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Cartolina. Cara America

Il Fmi ci ricorda che la disinflazione sta rallentando, che tradotto dall’economichese significa che i prezzi rimarranno tirati più a lungo di quanto si pensasse. E’ l’ennesimo campanello d’allarme che suona per le banche centrali, che forse con un po’ troppo ottimismo hanno segnalato che la battaglia contro il carovita era stata vinta. Il fatto interessante però è che se guardiamo all’aggregato delle economia avanzate e di alcune economia emergenti, osserviamo che mentre il costo dei beni compresi nell’indice dell’inflazione core, quindi esclusi alimentari freschi ed energia, è tornato al livello storico, quello dei servizi rimane ben sopra, e in particolare quello statunitense che fa schizzare molto in alto l’indice dei prezzi di settore. L’America costa cara. L’abbiamo sempre saputo.
La grande trasformazione della globalizzazione

Poiché ci avviciniamo alla fine anche di questa lunga stagione del blog, mi è sembrato utile riepilogare, prendendo a pretesto un lungo articolo apparso fra le pubblicazioni del Fmi, alcuni concetti chiave sulla globalizzazione, invenzione semantica recente alla quale corrisponde una pratica antica quanto l’uomo, ossia creare rotte di collegamento per scambiarsi beni e servizi.
Chi segue il blog sa già che non diciamo nulla di nuovo. Altrove abbiamo già illustrato, proponendo come esercizio storico le strade dell’ambra del tardo Neolitico, come tale tendenza sia inevitabilmente connessa con la nostra natura di individui, che si definiscono nella socialità e, di conseguenza, nello scambio, che in economia prende la forma del commercio.
Ne riparleremo nella prossima stagione del blog, quando inizieremo a discorrere delle radici del movente economico, che abbiamo esplorato qua e là in questi lunghi anni di scrittura ma che adesso dobbiamo provare a guardare nella loro fisionomia più profonda.
Il principio economico regola l’esistenza non perché, come pensava Marx, le strutture economiche esprimono quelle politiche, ma perché la nostra fisiologia e la biologia della vita seguono strategie economiche, ossia di utilizzo efficiente delle risorse scarse, per permanere.
L’articolo del Fmi, ovviamente, di tutto questo non parla. Gli autori fanno loro una visione molto diffusa – una sorta di vulgata – secondo la quale la globalizzazione consiste nei processi che collegano in una infrastruttura globale l’economia internazionale tramite un flusso di beni e servizi, tecnologia, idee e persone. Tutto ciò che può muoversi, insomma.
Nella vulgata del Fmi questo flusso dirompente è iniziato nel 1870. Ma chiunque abbia anche solo sfogliato la mia Storia della ricchezza, pubblicata l’anno scorso per Diarkos, sa che questa è una semplificazione ad uso dei consumatori.
Prendiamo per buona questa data d’inizio e andiamo avanti. L’apice della globalizzazione, secondo gli autori, si è raggiunto quando, con la caduta del muro di Berlino, la fine della politica dei blocchi ha permesso a questo flusso di cose di viaggiare a velocità e intensità crescenti, culminando nell’ingresso della Cina nel Wto che sembrava davvero fosse l’inizio della fine della storia, come all’epoca titola un fortunato libro di cui oggi nessuno ricorda più gli argomenti.
La rivoluzione tecnologica fece il resto. L’accresciuta velocità di calcolo aggiunse ulteriore spinta allo scambio delle informazioni, che poi sono la vera materia prima degli scambi internazionali, permettendo la creazione di un livello di ricchezza senza precedenti che ha consentito a miliardi di persone di emergere dalla povertà.
Al tempo stesso però si è scatenata una forte reazione, nella forma di una protesta strisciante di molta popolazione all’interno dei paesi avanzati, che, a ragione o torto, hanno iniziato a pensare di essere stati defraudati. Questo movimento, che ha fatto la fortuna degli ideatori del marchi No global, è degenerato rapidamente nel populismo che ha condotto alla Brexit del 2016 e oggi fa sentire i suoi strascichi nelle prossime elezioni americane, con pandemie e guerra a fare da detonatori di pulsioni che vorrebbero spezzare le catene (di valore) che tengono avvinto il mondo.
Sui lati negativi della Globalizzazione neanche il Fmi si risparmia, sostanzialmente riproponendo gli argomenti noti: aumento delle diseguaglianze, squilibri nella distribuzione della ricchezza fra capitale e lavoro, finanziarizzazione dell’economia che facilita le crisi e tutte quelle storie che ripetiamo (ascoltiamo) da vent’anni.
Il punto però non è tanto chiedersi cosa sia successo, ma dove siamo arrivati. E molti saranno sorpresi nell’apprendere che secondo le recenti metriche utilizzate per misurare la globalizzazione, “che esaminano la partecipazione alle catene del valore globali e al commercio di servizi, in particolare servizi digitali”, tutto questo gran rumore che si fa parlando di deglobalizzazione, slowbalisation e altre amenità giornalistica è frutto di percezione assai più che di misurazione.
Ecco che scrivono gli autori: “I prodotti scambiati contengono sempre più valore aggiunto proveniente da una varietà di paesi e settori a monte. La contabilizzazione di questo valore aggiunto incorporato è fondamentale per valutare l’integrazione commerciale e per identificare correttamente i settori di forza e debolezza relativa di ciascun paese. Un aumento globale del contenuto di valore aggiunto estero delle esportazioni da circa il 19 percento a metà degli anni ’90 al 28 percento nel 2022 indica un continuo approfondimento dell’integrazione commerciale”.
Morale della favola: la globalizzazione si trasforma e si approfondisce. Abbiamo la percezione che rallenti perché vediamo cose vecchie e non quelle nuove. Il nostro sguardo non è capace di catturare gli eventi perché è condizionato dal passato.
Questo non vuol dire che sia tutto rose e fiori. Le crepe, spiega il Fmi, esistono. Ma quelle, aggiungiamo noi, ci sono sempre state. Il problema è se le crepe vengono lette come elemento di rottura o di prologo dell’espansione. Ma di questo il Fmi ovviamente non parla.
Le aziende statali sempre più protagoniste nella manifattura globale

