma rimane ancora fanalino di coda nelle magistrali e nei dottorati.

La conseguenza di questa situazione è subito visibile se osserviamo il livello di lavoratori impegnati in professioni intellettuali, scientifiche o tecniche, che presuppongono un certo livello di istruzione. In Italia sono il 33,3% del totale, di poco superiore rispetto alla Spagna (32%), ma dieci punti sotto Francia e Germania, con una crescita dell’aggregato molto lenta al confronto di quello osservato da altre economie europee. RIsultato: lavoratori meno qualificati, lavoro più precario, stipendi più bassi. Non è una destino. E’ la storia che dobbiamo trovare la forza di lasciarci alle spalle.