Per farsi un’idea più chiara di dove stiamo andando si può provare a sfogliare un interessante policy paper di Ocse (“Quantifying the Role of State Enterprises in Industrial Subsidies“) che ci aiuta a mettere a fuoco una tendenza emergente del nostro spirito del tempo: il peso crescente nella manifattura globale delle aziende a capitale pubblico.
Cosa significa questo in pratica? Molte cose. Dal punto di vista economico si osserva che queste aziende sono meno efficaci, sia dal punto di vista finanziario che produttivo. Dal punto di vista politico che aumenta il peso specifico dell’economia non di mercato, con tutto ciò che ne consegue. A cominciare proprio dallo “spiazzamento” che le aziende pubbliche generano verso quelle private.

Come si può osservare dal grafico sopra, nei paesi Ocse le aziende che nel capitale hanno partecipazioni superiori al 10% sono ancora relativamente poche. Ma nel mondo fuori dall’Ocse sono le grandi protagoniste dell’economia.
Tutti immaginano l’importanza che queste compagnie statali (oltre il 50% di capitale pubblico) hanno in Cina, dove in effetti pesano quasi il 40%, ma tendiamo a dimenticare che nei paesi del Golfo (Gulf Cooperation Council) sfiorano il 60%, e che in India viaggiano intorno al 30%. Si tratta insomma di un modello di governo degli affari economici che ha una notevole importanza in economie che si candidano a ogni pie’ sospinto a proporre un modello alternativo di gestione della globalizzazione. E di questo dovremmo tenere conto nelle nostre analisi.
Anche perché queste aziende vengono notevolmente aiutate dai loro governi, con sussidi di vario genere, a cominciare dai prestiti, fino alle agevolazioni fiscali, e questo le mette nelle condizioni di competere assai più efficacemente con i concorrenti malgrado non siano dei modelli di efficienza industriale o di capacità produttiva.

E in fondo per loro, anzi per i governi che le sponsorizzano, la produttività non è un problema, come non lo sono strettamente i profitti che queste imprese generano, solitamente meno soddisfacenti dell’industria privata.

Perché lo scopo di queste aziende non è né il profitto né la produttività. Lo scopo è favorire il controllo dello stato dei settori di riferimento per determinare la politica industriale secondo i piani del governo, all’interno e soprattutto all’esterno. In pratica il sogno proibito di molti nostri governanti occidentali. Anche per questo questa tendenza crescente deve essere osservata. Potrebbe diventare di moda anche da noi.
La ripresina dei consumi delle famiglie italiane

Piano piano i consumi delle famiglie italiane rialzano la testa, associandosi persino a una timida ripresa della propensione al risparmio, grazie un certo aumento del potere d’acquisto generato dall’aumento del reddito disponibile, visibile specialmente nel primo quarto di quest’anno. Un effetto probabilmente derivato dal combinato disposto fra aumento delle retribuzioni e raffreddamento dei prezzi.
Sia come sia, il risultato è che nel primo trimestre del 2024 la spesa delle famiglie per consumi è cresciuta dello 0,3% rispetto all’ultimo quarto 2024, quando invece era diminuita dell’1,4%, e Bankitalia, che discute di questi andamenti nel suo ultimo bollettino economico, stima che questa ripresina sia proseguita anche nel secondo trimestre, sul quale però non ci sono ancora dati disponibili.
I consumi sono cresciuti anche grazie all’aumento dell’occupazione e probabilmente sarebbe cresciuti di più se insieme non fosse aumentata la propensione al risparmio. Le famiglie, evidentemente, scorgono ancora molte ragione per osservare prudenza nella loro spesa, oppure semplicemente stanno cercando di recuperare la propria tendenza storica, stravolta dalla crisi inflazionistica.
Secondo gli indicatori di Confcommercio, gli acquisti dei servizi sarebbero rimasti stabili nei primi mesi primaverili, mentre quelli di beni si sono raffreddati. La buona notizia è che il clima di fiducia dei consumatori è salito per due mesi consecutivi. Una rondine non fa primavera, ma forse due sì.
Cartolina. Disintelligenza naturale

Il problema non è l’intelligenza artificiale, che ormai galoppa senza freni, ma la disintelligenza naturale, ossia la nostra attitudine a lasciar fare alla macchina quello che potremmo fare con poco sforzo e molto piacere, perché prevale il pensiero che lo sforzo non vale comunque il piacere. L’incredibile crescita della tecnologia di chat gpt, che in un anno ha raggiunto una quota di famiglie americane pari a quella raggiunta dagli smartphone dopo quattro, è il segnale della nostra crescente ritrosia a pensare, a cercare, a scoprire. Perciò lasciamo queste attività, fonti primarie di sviluppo di tutto ciò di buono che abita in noi, la svolgano le macchine, essiccando l’origine naturale di molte gioie. E poiché il cervello è plastico, e ha ottima memoria, taglia i rami secchi e si adegua. L’intelligenza artificiale surroga quella naturale, ormai divenuta disintelligenza: semplice ossequio a quanto deciso dall’algoritmo. Lasciamo che la macchina decida la nostra agenda, l’itinerario delle nostre vacanze, il nostro menù. Smettiamo di affaticarci con le decisioni, convinti che così saremo più felici. Mentre saremo semplicemente più ubbidienti. Forse, nel profondo, pensiamo che sia la stessa cosa.
Cartolina. La sfiducia dell’Occidente

Nei paesi Ocse circa il 40 per cento, in media, dei cittadini ha una fiducia conclamata nel proprio governo, una percentuale inferiore a quelli che ne hanno poca o nessuna. A stabilizzare il nostro quadro democratico, diciamo così, ci pensa quel 15-18 per cento circa che si dichiara neutrale. Gli ignavi, insomma. Dal che si deduce che sia l’ignavia il vero ago della bilancia fra la fiducia e la sfiducia. Ciò che finisce col determinare il successo o l’insuccesso degli sfiduciati o dei fiduciosi. Potremmo (e dovremmo) interrogarci a lungo sulle ragioni che hanno trasformato molti paesi avanzati in fabbriche della sfiducia. Ma non succederà. La fiducia non fa tendenza. Per questo parliamo ancora del declino dell’Occidente senza capirne la ragione. Ma è davanti ai nostri occhi.
Migliorano i conti con l’estero dell’Italia, ma lo scenario si complica

L’ultimo bollettino economico di Bankitalia osserva il miglioramento dei conti esteri italiani nel primo trimestre 2024, spinti al rialzo della crescita delle esportazioni (+0,6%), avvenuta malgrado lo scenario internazionale non sia dei migliori, come mostra il rallentamento rispetto al quarto trimestre 2023 (+1,2%).

La buona notizia, che si può osservare dalla tabella sopra, è la decisa crescita delle esportazioni di servizi “soprattutto di quelli alle imprese”, nota la Banca, che però non riesce ancora a trasformare questa componente in un attivo del conto corrente.
Quella meno buona è che l’export di beni ha rallentato, insieme alla frenata del commercio internazionale. Nessuna sorpresa: l’Italia è un paese che deve gran parte della sua crescita alle esportazioni nette, visto che la domanda interna non riesce a esprimere, un po’ come accade in tutta Europa, una grande dinamicità.
L’export di beni è diminuito intanto verso i paesi dell’EZ, “in particolare verso la Germania”, sottolinea Bankitalia. E in qualche modo il saldo netto è aiutato dal deciso calo dell’import, sia di beni che di servizi, che è una mezza buona notizia, visto che potrebbe segnalare un indebolimento della domanda e quindi delle produzioni future.
Sul lato delle nostre importazioni, si segnala un aumento dell’import dai paesi dell’eurozona, e un deciso calo dell’import dal resto del mondo, “in particolare da Cina, Asia orientale e Medio Oriente”, dice la Banca, anche a causa delle difficoltà logistiche generate dalla crisi del Mar Rosso.
Bankitalia stima che anche nel secondo trimestre l’export dovrebbe mostrare numeri positivi, ma sottolinea altresì che la debolezza della domanda estera lascia una pesante ipoteca sul futuro prossimo.
Complessivamente l’avanzo corrente è migliorato, per una serie di ragioni che comprendono anche un peso meno gravoso dei redditi primari, di cui abbiamo già parlato. Si tratta di fattori esposti al vento cangiante della stagionalità, però, e che non dovrebbero lasciarsi troppo tranquilli.
Se guardiamo il lato finanziario, infatti, osserviamo che c’è stata una grande domanda di titoli pubblici italiani dall’estero (42,6 miliardi nel trimestre) che se è una buona notizia perché segnala fiducia nel nostro paese, è anche un monito circa il fatto che questi debiti dovranno essere serviti ai tassi attuali, che non sono quelli di due anni fa. Peraltro anche il settore privato ha goduto di questa domanda estera di debito. Ciò significa che la voce dei redditi da capitale genererà passività crescenti in futuro che non è detto saranno compensate dagli attivi sui nostri investimenti esteri.
A tal proposito, ci rassicura il fatto che la nostra posizione netta sia migliorata rispetto alla fine del 2023. Siamo creditori netti dell’estero per 165,2 miliardi, il 7,9% del pil, in aumento di 189,5 miliardi rispetto a fine anno, Un po’ ha contribuito il saldo corrente, un po’ gli aggiustamenti di valutazione dell’oro, che denomina molta parte delle riserve di Bankitalia. Siamo fatti così. Un po’ all’antica.
Il mattone fa sentire il suo peso sull’inflazione

Come nel gioco dell’oca, si ritorna sempre al punto di partenza, che nel caso dell’economia internazionale è il mattone. Grande fonte di ricchezza e insieme di squilibri. Grande protagonista del credito facile di ieri, e quindi delle crisi che ne sono seguite, e protagonista in sordina anche oggi della crisi inflazionistica che proprio il peso del mattone rischia di rendere più persistente, per la semplice ragione che le persone devono avere un tetto sulla testa e questo tetto costa sempre più caro.
La Bis di Basilea ne ha parlato in un bollettino dove si osserva (grafico sopra al centro) che la componente immobiliare nell’indice inflazionistico (H-CPI) ha persino superato, dopo averla costeggiata a lungo, la componente dei servizi, finora la grande indiziata del trend ancora elevato del carovita. Questa tendenza è maggiormente visibile nei paesi avanzati, al contrario di quanto si è osservato nei paesi emergenti, dove d’altronde le crisi immobiliari hanno fatto sentire il loro peso più volte negli ultimi anni. Non a caso. Il costo per le abitazioni rappresenta una quota crescente delle spese delle famiglie e di conseguenza interpreta un ruolo di sempre maggiore importanza nella composizione dell’indice dei prezzi.
La Bis osserva che il comportamento dell’H-CPI nel recente fenomeno inflazionistico potrebbe essere stato influenza, fra i diversi fattori, anche dalla crescente abitudine di lavorare da casa, che in diversi paesi ha spinto le famiglie a spendere di più per gli immobili.
Ma qualunque siano le ragioni, le banche centrali dovranno occuparsene, perché un’inflazione persistente nel settore immobiliare è capace di tenere gli indici dei prezzi elevati ben più a lungo di quanto i modelli possono immaginare. Senza contare le complessità sociali che ne derivano: proprio perché la casa (e gli affitti) costano sempre di più, le famiglie chiederanno a voce sempre maggiori più aumenti dei redditi. I policy maker si troveranno quindi di fronte alla possibilità che l’inflazione del mattone spinga anche quella dei salari.
Di fronte a queste complessità le banche centrali non hanno molte cartucce nel loro arco. I prezzi del mattone tendono a crescere al diminuire dei tassi. Quindi prezzi persistentemente elevati spingono le banche centrali a provare a raffreddarli tenendo la barra dritta (al rialzo) sui tassi, pure al rischio di scoraggiare l’economia.
Quanto alla politica fiscale, non si capisce cosa potrebbero fare i governi, a parte favorire lo sviluppo di edilizia popolare. Ma bisogna avere le risorse e il tempo. Entrambi risorse scarse.
Cartolina. L’impresa del fisco

Uno studio del NBER, che monitora gli effetti del più ampio taglio fiscale deciso negli Usa sull’economia di questo paese, ci ricorda una tendenza troppo spesso trascurata quando esaminiamo contriti gli andamenti dei redditi da lavoro e l’andamento zoppicante della crescita economica: le imprese negli ultimi quarant’anni hanno avuto notevoli agevolazioni fiscali che a quanto pare sono servite a molte cose ma non certo ad avere redditi da lavoro decenti e economia vitale. Questo ovviamente non vuol dire che fra i tagli di tasse alle imprese e la performance poco entusiasmante dei salari e del prodotto ci sia una qualche forma di correlazione. Sono solo due fatti che si sono verificati insieme. E che rimangono insieme. Le aziende hanno avuto robusti tagli fiscali. I redditi sono rimasti deboli. Il prodotto è cresciuto poco. Una vera impresa. Quella del fisco.
Cartolina. Il tasso che conta

La Bis di Basilea osserva che effettivamente, secondo una qualche simulazione, alzare il tasso di sconto facilita la lotta all’inflazione. Che sarebbe di poco valore informativo se non fosse che il modello, ci si creda o meno, è in grado anche di quantificare come sarebbe stata l’inflazione senza il rialzo dei tassi. Se poi confrontiamo l’inflazione degli anni Settanta del XX secolo con quella degli anni Venti del XXI, scopriamo che proprio la saggezza dei banchieri centrali contemporanei ha permesso una rapida caduta dei tassi di inflazione seppure al prezzo della più ripida salita di tassi da sempre. Ciò per dire che sappiamo di solito quello che dobbiamo fare, e volte lo facciamo persino. E che otteniamo un risultato positivo quando realizziamo esattamente quello che tutti si aspettano da noi. Come nel caso delle banche centrali che alzano i tassi e abbassano l’inflazione perché soddisfano le aspettative degli operatori. E quando otteniamo un risultato positivo, aumenta il livello della nostra credibilità. L’unico tasso che conta.
